La sinistra c’è, ma non piace più.

Ad aver voltato le spalle all’area che viene definita pogressista sono i ceti popolari, storicamente vicini alle forze politiche di matrice socialista. Per lunghi anni il faro illuminante della classe operaia e di una parte della borghesia è stato il Partito Comunista Italiano la cui eredità si è progressivamente smarrita per ovvie ragioni storiche che ne hanno decretato la scomparsa.

A partire dagli anni Novanta molto è cambiato, la sinistra ha gradualmente perso il proprio orizzonte, instradandosi in percorsi nuovi ed inesplorati che ne hanno causato una lenta perdita di identità.

Ora pare navigare a vista ostentando esclusivamente una frustrata vocazione governativa.

Prima ancora della caduta del Muro di Berlino il PSI e il PSDI avevano colto la necessità di guardare oltre e avanti con l’obiettivo di superare l’impostazione voluta dai “cugini” comunisti: strategia vincente in particolare per il partito del Garofano che per anni ha guidato il Paese e molti Enti locali.

La vera diaspora valoriale e di appertenenza ideale ha riguardato, invece, l’ex PCI e le sue evoluzioni PDS, DS, ora PD.

Il centrosinistra attuale, nelle sue plurime e diverse sfaccettature, appare lontano, distante dalle concrete esigenze dei cittadini. I dati elettorali dimostrano in maniera chiara che i residenti dei quartieri popolari solo marginalmente votano a favore di PD e soci, paradossalmente preferendo formazioni che vengono definite semplicisticamente e forse anche spregiativamente “sovraniste” e “populiste” (sarebbe opportuno definirle popolari considerato i voti che riescono ad ottenere).

Il tradimento del popolo ha sancito in maniera incontrovertibile una sempre più marcata distanza tra la sinistra e il proprio bacino elettorale e sentimentale di riferimento. In sostanza, i cittadini economicamente meno agiati si sono allontanati dalle forze a loro tradizionalmente vicine evidenziando con ciò un’interruzione brusca del credito per anni concesso.

Al mutare delle esigenze e della società sono mutate anche le preferenze elettorali.

I nipoti del PCI scontano il fatto che hanno vissuto per troppo tempo con un complesso di superiorità rispetto alle altre forze in campo: convinzione avvalorata da uno stuolo di intellettuali che hanno sempre preferito dividere la società in buoni e cattivi, assommando dalla loro parte gli elementi positivi e lasciando agli altri quelli negativi.

Insomma la sinistra a rappresentare il bene, il progresso, la tutela dei diritti, la legalità. Gli altri il male, il malaffare, la corruzione, la rozzezza, l’incultura.

Un’interpretazione evidentemente errata che con il trascorrere del tempo ha inaugurato stagioni di cocenti sconfitte e crescenti dispiaceri.

Questo narcisismo ha molto danneggiato chi ha continuato a specchiarsi in maniera autoreferenziale, piuttosto che osservare la realtà interpretandone i cambiamenti.

Da qui il fatto che gli elettori percepiscono il PD come un partito espressione delle elite, dell’establishment più pronto a tutelare gli interessi di potentati economici di tipo industriale e bancario piuttosto che il ceto medio divenuto nuovo proletariato urbano. Uno scollamento che dovrebbe indurre la classe dirigente dei partiti dell’area progressista a compiere serie e costruttive autocritiche nel tentativo di capire perchè è in atto un’emorragia di consenso che si sta trasformando in un definitivo allontanamento della propria base con la conseguenza di una costante perdita di voti.

Un’operazione verità che ancora oggi non pare sia iniziata lasciando campo aperto agli avversari che potranno fallire solo per proprie incapacità, non certo per merito di chi annaspa camminando lungo sentieri poco illuminati.

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here