Certamente, l’effetto più deleterio del “decennio nero”, con la responsabilità del tutto paritaria del Centro-Destra e del Centro-Sinistra (al governo, in sequenza successiva, della cosiddetta Seconda Repubblica) è stato quello di privare i cittadini italiani del loro diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, obbligandoli, invece, a votare per quelli selezionati dai leaderdei partiti sulla base della “fedeltà” al Capoe non delle competenze e ipotizzate capacità legislative.

Non è stato, però, il solo risultato negativo e terribilmente nocivo.

L’altro, soltanto indiretto e forse inevitabile a quel momento, è il marasma in cui siamo piombati dopo le elezioni del 4 marzo 2018.

L’ansia, l’angoscia, la preoccupazione di doverci liberare, al più presto, dalla presenza degli uomini politici responsabili dei nostri anni politicamente più bui (e sostanzialmente più tristi) hanno spinto la maggioranza degli Italiani ad avere fiducia anche in molti “dilettanti” della politica – come li definisce il titolo di un libro – sperando che avrebbero fatto meglio. La fiducia è stata solo parzialmente tradita, perché, in realtà, qualcosa di positivo quel voto l’ha prodotto.

Sono scomparsi o usciti fortemente ridimensionati i pericolosi “guasconi” del “decennio nero”.

E ciò che più conta, sul piano dell’immigrazione selvaggia (che stava distruggendo le basi della nostra convivenza, pacifica e civile, faticosamente raggiunta dopo anni di conflitti interni) è stato posto un deciso e risoluto alt ai flussi provenienti dall’Africa centrale e settentrionale; alt, ben visto dalla stragrande maggioranza degli Italiani.

Anche sul piano della nostra posizione verso l’Unione Europea si è posto un altrettanto salutare stop al succubismo (o almeno alla subalternità) dell’Italia nei confronti della Merkel e di Macron, interpreti fedeli e talora ostentamente protervi della linea dettata dagli gnomi delle Banche.

Qui, però, ci si è fermati. Non è stata seguita, in coerenza con le citate premesse, la linea di revisione liberale, di cui ho parlato più volte su questo giornale, riferendola, com’era giusto che fosse, ai due Paesi Anglosassoni; una linea favorevole alla ripresa della produzione di beni, materiali e immateriali, e, nel contempo, di netta chiusura al capitalismo monetario perseguito dagli Istituti finanziari e di credito, anche attraverso i tecnocrati bancari di Bruxelles.

Perché a un avvio così promettente ha fatto seguito l’immobilismo più ostinato?

La “panne” è derivata, a mio giudizio, dalla presenza al governo, dimostratasi chiara e palese dopo il 4 marzo 2018, degli ultimi residui in Europa di quella Sinistra che è in rotta e in debàcle dovunque ma che, in Italia, dopo il tonfo di quella tradizionale, ha avuto la furbizia di ripresentarsi sotto mentite spoglie, ingannando gli Italiani, tra i quali il sottoscritto, su un promesso cambiamento di metodi e stile di governo.

In realtà, nulla di tutto ciò si è verificato e, in più, il disegno (che sarebbe stato conseguente alla presa di coscienza del servaggio dei burocrati Europei rispetto ai monetaristi di Wall Street e della City) di rivedere i meccanismi della cosiddetta “austerità” (necessaria a garantire Banche in deficit per prestiti fatti a imprese claudicanti e organizzazioni, cosiddette “umanitarie” del traffico umano migratorio), di alleggerire la pressione fiscale con una flat-taxper tutti al fine di favorire i consumi, gli investimenti e, quindi, la crescita dell’economia nazionale può considerarsi già naufragato, dopo pochi mesi di governo, proprio a causa del sinistrismo “penta-stellato”.

Basta leggere i giornali e ascoltare le news nelle televisioni di giornalisti, ovviamente gongolanti, per rendersene conto.

Perché avviene tutto ciò che, alla lunga, potrà logorare anche chi si prefigurava uno scenario diverso?

Giovani di neppure goliardica formazione e di improvvisate o mal digerite letture di articoli politici di giornali e televisioni, non a caso, però, in mano dei poteri finanziari, hanno riproposto agli Italiani non più il “sole dell’avvenire”, malamente tramontato dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’adesione al “Mercato” di Russia, Cina e da ultima Cuba, ma il più modesto “sogno” delle socialdemocrazie scandinave.

E ciò, proprio nel momento in cui queste ultime stanno subendo in quei Paesi ripetute sconfitte, a seguito e a causa di quegli stessi marchingegni che i nostri “comunistelli di sacrestia”, probabilmente, però, non privi di misteriose e occulte protezioni, vogliono far balenare agli occhi degli Italiani come rimedio ai nostri mali; proprio come quell’Emmanuel Macron, “l’uomo nuovo” della gauche gallica, misteriosamente “catapultato” alla guida della Francia. Anche il giovane Presidente della Repubblica Francese propone qualcosa di analogo al confuso reddito di cittadinanza dei “penta-stellati”.

La verità è che non si può ipotizzare una ripresa della nostra economia senza rompere definitivamente i ponti, come hanno saputo fare Donald Trump in Nord-America e Teresa May in Gran Bretagna, con una visione meramente monetaria del capitalismo e con una visione puramente economica, della stessa natura finanziaria, dell’Unione Europea. L’iperliberismo e la globalizzazione stanno portando a morte l’economia liberale capitalistica tout court, proprio dopo il crollo del suo storico avversario, il social-comunismo.

Tornando, però, ai più circoscritti problemi del Bel Paese, i giovani di belle speranze che lo co-governano dovrebbero rendersi conto che non ci si può opporre a ogni investimento per demagogia pauperistica e per facile propaganda “buonista”, tipiche della vecchia Sinistra.

Il tentativo dell’accoppiata Di Maio-Renzi è fallita (con sofferenza e rinuncia ai suoi propositi rivoluzionari anche de “Il fatto quotidiano”), ma il bipolarismo Di Maio-Salvini finirà con l’essere ugualmente pernicioso per l’Italia, se non si corre, immediatamente, ai ripari.

Un carro tirato in direzioni opposte non riesce a muoversi e resta fermo nel punto in cui si trova.

Domanda: Occorre andare, nuovamente, alle urne per non perdere i “punti” che il Paese ha acquisito verso l’Unione Europea e alcuni Stati-membri particolarmente ostili?

Con il Rosatellum e con i vincoli di coalizione che esso propone, sarebbe del tutto inutile.

Diversa cosa sarebbe andarci con una legge elettorale che dia nuovamente pienezza ai diritti politici dei cittadini, consentendo loro di fare delle scelte, augurabilmente oculate, ma comunque non condizionate e che liberi tutti i parti dai “lacci e lacciuoli” di incongrue alleanze elettorali.

Sistema proporzionale di lista, puro e senza incostituzionali premi di maggioranza e/o coalizioni innaturali e paralizzanti oppure Sistema maggioritario a collegi uninominali: vanno bene entrambi.

Ciò che sarebbe necessario è rinunciare all’italica furbizia di fare calcoli e previsioni a vantaggio di questa o quella forza politica nei caffè dello sportdella vasta provincia italiana, affollata di politicanti da dozzina.

Comunque sia, non c’è tempo da perdere, per la riforma del sistema elettorale. Gli Italiani appaiono già sufficientemente stufi di uno snervante “tira e molla” dagli effetti perversi e nocivi. E i nostri avversari stranieri potrebbero profittare della situazione di stallo per prendere fiato e riprendere a “bacchettarci”; vogliono, però, essere messi di fronte ad alternative politiche ben precise, così come avviene nel resto dei Paesi evoluti e civili, con il rifiuto di alleanze elettorali e di iniziative politiche che si bloccano a vicenda.

 

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