A ricordarla oggi, la Mostra del Cinema di un dieci o quindici anni fa, vien quasi da ridere. Molta meno gente di oggi (questa edizione ha contato 8.000 accreditati, sostiene il Presidente della Biennale, Paolo Baratta), strutture amovibili in legno stile Festa de l’Unità con pastasciuttata antifascista annessa e film della durata minima di quattro ore dai titoli improbabili e dalle provenienze quantomeno insolite.

L’odierno Leone d’Oro ad Alfonso Cuaròn è dunque storico per almeno due motivi. In prima battuta perché è il secondo messicano di seguito a vincere l’ambito premio (l’anno scorso toccò al suo amico Guillermo Del Toro), e poi perché è in assoluto la prima volta che un film prodotto da Netflix riesce ad aggiudicarsi il primo premio in uno dei festival cinematografici del ristretto circolo elitario dei grandi (Venezia, appunto, insieme a Cannes e Berlino).

Il grandissimo e progressivo successo che la Mostra – creatura del fascistissimo conte Giuseppe Volpi di Misurata, che la volle come una esposizione (da cui il curioso nome che nulla ha a che spartire con l’idea di festival) delle novità cinematografiche, – è dovuto a molti fattori, alcuni evidenti ed altri meno ovvi ma tutti tesi alla ri-costruzione di un mito che dal 1932 affascina i cinefili di tutto il mondo.

Innanzitutto, le strutture. Bisogna dare atto a Paolo Baratta d’esser riuscito, insieme al sindaco Luigi Brugnaro (le precedenti giunte piddine poco o punto avevano fatto, per risolvere il problema logistico della Mostra), a vivificare nuovamente una location di per sé stupenda ma affetta, da molto tempo, da un latente ed ineluttabile degrado: al posto del pluriennale buco del mai realizzato nuovo Palazzo del Cinema è sorta la Sala Giardino che, in due anni, è divenuta una delle più amate; in luogo delle tensostrutture da sagra di paese è stato lastricato di bianco il piazzale antistante il Palazzo del Casinò e sono stati mandati in pensione i cuboni con in leoni all’entrata del Palazzo del Cinema sostituendoli con più raffinate lampade di Murano in stile anni ’50.

Guai però a farsi abbindolare dalle apparenze: non si tratta di un ritorno al passato. Certo non al passato dei vari Pierpaolo Pasolini e Umberto Eco che postulavano la necessità di una Mostra senza premi e de-fascistizzata (ma non era stato il Fascismo, a crearla, la Mostra?), piuttosto si guarda al passato di Billy Wilder che nel ’59 incantò le eleganti platee del Lido con il suo A qualcuno piace caldo prima che la mannaia livellatrice del ’68 si abbattesse anche sulla Laguna, portando in sala interminabili lung(hissim)ometraggi d’essai di produzione birmana.

Il segreto di questo vecchio-nuovo successo si chiama anche Alberto Barbera, uomo di cinema di provato mestiere, che da qualche anno ormai ha rivisto la selezione dei film della Mostra riportando in essere il dialogo Venezia-Hollywood che aveva reso grande e popolare questo concorso sin dagli esordi: non è un caso che quest’anno, nella sezione Restauri, si presentasse appunto l’indimenticabile film con Marilyn Monroe e Tony Curtis e Jack Lemmon vestiti da donne.

Da Goerge Clooney a Natalie Portman, passando per Lady Gaga e finendo alle star di seconda e terza grandezza, la passeggiata dall’ Excelsior al Palazzo del Cinema è tornata ad essere luogo d’elezione dei divi di tutto il mondo, con buona pace di Walter Veltroni che anni fa, quando la Mostra agonizzava tra intellettualismi immobilizzanti, aveva provato a scippare a Venezia il primato della competizione cinematografica (storicamente la prima al mondo) organizzando la Festa del Cinema di Roma.

La Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia – questo il roboante ed autarchico nome che volle darle il conte Volpi, – non solo è ancora viva ma è in ottima salute: è infatti la prima, come si diceva, in anticipo su Cannes e Berlino, a credere che Netflix sia, a tutti gli effetti, un operatore del settore con le credenziali in regola per giocare la partita della produzione oltre che della distribuzione, tanto più che si vocifera, cosa che dovrebbe mettere in pace i puristi, che il colosso della visione online stia per comprare una enorme catena di sale negli States. Come dire che Netflix, lungi dall’uccidere il cinema, sta probabilmente per ricostruire il sistema di produzione verticale che caratterizzava gli studios negli anni ’40 e ’50.

Se qualche anno fa, in pieno delirio piddino, s’era pensato finanche di mutar di nome al premio, la Coppa Volpi, ed alla Sala Volpi anch’essa intitolata al vulcanico gerarca – rei di perpetuare la memoria di un personaggio a dir poco scomodo, – oggi a nessuno verrebbe in mente di muovere d’un millimetro il busto dell’ex Governatore della Libia che presidia, sornione, l’entrata del Palazzo del Cinema.

CONDIVIDI