Anche talune manifestazioni della vita politica di un Paese possono essere considerate espressioni della schizofrenia di chi le professa; sempre, però, che  possano riferirsi alla stessa persona. La Storia non difetta di clamorosi esempi di leader schizofrenici.  Con un’estensione abbastanza accettabile si può anche sostenere che un partito politico, se vaga da un polo all’altro ed entrambi sono di natura estrema, sia, in senso lato, “schizofrenico”

Se, invece, le stranezze sono attribuibili ad appartenenti a partiti diversi, ma tra di loro collegati da un patto di governo del Paese, la schizofrenia nel comportamento politico che ne deriva non può qualificarsi tale, perché manca il “bipolarismo nello stesso soggetto”(reale o fittizio) che è la caratteristica essenziale della malattia. Sciogliendo l’unione, il male scompare.

Naturalmente, finchè l’intesa perdura, gli effetti negativi e malefici  colpiscono, duramente, i cittadini-governati. Entro certo limiti e nell’immediato, tali conseguenze deleterie non danneggiano chi li governa. La gente avverte che tra i governanti c’è confusione e contrasto ma, data la necessaria ipocrisia su un preteso, esistente “accordo” che copre la provenienza degli atti, non sa bene a chi….dovrebbe fare imporre la camicia di forza!

E’ quanto sta succedendo, purtroppo per noi, nel Bel Paese.

Per alleggerire il peso della disgrazia di una “coalizione di governo” che barcolla e percorre a zig-zag una strada che nessuno sa dove possa condurre, non c’è che da ricorrere all’aiuto dei vati, sperando nelle virtù taumaturgiche della poesia.

Fuor di metafora, anche il bipolarismo politico può diventare un male implacabile quando assume connotati psichiatrici simili, in ultima analisi, a quelli della schizofrenia. E considerato che, da noi, li sta assumendo in maniera più che costante addirittura crescente, piegherò alle esigenze della mia denuncia, i versi più noti del “Conte di Carmagnola” di Alessandro Manzoni, che descrivono icasticamente e mirabilmente la situazione.

Se, infatti, s’ode a destra uno squillo di tromba che inneggia alla flat-tax,perché l’abbassamento delle aliquote per tutti stimolerebbe una forte crescita dei consumi e degli investimenti in generale (soprattutto da parte delle classi più abbienti), arrecando beneficio dell’economia; a sinistra risponde uno squillo che preannuncia la chiusura domenicale di negozi ed esercizi, contraendo, limitando, isterilendo, in tal modo, l’impennata dei consumi che con l’apertura dei medesimi s’era beneficamente verificata per il commercio, per il turismo e per le distrazioni festive degli Italiani. Sembrerebbe una “crociata” per favorire il ritorno degli Italiani alla messa domenicale, suggerita da una Chiesa in crisi di proselitismo,  ma forse più prosaicamente è una maniera per soddisfare le aspettative di Amazon dell’e-commerce,sulla strada, peraltro,  di un crescita già continua e vittoriosa (gli Italiani, come ci ha insegnato Ennio Flaiano, “corrono sempre in soccorso del vincitore”). La ventilata (per molti, minacciata) chiusura non sembra arrestarsi neppure di fronte ai problemi che si creano ai Comuni: gli effetti moltiplicatori delle iniziative di svolgimento delle attività festive dei negozi, con la costruzione di nuovi centri commerciali,  di out-let, di affollate attività collaterali come ristoranti,  bar,  centri medico-diagnostici o culturali, consentivano di rimpinguare i magri bilanci municipali con gli oneri di urbanizzazione.

Non basta, però. I suoni degli squilli sono variegati e complessi. Sullo stesso terreno, a destra si propone che i pensionati stranieri, prendendo la residenza in Italia (magari in Regioni del Sud dal clima favorevole, come Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) potrebbero avere una tassazione forfettaria molto favorevole (idest: particolarmente bassa)  e del tutto indipendente dal loro effettivo livello di reddito; a sinistra si contrappropone, invece, il taglio, punitivo e rabbioso, delle pensioni più alte degli Italiani, con un implicito invito ai nostri anziani connazionali ad andarsene in Portogallo, dopo una vita spesa al servizio della Nazione.

E ancora:  Quinci spunta per l’aria un vessillo con la scritta: Vogliamo le nazionalizzazioni (Autostrade, Alitalia e chissà quante altre ancora!);quindi avanza un altro spiegato con la dicitura: Abbasso la Statolatria! E giù il richiamo del ricordo degli arricchimenti cospicui degli uomini della Nomenklatura sovietica, Statolatri oltre che ladri per definizione, nonostante il loro conclamato “buonismo” che volevano diffondere a livello universale come quello ecumenico cattolico.

Ecco appare un drappello schierato (Salvini e Giorgetti in testa) con un programma d’investimenti utili a rilanciare le opere pubbliche nel nostro Paese (TAV Torino-Lione; TAP in Puglia con la  preoccupazione (si dice) della “lucana” Matera e con il sincero disappunto di chi ha un’idea abbastanza sommaria della geografia, anche soltanto italiana);ecco un altro che incontro gli vien (Di Maio e Toninelli, in prima fila) che si oppone all’assegnazione di nuovi lavori e impone uno stop alle opere giù avviate, per cui sono stati già spese cifre ingenti e altre se ne dovrebbero spendere, in caso di rescissione dei contratti.

Inoltre sui drappi, in contrapposta corsa, campeggiano due scritte a caratteri cubitali: Pro OrbanContra Orban,lasciando, esse, intendere che l’accordo tra i due schieramenti non v’è neppure sul problema dell’immigrazione, e segnatamente sul leader ungherese, sulla sua volontà di chiudere i confini del Paese e sulla decisa volontà dell’Unione Europea e dei burocrati di Bruxelles di soffocare ogni anelito all’autonomia, come si conviene a un “regime di ferro” che ha dalla sua parte gli gnomi di Wall Streete della City.

Per gli Italiani, non c’è scampo. Il morbo infuria, ma non mancando il pane e non essendoci alcuna bandiera bianca da sventolare (per arrendersi a chi? Alla mala sorte?) gli Italiani devono necessariamente  abbandonare il canto del veneziano Arnaldo Fusinato e ritornare ad Alessandro Manzoni, piangendo con lui:Ahi sventura! Sventura! Sventura!

Anche perché se tutto dovesse sfasciarsi, come molta gente comincia ad augurarsi, “dietro i paraventi”, anche se non quelli citati da Ermanno Olmi, a unirsi al canto vi sarebbero pronti, dall’una e dall’altra parte, i torvi protagonisti del “decennio nero”. Il tutto sotto la direzione del Maestro del Coro, Ettore Rosato.

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