La forza del luogo comune è invincibile; una vera vis maior cui resisti non potest. 

Per rendersi conto di questo assunto, basta soffermarsi su di uno di essi, quello di cui di cui si sta parlando in questi giorni: la libertà di stampa e di tutti i bla bla blache solitamente accompagnano questa espressione, con il ricorrente annuncio di una sua “messa in pericolo”.

Qualche esempio di frasi relative a quest’idea, unanimemente considerata sacra e intoccabile dà l’idea: la libertà di stampa è una necessità di ogni società democratica; è un pensiero liberale irrinunciabile; non si può parlar male di essa come di Garibaldi (e qui s’incontra un boomerang,perché l’eroe dei due mondi è stato considerato senza macchie e senza paure  solo in epoca risorgimentale: oggi, infatti, si può giudicarlo e c’è chi ne parla molto male) e così via.

La saggezza popolare, però  è divisa nel dare consigli a chi osa dire cose spiacevoli su argomenti che possano far crollare miti consolidati da decenni di conformismo di idee; da un lato dice: “contro la forza (del luogo comune,nel nostro caso) la ragion non vale”; dall’altro afferma: “la penna è più potente della spada”.

Ho deciso di provarci. Non di certo per contestare la validità del principio (sarebbe semplicemente folle!), ma per negare, con una serie di argomentazioni, che oggi, in molti (ma sarebbe più proprio dire: in tutti) Paesi, cosiddetti liberal-democratici, si goda ancora di una libertà di pensiero e di parola  che possa veramente e a pieno titolo considerarsi tale.

I dubbi che restano sono due: a) anche la mia penna può fare un simile tentativo, sfidando la spada? b) e  può farlo, con qualche speranza di diffusione, anche soltanto su un giornale esclusivamente on line?

Vediamolo, perché, d’altronde, non c’è altra scelta: le altre strade sono sbarrate.

Chi parla di “libertà di stampa” si riferisce, naturalmente, al diritto che ogni Stato democratico deve garantire ai cittadini e alle loro associazioni per assicurare libertà di parola.

E’ un principio che risale alla dichiarazione dei diritti dell’Uomo: “Chiunque ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione che include libertà a sostenere personali opinioni senza interferenze e a cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo informativo indipendemente dal fatto che esso attraversi le frontiere”. 

Nella sua formulazione astratta è veramente incontrovertibile: esprime una verità incontrastabile.

I guai cominciano nella pratica della sua concreta attuazione.

Non v’è dubbio, infatti, che, assieme allo Stato sono gli organi d’informazione (giornali, radio, televisione, internet)a poter garantire il diritto di parola dei cittadini.  Vediamoli, distintamente, questi protagonisti:

a)Lo Stato. Si dice: deve vigilare sull’utilizzo appropriato dei mezzi di comunicazione di massa. Ma come?

Il problema si pone soltanto in modo relativo per Internet,dove ciascuno è veramente libero di esprimere ciò che più gli aggrada, senza interferenze di proprietari di testate giornalistiche e televisive, di  direttori di reti, redattori, di uomini della politica o delle finanze e via dicendo. Lo Stato, in tal caso, deve solo garantire il rispetto sul webdi altri valori e diritti legalmente protetti dei cittadini eventualmente ingiuriati, diffamati, offesi. E può farlo con il suo ordinario apparato punitivo.

b) Editori e Tycoon dell’informazione. Il problema con il cosiddetto “Quarto (e Quinto?) Potere” (che, secondo Edmund Burke, è “molto più importante rispetto a tutti gli altri”) diventa veramente spinoso.

E’ qui, infatti, che casca l’asino della libertà di stampa nelle liberal-democrazie odierne. I mass-media cosiddetti tradizionali si trovano in queste condizioni: quanto alla stampa, la proprietà è in mani private che hanno costante bisogno di aiuto dei poteri pubblici (con sostegni a fondo perduto all’editoria) e delle banche (con prestiti o acquisizione diretta di quote azionarie) per sopravvivere;  quanto alla radio e alla televisione, la proprietà è in mani private che hanno le stesse necessità dei giornali, quotidiani e periodici, o in mano di strutture cosiddette pubbliche che svolgono lo stesso ruolo che svolgeva la PRAVDA nel regime sovietico o il Popolo d’Italia in quello fascista: fanno da cinghia di trasmissione ai cittadini delle notizie che l’establishmentpolitico (Parlamento e Governo) gradisce che siano diffuse a difesa (e a pretesa gloria) del proprio operato.

Ovviamente, sulle colonne della stampa e nelle trasmissioni televisive (talk show, interviste, commenti) sono chiamati unicamente personaggi non invisi al pensiero dominante che, guarda caso, è quello gradito agli “sponsor” dell’informazione, che sono, in buona sostanza, anche i sostenitori del potere politico prevalente e meno “ribelle”: i poteri finanziari e della grande industria.

Gridare: al lupo! al lupo! oggi che nessun organo pubblico intende minimamente attentare alla libertà di stampa con provvedimenti restrittivi dell’attività editoriale e televisiva. Potrebbe sembrare un fuor d’opera se non addirittura un vaniloquio, se non vi fosse il sospetto che si voglia parlare a suocera perché nuora intenda (o viceversa).

Sta di fatto che, secondo alcuni “guardiani del faro della libertà di stampa” il pericolo per editori, stampatori, tycoon radiotelevisivi sta nella crescita del Web,dei social, e delle voci libere che si diffondono attraverso il digitale (i cellulari stanno diventando un potente mezzo di diffusione di idee non filtrate dai proprietari e gestori di mass-mediatradizionali) e il rischio concreto è che si affievolisca o non giunga più a destinazione “la voce del padrone”.

In buona sostanza, si vorrebbe difendere la libertà di stampa non dei cittadini ma quella degli editori tradizionali e dei tycoon televisivi, così come s’ è venuta configurando grazie al malgoverno dei politici.  Difendere, in altri termini, la libertà di parola…niente di meno che  imbavagliando i cittadini, che non hanno “accesso” né alla rete televisiva né a quella della carta stampata e che si esprimono unicamente sul network di Internet.

Non è unsa cosa di poco conto. Si tratta di una battaglia colossale contro le voci libere della Rete Internet che vede impegnati i big dell’informazione tradizionale, gli gnomi di Wall Street e della City, i politici e i tecnocrati protetti e favoriti da tali poteri, gli intellettuali che come ho già scritto in altra mia nota (mi cito, citando Carducci) “tirano quattro paghe per il lesso” da giornali e televisioni; il tutto nel silenzio assordante di una borghesia in ben altre faccende affacendata.

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