Si dice, comunemente, che i giovani di oggi non amano la cultura: leggono poco (o niente), ignorano le opere filosofiche, trascurano gli scritti sociologici, evitano i romanzi di un certo impegno e i componimenti poetici. Si aggiunge, con malcelato disprezzo, che preferiscono il “nozionismo” di internet agli approfondimenti elaborati e corposi  di docenti accademici e cattedratici di ogni provenienza o scuola.

La mia voce è fuori dal coro. Almeno per capire i fatti della Politica e della Storia, la scelta delle nuove generazioni non mi sembra sbagliata.  E’ più giusto, per tutti,  apprendere da Wikipedia o da altra fonte on line i dati certi e oggettivamente documentati di queste due discipline, anche se ridotti all’essenziale, e farsi, poi, un’idea propria degli eventi e dei loro protagonisti;  senza lasciarsi fuorviare e condizionare da giudizi, pregiudizi e preconcetti di cosiddetti “studiosi”, troppo spesso influenzati da culture religiose o filosofiche, assolutistiche e dogmatiche che impediscono di avere una visione esatta della realtà.

Condivido tale atteggiamento dei giovani che può definirsi “Tucidideo”. Come lo storico greco rifiutava ogni interesse per il mito e si atteneva unicamente ai pragmata, i fatti realmente accaduti e verificati (perché direttamente vissuti o rigorosamente documentati) così le nuove generazioni sembrano contrarie a nutrirsi di visioni fantasiose o a condividere interpretazioni molto soggettive  della realtà. Fuori dai confini esplicitamente dichiarati come immaginari della fiction, la ricerca di una verità non condizionata da atti di fede è fondamentale. Una cosa, infatti, è divertirsi ai versi omerici che raccontano l’avversione di Nettuno (sempre pronto a “le orribili acque ad increspar con il fiato” per provocare i naufragi ripetuti di Ulisse), altra cosa è apprendere, secondo i seriosi canoni della storiografia cristiana, che lo Spirito Santo scese dal Regno dei Cieli in Vaticano per fare eleggere Papa Borgia rappresentante di Dio sulla Terra.

I giovani hanno capito, più delle generazioni precedenti, che liberarsi, non solo dai paraocchi della fede ma dai fumi ottundenti delle due ideologie che gli  intellettuali del “secolo breve”, volontariamente o inconsapevolmente, si sono imposti, è molto, molto difficile, se non addirittura impossibile.

Le voluminose opere che affollano gli scaffali di biblioteche pubbliche e private e che si vorrebbero imporre alla lettura dei nostri discendenti contengono non solo il racconto di magiche epopee della Provvidenza ma anche le visioni encomiastiche, se non entusiastiche, delle due aberrazioni mentali che hanno caratterizzato quell’epoca: il fascismo e il comunismo. Fior di giornalisti, di opinionisti, di scrittori, di sociologi hanno glorificato, in tempi ovviamente successivi, l’uno e l’altro sistema di governo, pronti a rinnegarli entrambi dopo il crollo.

Consigliare ai giovani di leggere i paludati testi di quei luminari, stracolmi di note dotte e ricercate, che raccontano quegli eventi e li giudicano positivamente (per poi, magari, correggere il loro punto di vista  re melius perpensa) non mi sembra cosa saggia ed istruttiva.

Da studente  attento e diligente, ho appreso dai miei docenti di storia (e non v’era mai disaccordo tra di loro) che il Risorgimento italiano era stato un momento di gloria nazionale e aveva costituito una pagina meravigliosa della Storia del Bel Paese: oggi, dopo la scoperta di importanti documenti segreti, custoditi negli archivi inglesi e resi pubblici, più di uno storico  ci avverte di non credere a tale “leggenda da strapaese”. Le guerre cosiddette d’indipendenza sono state di ben altra “pasta” aggressiva e non valeva la pena di raccontarle nella loro cruda verità, unicamente per “carità di patria”.

*

In realtà, il crollo rovinoso delle due atroci dittature del “secolo breve” avrebbe potuto determinare la fine dell’influsso nefasto dei cosiddetti “intellettuali” e compunti “studiosi” della storia, ritenuta “illuminata” dai due miti ideologici del secolo breve. Dopo tutto, il “sole dell’avvenire” era tramontato prima di sorgere non solo nell’orizzonte del nostro Paese ma su tutto il Pianeta. E le strane predilezioni di un Dio, improbabili più che capricciose, in favore di alcuni popoli anzi che di altri si erano dimostrate una vera “bufala”: propri i popoli cosiddetti “eletti” erano usciti con le ossa rotte dalla guerra.

Ed, invece, non è andata così. I seguaci delle contrapposte ideologie post-hegeliane si sono riversati nei due schieramenti del post-liberalismo, oggi, in conflitto.

Gli orfani del comunismo nostrano sono entrati in folte schiere tra i “fanatici” del capitalismo monetario degli gnomi di Wall Streete della City: continuano a diffondere, con la stessa sicumera di prima, nobili messaggi di riscatto dal pauperismo delle popolazioni alle prese con una mancata crescita produttiva, tormentate dall’obbligo di dovere ripianare con gli introti delle imposte i deficit delle banche che fanno mutui a imprese claudicanti  e di dover pagare le spese per fare entrare in Italia nuovi schiavi a basso costo.

Il lavoro in tale direzione di questi nuovi “comunistelli di sacrestia” assicura prospera sopravvivenza agli istituti del credito e alle organizzazioni, laiche e religiose, sedicenti “benefiche”, così come la loro fede nell’uguaglianza futura aveva assicurato un ricco presente ai funzionari delle Nomenklature dei vari Partiti comunisti al potere (unico o condiviso).

I nostalgici del coltello tra i denti e della difesa della Patria come sacro dovere del cittadino sono diventati, invece, fautori della ripresa di un capitalismo onni-produttivo su base nazionale e della salvaguardia della pace e della tranquillità sociale raggiunta da collettività autoctone e/o bene integrate dopo decenni di comune convivenza. Hanno scelto, a mio giudizio, una causa giusta, indebolendola con la loro presenza illiberale e le opinioni retrograde in materia di diritti civili.

A questo punto, è lecita la domanda: possibile che non vi siano persone colte e preparate che rifiutino di schierarsi da una parte o dall’altra?

Vi sono, ma sono poche e tocca scovarle con la lanterna di Diogene.

Negli ultimi anni, la gente ha continuato a credere, e forse non a torto, che soltanto l’essere “di sinistra” poteva ancora garantire il titolo di “intellettuale” e l’accesso negli ambulacri dell’accademia e nei salotti radical chic.

D’altronde “essere di sinistra” non significava per niente continuare a professare idee comuniste. Lo aveva detto bene Vittorio Caprioli già in un film del 1961 “Leoni al sole”(Dici di essere di sinistra, ma che significa? chiedeva un amico del protagonista in una scena della pellicola, aggiungendo: insomma, sei comunista o socialista? E lui, imperterrito, rispondeva: Sono di sinistra e basta!).

Certo, il crollo del mito bolscevico ha colto di sorpresa molti luminari e giornalisti di acquisita fama, ma non ha suggerito ai malcapitati di fare marcia indietro (anche, perché gli esempi che potevano trovare a destra non erano migliori).

Consigliare, d’altronde, di abbracciare un pensiero libero e non condizionato da fedi non è mai stato agevole in un Paese che per un secolo circa era stato diviso tra cattolici, comunisti e fascisti e per due millenni in balia di Papa-Re, tiranni, monarchi assoluti, duchi e arciduchi e via dicendo.

Quindi (oltre a quelli che scrivevano per prendere la “paga per il lesso” dopo che la socialdemocrazia occidentale era stata catturata dal potere delle banche che sorreggevano gli editori e i tycoon televisivi), la stragrande maggioranza degli scrittori, filosofi, sociologi, romanzieri e poeti, anche in buona fede, non ha capito ciò che avveniva intorno a essa e ha continuato a girare nel vuoto di  pensieri astratti e confusi.

Ha denunciato il fenomeno dell’agonia e della ingloriosa fine di una accettabile  vita civile e sociale  nelle maggiori e più consolidate democrazie occidentali, ma l’avvertimento è stato il classico pianto delle “menti belle”, intriso di compiaciuto spleenletterario, raffinato, rarefatto  e prezioso  che accompagna sempre le elucubrazioni astratte e i piagnistei accorati  degli “studiosi” sul destino tragico e comune del mondo, gravido di tristezza, di cupezza, di preoccupazioni cui non si sanno dare risposte. Questi corifei dell’umanitarismo dalle lacrime facili non si spiegano perché la gente sembra felice e soddisfatta di frequentare i centri commerciali, magari pure di domenica, e ci descrivono masse alienate e sofferenti a causa del trionfo del consumismo che le allontana dai piaceri mistici e spirituali.

Nelle loro descrizioni sofferte si tratta di moltitudini che ambiscono a ritornare nel grembo materno o a godere nuovamente di una tranquilla vita tribale.

Chi scrive tali dolorose amenità intende solo suscitare emozioni, possibilmente squassanti, nel lettore, per avere la riprova delle proprie qualità affabulatorie.

Il fine, però, più riposto e importante di un atteggiamento di tal genere, lungi dall’indurre “resistenza all’onda d’urto del proprio tempo” è di raggiungere altri effetti: come quello, per esempio, di distrarre la gente da ogni attenzione alle malefatte di chi, invece, pensa ad arricchirsi oltre misura con traffici del credito e di nuovi schiavi a bassa paga.

La massa si lascia docilmente condurre dalla mano esperta di chi dichiare di conoscere i meandri più oscuri dell’inconscio; accetta l’invito implicito o alla rassegnazione per un “destino cinico e baro”, gravido di tristezza, cupezza, preoccupazione, livore ma frutto di un invincibile “spirito del tempo” o alla condivisione di nuove utopie riequilibratrici.

*

Soltanto gli amici conservatori di Teresa May e, poi, Donald Trump hanno agito per porre un altal declino già in fase avanzata; ancora una volta dimostrando come la necessità di uomini politici che “operano” sia più importante dei tanti intellettuali che farneticano, compiaciuti, nei loro “magnificati” raduni per costruire il “nulla”. Avvenne con Churchill quando l’infatuazione per Hitler stava contaminando anche la Corte Inglese, sta avvenendo oggi con  May e Trump. Questi due statisti si rifiutano di condividere con Bauman l’idea secondo cui la “modernità” sarebbe divenuta “liquida” e che non vi sarebbero “cancelli per fermare l’acqua”, per cui è meglio lasciarla entrare e restarne travolti. Hanno capito che a dispetto delle chilometriche pagine scritte da pensatori, scrittori, filosofi e sociologi, dei risultati dei loro incontri, dibattiti e convegni fumosi o pirotecnici,  una modernità restava ben solida: quella degli gnomi di Wall Streete della City. Una “modernità solida” che, dall’alto della sua posizione, non temeva i migranti e che quando faceva turismo si muoveva con la stessa opulenza dei viaggiatori del Grand Tour.

May e Trump hanno capito non solo tutto ciò ma anche che ipunti di crisi della dottrina liberale sono due:  quella del libero scambio delle merci e quella della libera trasmigrazione della gente da un luogo all’altro del Pianeta. Si tratta di risvolti economici di una “dottrina” che resta “politica”: modificabile, cioè, in relazione alle esigenze della polis. Non si tratta di un’ideologia filosofica con i suoi assiomi dogmatici e sacri principi ritenuti “intoccabili”.

E grazie a loro e a chi li seguirà in Europa, qualcosa potrà cambiare, togliendo spazio agli elegiaci, tristi e malinconici cantori, in versi e in prosa, del tragico destino umano e del disastro universale, liquidi o solidi che siano.

 

 

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here