Piero Visani, Storia della guerra dall’antichità al Novecento, OAKS editrice, 2018, pp. 190, € 18,00
Questo libro, che verrà presto seguito dalla storia della guerra del novecento ad oggi, è riuscito in un’impresa non facile: quella di cogliere le costanti e le differenze, (in rapporto alle epoche) del fenomeno bellico, in primo luogo la sua ineminabilità. Come scrive l’autore “Scrivere un abbozzo di storia della guerra dall’antichità ad oggi, sia pure senza pretese di esaustività e completezza scientifica, può sembrare un’operazione oziosa: la cultura dominante in quello che per convenzione definiamo il mondo occidentale, infatti, ha da tempo espunto dai suoi valori di riferimento il fenomeno bellico”. A dire il vero ha fatto di più: ha creduto di poter eliminare dalla realtà quello che Freund chiamava uno dei “presupposti” del politico: l’amico-nemico, in particolare coltivando l’illusione che possano esistere comunità senza ostilità (e senza conflitti, almeno rilevanti) “i maîtres à penser della cultura dominante ci distillano gocce del loro illuminato pensiero spiegandoci che, in un’epoca evoluta(!) come l’attuale, i conflitti, anche quelli tra gli Stati, non sono più armati, non possiedono una dimensione militare, ma si svolgono a livello economico e finanziario. E naturalmente, pensando a questo, ci sentiamo tutti più tranquilli e anche fortunati, perché le nostre vite non sono distrutte dagli spari o dalle bombe, ma “soltanto” dall’impossibilità di avere un lavoro, o di averlo tale per cui sia decentemente remunerato, o esposto alle insidie di popoli più disgraziati del nostro, disposti ad accontentarsi di un pugno di riso per lavorare più e magari meglio di quanto non facciamo noi”.
Tanto per cominciare, la guerra (e il nemico) è eliminata dal vocabolario. Ma siccome i dissenzienti a tali visioni (sedicenti) ireniche, esistono e non intendono “pacificarsi”, verso questi “la violenza è ancora possibile e tuttora accettabile. Non è guerra – sia chiaro – perché non c’è nemico da affrontare; piuttosto, è un’operazione di polizia, nazionale o internazionale, da condurre a carico di quanti non si vogliono piegare, non si sa perché, alla logica razionale e razionalistica di chi ne sa più di loro, degli illuminati, degli ottimati, dei beati possidentes”. In realtà, sostiene Visani, “se la guerra non esiste più (e sappiamo fin troppo bene che non è vero), il conflitto gode di ottima salute – se così si può dire – e assume continuamente nuove dimensioni, che investono tutti i campi e tutte le attività umane, in una logica di privatizzazione dello scontro che rischia davvero di dare concretamente corpo ad uno dei peggiori incubi della storia umana: il bellum omnium contra omnes, di hobbesiana memoria”. D’altra parte conflitti e ostilità sono presupposti della guerra (intesa come violenza); la quale è in se un mezzo della politica (Clausewitz) la quale può conseguire i propri scopi (anche e soprattutto di potenza) ora con la guerra ora con la pace (spesso finta). Qualche anno fa nel libro notissimo dei due colonnelli cinesi “Guerra senza limiti” si mostrava come in un mondo che rifiuta la guerra classica, questa ripieghi in altre forme, spesso conosciute (come quella economico-finanziaria) o del tutto nuove, come le aggressioni informatiche, ma accomunate dallo scopo della guerra (Clausewitz e Giovanni Gentile) che è quello di far sì che il nemico (l’altro gruppo politico) faccia la nostra volontà, anche senza impiegare mezzi militari (cosa che Sun-Tzu elogiava già 25 secoli fa). L’obiettivo del libro è “sollecitare ad una riflessione sul fatto se una civiltà possa davvero fare a meno di possedere una “cultura del conflitto”. Non c’è niente di peggio” che rifiutare di riconoscere alla guerra “l’esistenza a livello culturale, lasciando che l’opinione pubblica e soprattutto le giovani generazioni non conoscano o addirittura rifiutino di conoscere la dimensione conflittuale, con la conseguenza di risultare sempre più alla mercé, soprattutto per ignoranza, di chi – in forme sempre più evolute e subdole – le vuole solo aggredire, per farle oggetto di conquista dapprima sul piano intellettuale, poi su quello economico-materiale e infine su quello fisico”.
Così è ricordato da Visani il rapporto tra modo d’esistenza delle comunità (in particolare – ma non solo – la forma politica) e modo di combattere: altro è l’esercito di una democrazia politica, in cui tutti hanno il dovere di prendere le armi, altro quello di un’aristocrazia (è un diritto/dovere che compete a pochi), altro della monarchia.
Così la descrizione delle diverse epoche e forme di guerra occupa circa duecento pagine che sarebbe lungo esaminare: compito da lasciare al letture.
Ma una citazione la vogliamo fare: è quando l’autore commenta l’esito – pessimo sul piano militare ma buono sotto quello politico – della nostra terza guerra d’indipendenza “La Terza Guerra d’Indipendenza riveste un ruolo importante nella storia nazionale perché è la prima in cui si manifesta un modo italiano di fare la guerra che ha segnato in profondità la vicenda storica nazionale: una classe politico-militare incerta a tutto, per nulla convinta del modo con cui raggiungere i propri obiettivi politici e ancor meno disposta a sostenere le spese necessarie per dotarsi di uno strumento militare adeguato, sia terrestre sia navale… Si tratta di un modello comportamentale che tenderà a ripetersi con preoccupante frequenza e che segnerà nel peggiore dei modi la nostra storia unitaria, anche in tutti i conflitti successivi in cui il nostro Paerse sarà impegnato, Di questo modo italiano di fare la guerra non si è mai parlato granché e anche oggi su di esso si preferisce glissare, sia perché è assolutamente conforme al carattere nazionale sia perché, a partire dal secondo dopoguerra, ha cominciato ad intersecarsi con la retorica sull’inclinazione naturalmente pacifista (che non equivale a dire “naturalmente politica”, anzi…) degli italiani e delle loro stesse forze militari. I risultati di tale disposizione mentale sono sotto gli occhi di tutti e hanno accelerato la nostra progressione come Paese privo di sovranità reale e privo anche di una vera cultura militare”.
Nel complesso un libro interessante, cui può adattarsi in pieno il giudizio di Proudhon che la guerra “domina, regge con la religione, l’universalità dei rapporti sociali. Tutto nella storia della umanità, la suppone. Nulla si spiega senza di lei; nulla esiste senza di lei; chi sa la guerra, sa il tutto del genere umano”.

*La presente recensione è pubblicata anche sul sito Carlogambesciametapolitics

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