Nel mondo Occidentale (ma non solo, esclusivamente, in esso) il Novecento, definito il “secolo breve”, ha visto, di là dei feroci contrasti tra fascismo e comunismo dalle conseguenze tragiche e atroci, una titanica lotta tra il pensiero liberale che era stato posto, nei decenni precedenti, alla base del sistema capitalistico e quello contrario e opposto ispirato all’eguaglianza economica di tutti gli abitanti del Pianeta, di natura religiosa e/o filosofica.
La lotta s’è chiusa con una sconfitta del secondo. Il crollo dell’impero sovietico, la trasformazione del comunismo cinese, operatasi con l’ingresso di quel grande Paese, dalle potenzialità economiche enormi, nel Mercato e lo snaturamento progressivo di quello cubano hanno posto la parola “fine” al libro dell’utopia ugualitaria.
Anche le socialdemocrazie hanno avuto (e hanno ancora oggi) vita difficile, per l’abbandono dei loro modelli, soprattutto, da parte delle giovani generazioni. E ciò, persino nei Paesi scandinavi dove pure hanno governato più efficacemente che altrove, commettendo, però, il grave errore di accettare una massiccia e immigrazione, che ha stravolto i connotati del loro modo civile di convivenza.
Il primo secolo del terzo millennio sembra caratterizzarsi, invece, per uno scontro, nell’ambito del mondo occidentale, tutto all’interno del pensiero liberale.
Alla base del pur notevole conflitto d’idee, c’è la diversificazione intervenuta nel mondo della produzione: dall’industria meccanica dei motori e dell’energia elettrica il mondo occidentale è passato, con la rivoluzione elettronica a) alla presenza assorbente e determinante, nel processo realizzativo, del digitale e b) alla creazione di beni immateriali e di nuovi servizi accanto ai manufatti ordinari e al terziario tradizionale.
In altre parole, accanto a Paesi volti a realizzare una società post-industriale con la produzione di beni immateriali, manufatti di grande qualità e servizi eccellenti ne sono rimasti altri che arrancano nel trarre profitti da una produzione manifatturiera, resa non più competitiva dall’alto costo della mano d’opera, e del welfare e dalla “concorrenza” di Paesi autoritari, se non dittatoriali, con lavoratori a bassa paga imposta dallo Stato.
Sul piano finanziario, la contrapposizione si configura tra un capitalismo con tendenze meramente monetarie che punta a produrre denaro prestando il medesimo attraverso il sistema creditizio a imprese che ne hanno bisogno e un capitalismo pluri-produttivo e, se così può dirsi “variegato” che non intende rinunciare a creare beni materiali, immateriali o servizi.
Naturalmente, il primo per progredire e svilupparsi deve fare ogni sforzo per mantenere in piedi la produzione con un credito concesso anche a imprese zoppicanti (perché sono soprattutto esse che chiedono mutui). Per aiutarle a non chiudere i battenti delle fabbriche, i vertici della Finanza mondiale devono adoperarsi anche per favorire un’immigrazione massiccia di operai a basso costo, che aiuti gli imprenditori in difficoltà nel pagamento dei salari.
Il capitalismo “onniproduttivo”, per non essere soffocato dal primo che impone sacrifici a tutti i contribuenti sia al fine di fare fronte a eventuali deficit delle Banche creditrici sia allo scopo di sostenere le spese per un’immigrazione sollecitata e favorita dall’impiego di mezzi, non solo di trasporto, particolarmente costosi, deve liberarsi da costrizioni mentali derivanti dall’osservanza tralatizia di principi inadeguati a interpretare la realtà contemporanea e da vaniloqui “umanitaristici”(!) di interessata origine.
Su tale linea si sono posti la Gran Bretagna di Teresa May e gli States di Donald Trump.
Si tratta di una linea di segno totalmente opposto a quella assunta dall’Unione Europea. I burocrati di Bruxelles, prevalentemente di origine bancaria, sono stati, infatti, fortemente influenzati dagli gnomi di Wall Street e della City, e hanno imposto agli Stati-Membri restrizioni di spesa che impediscono ogni possibile sviluppo economico ma garantiscono che i soldi dei contribuenti siano preservati per risarcire eventualmente gli Istituti di credito in deficit e certamente per sostenere le spese di un’immigrazione sostanzialmente priva di controlli.
A giudizio dei due leader “revisionisti” (May e Trump), cancellando alcuni principi liberali (che sembravano “intoccabili”), il capitalismo finanziario, deleterio per lo sviluppo della produzione tout court dei Paesi dell’Occidente, può essere battuto.
Certo. Le forze del monetarismo sono proprietarie, e non è poca cosa, dell’intero sistema mass-mediatico occidentale. Ciò consente loro di poter disporre, per articoli su giornali o partecipazioni a talk-show televisivi, del contributo dei più famosi e noti “maestri del pensiero” e degli “intellettuali” di più brillante e facile parola, rimasti senza occupazione dopo il fallimento della “gauche” e dei relativi posti di “sottogoverno”.
Per converso, le condizioni di schieramento sul campo di battaglia delle forze su cui può contare il capitalismo produttivo di beni sono veramente minime.
Esso può contare sulla libertà di comunicazione offerta dal Web, ma sono in pochi a potersi assumere il compito gravoso di rendere convincente la “revisione” dei punti basilari della dottrina liberale. La maggioranza delle persone, anche se di idee liberali, non rinunciano facilmente al loro “conservatorismo” mentale e all’osservanza pedissequa di ciò che hanno appreso.
E ciò tanto più, perché si tratta di punti relativi a due “feticci” del pensiero liberale tradizionale: libertà di scambio delle merci prodotte (idest: abolizione di dazi doganali) e libertà di movimento delle masse umane (idest: immigrazione incontrollata della forza-lavoro).
Rebus sic stantibus, la notizia secondo cui la sentenza attesa per il 5 settembre 2018 potrebbe costituire la spinta per la Lega a trasformarsi in un nuovo soggetto politico che tenda ad abbracciare tutte le forze oggi esistenti fuori dal Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle è di quelle che possono aprire un orizzonte, a certe condizioni, o chiuderlo definitivamente, ad altre.
Vediamo cosa potrebbe accadere.
Il primo scenario, positivo e augurabile, si aprirebbe, se la trasformazione conducesse a una semplificazione del quadro politico italiano complessivo e affidasse alla memoria storica gli scheletri negli armadi che oggi si attribuiscono al movimento capeggiato da Salvini: fatti non dimenticati di corruzione dei vecchi vertici della Lega-Nord, paternità del Porcellum, corresponsabilità per la nascita del Rosatellum, visione ebraico-nazista, più che celtica, di un “popolo eletto” (quello degli abitanti del Settentrione d’Italia per differenziarli dal resto degli Italiani) nonché un’origine come partito molto sempliciotta e folkloristica con le acque del Po, il rito del giuramento di Pontida, il simbolo con Alberto di Giussano e lancia in resta, più altre amenità consimili (tutte cose che non hanno niente a che vedere né con la storia di un Paese “antico” che vuole diventare modernamente liberale; né c’entrano con la “protesta” antisistema di giovani generazioni, anche in Italia con vedute nuove).
Se prevalesse questo primo scenario la nuova forza politica potrebbe porre un deciso alt al “liberismo” meramente monetario, definito neo, iper e comunque sfrenato, “globalizzatore”, irriducibile e insensibile al “grido di dolore” di popolazioni sofferenti per il mancato sviluppo economico del proprio Paese. Per contrastare tale forma di liberismo, cinicamente praticata dalle élite finanziarie, il neo partito dovrebbe mettere in conto di avere tutta l’ostilità della stampa e della radiotelevisione (da tempo, al servizio delle Banche o di Governi codini). Potrebbe puntare al successo, soltanto attraverso il Web e i Social e alle naturali aspettative di mutamento generazionale. La guerra contro il sistema finanziario, creditizio, borsistico e mass-mediatico avrebbe un significato squisitamente liberale: tutelare la libertà dei cittadini, sottraendoli al disordine e all’insicurezza in Paesi sconquassati da immigrazioni stravolgenti di nuovi schiavi, ribelli e scontenti fin dal momento degli sbarchi in Occidente, perché consapevoli di essere stati stimolati, indotti a trasmigrare per l’interesse di una società industriale in declino e non più in grado di competere con i prodotti dei paesi emergenti. Se si dimostrassero veramente empiristici e pragmatici, i leader del nuovo movimento politico potrebbero ripristinare le condizioni per una possibile, rinnovata osservanza del patto sociale che gli immigrati ignorano e vogliono ignorare del tutto, fedeli alle loro consuetudini, spesso ancora tribali.
Il secondo scenario, deprimente e negativo, si configurerebbe, per quanto è dato capire dagli interventi dei protagonisti, come un blocco, sul nascere, di ogni speranza di cambiamento. Et de hoc satis!

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