Un’analisi meditata, approfondita e non emozionale delle ultime vicende politiche italiane che hanno prodotto il patto sottoscritto dalla Lega e dal Movimento Cinque Stelle, favorendo la successiva alleanza di governo sotto il premierato di Giuseppe Conte, dimostra due cose:
a) che, per la prima volta v’è stato un tentativo serio e non improvvisato ed estemporaneo di sottoporre a studio la realtà sociale e pubblica italiana al fine di trovare una soluzione ponderata (e, almeno, frutto di riflessioni) ai suoi problemi;
b) che, il tentativo ha dato un risultato, certamente serio ma bi-fronte o bi-polare, che dir si voglia, perché nel “contratto” sono confluite due visioni politiche, entrambe rispettabili, ma tra loro divergenti: l’una, quella del Movimento Cinque Stelle, ispirata, grosso modo, al modello delle “social-democrazie” nordiche (scandinave, in particolare), l’altra, quella della Lega, coincidente con le tesi di Donald Trump e Teresa May e volta a rivedere le basi concettuali e le modalità operative di una moderna “liberal-democrazia” del terzo millennio.
Sotto tale aspetto, la notizia data dal “Corriere della Sera” di Venerdì 31 agosto 2018 circa la costituzione di un Partito Unico del centro-destra sotto la guida di Matteo Salvini assume un rilievo particolare, degno di attenta considerazione.
Certamente, ripetere le formule: “centro-destra” e “centro-sinistra”, non è un buon approccio al problema, al fine di chiarire per gli elettori i termini della “diversità” tra i due schieramenti politici, oggi, sostanzialmente, uniti (!) dalla partecipazione allo stesso governo.
Si tratta di termini entrambi compromessi dalle esperienze negative e disastrose del “decennio nero”, dove forze di entrambi gli schieramenti hanno fatto a gara per spogliare gli elettori italiani dei loro diritti politici per la partecipazione al voto.
Più propria e libera da ipoteche passate sarebbe la contrapposizione tra un neo partito liberal-democratico ispirato alla dottrina che può definirsi “revisionistica” di Donald Trump e di Teresa May e un partito social-democratico (né vetero né certamente neo) che attinga, per la sua azione politica, a modelli di vita realizzati nei Paesi scandinavi.
Lo scontro tra i due movimenti politici, per essere corretto e degno di una democrazia liberale evoluta, richiede che entrambi gli schieramenti si depurino della presenza delle loro confuse connotazioni:
a) Il partito di Salvini da quelle derivanti da un’origine contrassegnata da antichi, pericolosi legami estremistici e da (anche divertenti ma non seri) rituali folkloristici; b) quello di Di Maio da quelle proprie della facile demagogia dei cosiddetti “comunistelli di sacrestia” d’italica memoria, da idee di nazionalizzazioni ritenute taumaturgiche ma che la nostra storia ha dimostrato fallimentari, da rinascenti statolatrie e da finta beneficenza umanitaria.
Per quanto mi riguarda, scrivendo su un giornale dal titolo gobettiano di “Rivoluzione liberale” l’ipotesi di una lettura del liberalismo nel senso di Teresa May e di Donald Trump m’interessa molto di più delle sperimentazioni “filo-baltiche” del giovane di Pomigliano d’Arco. Anche in Svezia, d’altronde, l’ingiallito Welfare dei compagni di Olof Palme è seguito solo dagli anziani, perché i partiti tradizionali del cosiddetto centro sinistra, sono abbandonati dai giovani (e non solo da essi) in misura crescente.
E’ bene dire subito, però, che non sarà certamente di poco conto il lavoro che i liberali devono compiere per ridare vita a una linea politica lasciata languire per secoli, nella sua formulazione, originariamente valida, degli ideatori.
Innanzitutto dovranno fare chiarezza sulla confusione che regna nelle stesse case dei “partiti liberali” dei Paesi dell’Occidente. E rivedere le incrostazioni spurie che si sono infiltrate nei concetti di liberalismo, alterando, in maniera vistosa, il culto e il rispetto per la libertà individuale.
I punti su cui soffermare l’attenzione, in senso critico, sono a mio giudizio, due e si riassumo nelle seguenti domande:
A) E’ giusto ritenere ancora “liberale” la necessità di liberi scambi commerciali, di mercantilismo senza barriere nazionali, anche in presenza di profonde alterazioni degli equilibri salariali nel mercato del lavoro, determinate dalle diverse condizioni sociali e di libertà dei lavoratori?
Donald Trump ha detto di no e Teresa May l’ha seguito. A mio parere, bene a ragione.
La libertà di scambio non può essere un “feticcio” per non vedere realtà mutate in modo inquietante. Quando i primi liberali ne parlarono, tutti i Paesi “produttori” erano su un piede di parità. Nell’Occidente che s’industrializzava gli operai percepivano salari che si differenziavano tra di loro soltanto di poco.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, con l’ingresso nel Mercato, di Paesi ex comunisti, occidentali e orientali, tuttora molto autoritari, i manufatti prodotti in quelle lande sono realizzati con stipendi di fame.
Allora: è giusto ammettere a libera concorrenza nei nostri Paesi, di ancora accettabile democrazia e con livelli di retribuzione sostanzialmente equi se non alti, i loro prodotti, o non si creano, in tal modo, condizioni difficili per i nostri lavoratori? Io dico, con Trump e con May: no! Non siamo più ai tempi della competizione mercantile limitata all’Occidente, quando la lotta era tra Paesi di pari condizioni di libertà e di sostanziale parità salariale dei lavoratori! Oggi il tondino di ferro manufatto a Brescia costa tre volte di più di quello prodotto in un Paese a regime totalitario e non è detto che sia tanto migliore da giustificare la differenza di prezzo sul mercato. Ovviamente, i poteri finanziari per consentire alle Banche di continuare a fare credito alle imprese in difficoltà (determinate dall’alto costo della mano d’opera locale) sono fautori dell’obbligo degli Stati di risarcire il deficit delle Banche che non riescono a riavere il denaro prestato. E’ giusto, però, che ciò ricada sulle spalle dei contribuenti di quei malcapitati Paesi? Perché mai i mutui non restituiti da singole imprese devono essere pagati alle Banche da tutti i cittadini-contribuenti?
Liberali come Donald Trump e Teresa May l’hanno capito. Il ripristino delle dogane ha controbilanciato le diverse condizioni di paga e di servaggio dei lavoratori sul Pianeta.
B) E ancora: è un principio “liberale” e soprattutto “umano” utilizzare schiavi di colore per fare abbassare il costo del lavoro in Occidente?
Anche qui la mia risposta è: no! I poteri finanziari suggeriscono di aprire le frontiere degli Stati per ragioni che fanno definire “umanitarie” dai loro giornalisti prezzolati ma che sono di ben altra natura. Con i nuovi schiavi mal pagati, la “barca”, a loro giudizio, “può continuare ad andare”, ma a quale prezzo per gli individui che non sono quei ricchi che non vogliono rinunciare a divenire sempre più ricchi?
Anche qui, Donald Trumpi e Teresa May si sono rifiutati di introdurre nei loro Paesi i nuovi schiavi dell’immigrazione incontrollata e hanno chiuso i confini per un transito indiscriminato di forza-lavoro. Il Presidente degli Stati Uniti e il Premier britannico non hanno voluto mettere a rischio un’importante caratteristica della liberal-democrazia, il rispetto di un “patto sociale” per garantire la sicurezza e la pacifica convivenza dei consociati (contenendo, in pratica, gli eccessi del motto Hobbesiano dell’Homo homini lupus). Gli immigrati, estranei alla cultura e alle consuetudini dei consociati autoctoni o integrati e in condizione di semi-schiavitù per la bassa paga rappresentano un elemento di disturbo in una società civile e non risolvono certo il problema della povertà sul Pianeta che è di dimensioni immense, crescenti e rese inevitabili dai propagandisti dell’incremento demografico, che ha funzionato sempre e continua a valere soprattutto per le popolazioni più povere.
Nell’Euro-continente, l’esempio di Trump e di May non è stato seguito da forze autenticamente liberali perché, all’epoca, sostanzialmente inesistenti, data la cultura dominante nel Vecchio Continente, impregnata non di culto della libertà ma di osservanza di dogmi cattolici, comunisti o fascisti.
In conseguenza di tale politica imposta, sui due fronti predetti, dagli esponenti del capitalismo monetario, l’arresto della crescita economica dei Paesi colpiti da un tale diktat diventa, in maniera persino estrema, dannoso per tutti gli operatori economici.
Il vecchio Continente, infatti, destinatario dell’imposizione per il tramite dei tecnocrati bancari dell’Unione Europea, s’è bloccato.
Il pareggio del bilancio richiesto agli Stati membri dell’Unione, necessario per avere sempre a disposizione fondi per pagare le Banche in crisi e le Organizzazioni incaricate della nuova tratta di schiavi, si è rivelato uno strumento pernicioso e asfittico per lo sviluppo produttivo di beni.
Se Regno Unito di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, nutriti di sana e pragmatica empiria e lontani dalle fole di falsi e reboanti Ideali (posti a schermo d’illecite locupletazioni in nome della beneficenza e di truffaldine, ingenti operazioni economiche), hanno guardato al bene dei propri consociati, non resta che seguire il loro esempio.
Ben venga, quindi, una federazione di uomini liberi e liberali, laici e anti-dogmatici, che si ponga su questa linea, collaudata negli States e in Inghilterra, anche se ciò provocherà reazioni feroci nella borghesia sempre più chiusa al cambiamento e nella classe intellettuale sempre più dipendente, per ragioni di lavoro o di vanità, da mass-media totalmente asserviti ai Paperon dei Paperoni di Wall Street e della City.
Sembra che anche in Italia qualcuno ritiene che sia giunta l’ora di dire basta alla politica dell’Unione Europea omologata alle direttive dei poteri oscuri e sotterranei della Finanza, della Borsa, delle Agenzie di rating. Essa è illiberale e perfida nei suoi effetti di reintrodurre, con l’immigrazione di gente di colore, forme nuove di semi-schiavismo e di caos sociale. E’ inoltre, suicida nel persistere in concezioni ottocentesche di libero scambio, superate dai tempi e dagli effetti che regimi totalitari e oppressivi determinano sul costo della forza-lavoro e quindi sui prezzi di mercato. Si tratta, in definitiva, di una politica che resta distante e nemica di quella oggi attuata dalle due più autentiche liberal-democrazie del Pianeta e che soprattutto negli States sta dando i suoi frutti altamente positivi.
Se personaggi che, allo stato, non possono definirsi “liberali a tutto tondo”, ma che hanno dimostrato di saper resistere alle lusinghe delle centrali monetarie del mondo, dimostrano di volersi porre sulla strada seguita dalle maggiori liberal-democrazie del Pianeta ben venga la loro iniziativa di una Federazione di movimenti d’idee liberali che siano moderni, progressisti, laici e non condizionati da dogmi né religiosi né politici (idest: di destra fascista); purché, naturalmente, tale nuova unione di forze politiche non sia “snobbata” dai liberali sinceri, fuori dai partiti ma presenti nella società italiana.
Lo show-down tra tali forze e quelle legate ai vecchi schemi della socialdemocrazia europea sarà inevitabile ed esso è, probabilmente, più vicino di quanto appaia, oggi.

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