La “tempesta” provocata dalla pubblicazione della telefonata di Casalino sui propositi di “vendetta” del governo contro i dirigenti del MEF ha suscitato diversi tipi di reazioni.

La prima (stile ombrellone a Capalbio): come si permettono questi populisti rozzi ed ignoranti di criticare dei Tecnici, Esperti, Laureati e (per lo più) Nominati da noi? Se sono arrivati lì vuol dire che sono superiori, e gli inferiori hanno il dovere di credere, obbedire e pagare.

L’altra, più seria, tira in ballo la funzione della burocrazia e la distinzione tra potere burocratico e potere politico, garanzie (e doveri) del primo e così via.

Tutte cose (ed esigenze) consustanziali allo Stato moderno, il quale che sia democratico, monarchico, fascista o comunista è comunque sempre burocratico. È la burocrazia la costante principale (e trasversale) dello Stato moderno, come esposto oltre un secolo orsono da Max Weber.

Nello Stato democratico-liberale, al quale sono connaturali sia la selezione democratica dei governanti, sia le garanzie istituzionali degli apparati pubblici – ossia (anche) della burocrazia – chi esercita funzioni pubbliche appartiene all’una o all’altra categoria, le cui scriminanti essenziali (tra funzionario “politico” e burocrate) sono: funzione e carattere politico dell’uno e “neutro” dell’altro; e come connotato determinante l’essere scelti in base all’esito della lotta per il potere (quindi non necessariamente “esperti”) il primo, l’altro di essere estraneo alla lotta per il potere ed “esperto”. Cui corrisponde che mentre gli uni hanno competenze universali o comunque estese (v. il Parlamento; il governo, e, a scendere, i ministri), gli altri ne posseggono di limitate e specifiche (come le attribuzioni delle direzioni generali, e delle altre articolazioni dell’organizzazione amministrativa).

Dato però il principio democratico, è il potere politico ad attribuire le funzioni, almeno all’alta burocrazia, nominando agli uffici i titolari; i punti di contatto (e di frizione) quindi esistono e sono di fatto ineliminabili, a meno di compromettere da un lato il carattere democratico dello Stato, dall’altro la “neutralità” della burocrazia. Resta il fatto che, pur con tutte le garanzie istituzionali messe in opera dalle Costituzioni liberali, il rapporto tra i primi ed i secondi resta da un lato subordinato e dall’altro fiduciario.

Se però invece che subordinato divenisse coordinato (senza poteri di indirizzo e comando dei politici sui burocrati) lo Stato democratico perderebbe o ridurrebbe il proprio connotato fondamentale: la burocrazia non sarebbe servente, ma diverrebbe co-governante. Assumendo così un ruolo politico che contrasta con la propria (spesso inesistente ma prescritta) neutralità, oltre che col principio democratico.

Per cui la telefonata di Casalino può scandalizzare solo le zitelle di Capalbio: la burocrazia esegue e non governa perché è neutrale, subordinata e fruisce delle garanzie istituzionali. Se qualcuno non esegue è nell’ordine delle cose che debba essere messo alla porta.

A maggior ragione poi, quando, come dice il portavoce nella “celebre” telefonata, questi grand commis, sono stati nominati al loro posto da decenni; quindi dai partiti dell’ancien régime, onde è probabile che per formazione e devozione siano orientati a soluzioni diverse – e spesso opposte – a quelle sostenute da forze di governo accomunate dall’essere state sempre (i grillini) o da parecchi anni (i leghisti) all’opposizione. Che poi, data la nomina e la permanenza, i suddetti alti papaveri siano corresponsabili (in parte, forse non la maggiore) dello sfascio economico dell’Italia, che negli ultimi vent’anni è l’ultimo paese – per crescita economica dell’UE è assai più che un sospetto. Quindi è lecito pensare che al Ministero dell’economia i suddetti Tecnici devono aver “collaborato” a tale pessimo risultato e per questo non siano i migliori possibili.

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