Le cose sul Pianeta si stanno mettendo piuttosto male per i sostenitori, occulti e palesi, camuffati o dichiarati del capitalismo monetario. In una Waterloo “tutta italiana” possono finire malamente lo strapotere della Finanza occidentale, la riduzione di ogni processo produttivo all’ipotesi di denaro che crea altro denaro, la tirannia del credito come unica ancora di salvataggio di un’imprenditoria in crisi.
Il maggior segnale che fa preconizzare la disfatta imminente è il crollo progressivo della socialdemocrazia mondiale.
Sta, in altre parole, esaurendo i suoi effetti perversi, l’intuizione, tutt’altro che peregrina, degli gnomi di Wall Street e della City di sostenere, per garantire la propria sopravvivenza e il proprio cospicuo benessere, i delusi del pietoso tramonto del “sole dell’avvenire”, aiutandoli a costituire una socialdemocrazia diffusa e pervasiva, al servizio del capitale finanziario, affidata alla leadership di uomini politici, come direbbero a Napoli “senza arte né parte”, allevati in vitro e catapultati, con fraudolenti congegni elettorali, ai vertici dei Paese.
Con la morte di Dio tra le giovani generazioni, con la diffusione della pedofilia a macchia d’olio, com’è del tutto intuitivo, nei seminari, con la perdita progressiva di carisma del suo Capo, caduto nella trappola del sistema mass-mediatico, anche l’altro faro del puro capitalismo finanziario, la Chiesa Cattolica con il suo potente e ricco IOR emette una luce sempre più fioca.
Certamente, il ritorno al produttivismo non monetario
non è dietro l’angolo: vi sono tuttora potentissime lobbies a dargli sostegno, da quella ebraica, diffusa soprattutto negli States a quella massonica di estensione universale e a quella dei tecnocrati di Bruxelles.
Eppure la vittoria della Lega (e del Movimento Cinque Stelle, con tutte le riserve del caso, da me già espresse nella precedente nota editoriale) alle elezioni italiane del 4 marzo 2018, molto verosimilmente, non è piaciuta alle centrali finanziarie di Wall Street e della City. E, con buona probabilità, essa non è stata gradita neppure dai burocrati dell’Unione Europea.
Secondo un’opinione abbastanza diffusa, infatti, i tecnocrati di Bruxelles, in grande prevalenza di provenienza bancaria, sono rimasti l’ultima spiaggia per gli gnomi della Finanza mondiale. Esi ricevono, sì, input di carattere generale per indirizzare la politica economica delle Nazioni del Vecchio Continente (che condividono) ma seguono con maggior scrupolo quelli di carattere più particolare per garantire un redditizio funzionamento del sistema complessivo del credito. Non è per caso che le Banche Europee finiscono con l’essere, destinatarie di buona parte dei finanziamenti comunitari, a dispetto del fatto che la ragione ufficiale dei contributi è il sostegno alle imprese in crisi.
Il disappunto di Wall Street e della City è che gli uomini politici, soprattutto della Lega, sembrano avere capito che il pareggio del bilancio imposto agli Stati membri risponde, in buona sostanza, alla necessità che l’Unione Europea abbia sempre a disposizione fondi: a) per pagare le Banche in crisi dopo avere fatto mutui a imprese claudicanti che non riescono a restituirli; b) le Organizzazioni incaricate della nuova tratta di schiavi, necessaria alle imprese non più competitive per continuare a richiedere mutui, sfruttando l’opportunità di assumere lavoratori a basso costo.
Tutto ruota, quindi, intorno al sistema creditizio. Mutui a gogò e finanziamenti ai trafficanti di lavoratori a buon mercato sono strumenti che concorrono a tenere in piedi il sistema messo su dalle élite finanziarie, per ridurre la produzione alla creazione di denaro.
Che il problema delle imprese, non più competitive, resti in tutta la sua drammaticità è circostanza che non rileva per le esigenze di locupletazione degli gnomi di Wall Street e della City; che a esso si aggiunga l’effetto, ben più grave, di rendere asfittico il respiro dei Paesi cui è imposto l’obbligo del pareggio di bilancio e di impedire loro ogni crescita o sviluppo a causa dell’assurda osservanza del limite del 3% è un fatto che li lascia ancor più indifferenti.
L’andazzo, però, non può più essere tollerato dall’economia occidentale. Il sostanziale blocco degli investimenti produttivi per l’austerità imposta da Bruxelles a beneficio dei crediti e degli immigrati va rimosso. Ripeto: esso giova solo a chi intende dare alla produzione di ricchezza un’esclusiva o prevalente caratterizzazione monetaria.
L’ostilità di Wall Street e della City ai nuovi Dioscuri del governo Italiano (al momento, uniti da una politica comune) ha quindi una sua, discutibile ma vera, ragion d’essere: il potere di chi detiene moneta dipende esclusivamente dalla possibilità di metterla a frutto, prestandola a chi ne ha bisogno, per mandare avanti un’azienda. E’ inevitabile dedurre che se establishment governativi contrastano, in radice, l’idea di una supremazia assoluta di tale politica di carattere meramente finanziario su ogni altra relativa a settori altrimenti produttivi di reddito, il conflitto con essi è nella natura delle cose.
In conclusione, se a giudizio del clan dei Paperon de’ Paperoni della Finanza mondiale, l’Italia, con l’attuale governo Conte, si pone come il terzo anello di una catena che già lega USA e Regno Unito, e impedisce il trionfo del “monetarismo” come unico tipo di “produttivismo”, mettendo a rischio il loro dominio sul Pianeta, la “guerra” non può essere evitata. L’esercito degli gnomi della Finanza non è come le famose “divisioni del Papa” dileggiate da Hitler.
In una vita collettiva permeata di chiacchiere vuote, fake-news eclatanti, intrighi sottobanco l’ “Armata finanziaria” è costituita da giornalisti della carta stampata o della televisione, assetati di soldi e di potere; da burocrati del sistema bancario e da funzionari, “usi a obbedir tacendo” che non usano la propria testa per pensare e ripetono le “giaculatorie” ispirate al più vieto conformismo, da gentiluomini e gentildonne salottiere che hanno paura della loro ombra…figurarsi di quella di Salvini.
Le “armate italiane”, però (Historia docet) raramente finiscono una guerra dalla stessa parte dove l’hanno iniziata.
Ecco, perché le iniziative del leader leghista (con una certa determinazione ed efficacia) e di Luigi Di Maio (con adesione pencolante e poco convinta alla politica della Lega, per chiari calcoli di natura elettorale) danno pensiero ai Paperon de’ Paperoni dell’Alta finanza.
Il timore di vedersi sfuggire dalle mani il timone dell’economia occidentale è più che evidente.
Chi ha dovuto subire gli ostacoli posti da Teresa May e da Donald Trump accetta malvolentieri che a bloccare ora la sfrenatezza selvaggia dei super ricchi del potere finanziario, ci si mettano anche (certamente, con minore chiarezza d’idee) i due(?) Dioscuri del cosiddetto “anti-sistema” italiano.
La reazione delle élite creditizie mondiali con sede a New York e a Londra è stata, ovviamente, diversa da Nazione a Nazione.
In Inghilterra i mass-media del gran capitale finanziario (e della grande industria delle armi) hanno giocato le loro carte, puntando sulle preoccupazioni economiche nascenti, talune anche oggettivamente, dalla Brexit; negli Stati Uniti d’America l’attacco è stato più personale e frontale contro la personalità fuori del comune di Donald Trump, accusato di vari, fumosi misfatti tra i quali primeggiano le fornicazioni fuori dal talamo coniugale (si tratta, invero, di fatti verificatisi in anni passati, ormai da lungo tempo, ma il puritanesimo sessuale è l’ultimo riverbero di una presenza di religiosità cieca e intransigente che in quelle latitudini persiste solo per le generazioni più anziane, perché i giovani la stanno mandando radicalmente e progressivamente alle ortiche).
Più complessa e variegata la reazione verso l’Italia. Dura per la Lega di Salvini; molto “soft”, invece, per Luigi Di Maio, considerato, probabilmente, un uomo politico recuperabile (se non da sempre vicino alla causa delle élite finanziarie, attraverso misteriose “piattaforme” mediatiche).
Il rischio è che se la rivolta cosiddetta “anti-sistema” e sostanzialmente orientata a recuperare aspetti del liberalismo messi in ombra dall’iper-liberismo monetario, rimarrà soltanto nelle mani di una forza politica che risente di un’origine contrassegnata da antichi legami estremistici o folkloristici, il lavoro che dovranno compiere gli animi sinceramente liberali non sarà di poco conto.
Innanzitutto dovranno fare chiarezza sulla confusione che regna nelle stesse “case” dei partiti liberali (o almeno di tal nome) dei Paesi dell’Occidente. E rivedere le incrostazioni spurie (tante!) che si sono infiltrate nei concetti di liberalismo.
Come scrivevano, però, i giornali di un tempo: il seguito al prossimo numero!

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