In Svezia, religione e ideologia politica hanno prodotto il meglio e il peggio che ci si poteva attendere da due visioni, almeno tendenzialmente, assolutistiche e dogmatiche della vita.

Il meglio:

a) il Luteranesimo, con l’abolizione della confessione e l’esclusione di ogni remissione dei peccati (il “perdonismo” cattolico), ha contribuito a rendere la Svezia uno dei Paesi meno corrotti d’Europa;

b) il socialismo, in un secolo di potere quasi ininterrotto, ha portato a un sostanziale livellamento della ricchezza media e a un Welfarecon discrete prestazioni.

Il peggio:

a) l’egualitarismo religioso e quello politico hanno prodotto un “falso” paradiso di buoni sentimenti, soprattutto per la compassionevole considerazione degli Svedesi nei confronti dei diseredati del Pianeta esclusi, a loro parere e con il proprio (spesso finto) tormento “morale”, dalla fortuna di beneficiare degli effetti prodigiosi del loro “miracolo”;

b) una conseguente immigrazione selvaggia e cospicua (la più consistente d’Europa: il numero degli immigrati è altissimo, in misura percentuale, ovviamente, rispetto alla popolazione autoctona) ha alimentato le fortune dei pochi “padroni” dell’industria nazionale, rendendoli i più ricchi tra gli happy fewmondiali e distrutto la sicurezza e tranquilllità di vita dei cittadini che era sempre stato un vanto della Nazione (porte di casa aperte o chiuse ma con chiave al collo dei bambini che giocavano davanti alla porta di casa o andavano da soli a scuola);

c) un appiattimento deprimente della vita di relazione (un tempo viva e intensa, com’è magistralmente e nostalgicamente descritta in alcuni dei film di Ingmar Bergman) e un’invidia sociale di straordinaria diffusione hanno elevato a sistema di vita la denuncia della (immaginata e temuta) prosperità del vicino, creando le premesse per fare di quello svedese un popolo di delatori;

d) per effetto delle leggi del Paese relative alle votazioni elettorali, gli stranieri che votano (e ciò avviene dopo pochissimi anni) sono veramente tanti e i partiti contrari all’ingresso di nuovi stranieri, in conseguenza, trovano più difficoltà ad affermarsi che altrove (il partito socialdemocratico ha il suo “zoccolo duro” proprio negli immigrati).

Il risultato delle recenti elezioni ha sorpreso, quindi, ma non più di tanto chi aveva una discreta conoscenza del Paese.

La sconfitta del partito ostile all’immigrazione era prevedibile, conoscendo i vizi e le virtù della Nazione Scandinava, che, peraltro, non è certamente una terra di temerari, come dimostra la sua plurisecolare storia di neutralità, certamente positiva e commendevole.

Come in Francia, d’altronde (e soltanto un po’ meno in Italia), il partito di Jimmie Akesson ha origini e passate vicinanze politiche di scarso appeal su persone tolleranti e civili.

Di conseguenza una stampa e una televisione contrarie, come in tutti i Paesi dell’Europa Continentale, a una politica che tende a minare o ridurre lo strapotere dell’Unione Europea e degli gnomi di Wall Street e della City (che la dirigono, attraverso la sua burocrazia di origine bancaria) ha facile presa sul pubblico.

Definendo il leader del partito che vuole bloccare l’immigrazione oltre che “populista e sovranista” (e sin qui siamo nell’uso e nel costume, suggeriti alla propria stampa e televisione dai “padroni”) anche “razzista, xenofobo, nazi-fascista” e chi più ne ha ne metta, lo si condanna all’isolamento, morale, civile e politico.

In tali condizioni, il salutare vento a difesa dell’identità culturale e civile e della pacifica coesistenza sociale per osservanza del “patto hobbesiano” dei Paesi della vecchia Europa che spira dalla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti d’America e (parzialmente) dall’Italia e dall’Austria ha esplicato un effetto solo limitato.

Allo stato, è ben difficile che un partito qualificato con gli aggettivi più dispregiativi che un tollerante cittadino svedese o un votante immigrato ( certamente interessato) possano trovare, sia in grado di stringere alleanze con il partito moderato svedese che, oltre tutto e paradossalmente, sui problemi Europei ha posizioni meno avanzate degli stessi socialdemocratici che, per astute ragioni elettorali, inseriscono sempre nei loro discorsi una sorta di Swexit, sui generise di comodo.

In conclusione, se Gino Bartali fosse nato e vissuto in Svezia avrebbe pronunciato bene a proposito il suo proverbiale motto: Tutto da rifare!!

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