Nella “giungla” finanziaria del globo terrestre, il cibo prediletto (e, al tempo stesso, essenziale) dei “banchiero-sauri” (mi si perdoni l’orrendo neologismo!) affamati di denaro sono le industrie manifatturiere in difficoltà (di sopravvivenza o di crescita).

In altre parole e in alternativa: a) o le imprese di Paesi evoluti, come quelli dell’Unione Europea, dove il costo della mano d’opera, divenuto troppo alto, le rende zoppicanti per difficoltà competitive;  b) o quelle di Paesi in fase di sviluppo, come le nazioni emergenti e da poco entrate nel sistema industriale, dove  la crescita economica e produttiva è resa difficile da condizioni ambientali, da scarsità di materie prime (da reperire sul Mercato a prezzi alti), o da scarsa qualificazione della mano d’opera (oltretutto disamorata e scontenta perché mal retribuita).

In entrambi i casi, il sostegno monetario, concesso con prestiti e mutui di vario genere, è indispensabile: a) o per continuare a “sopravvivere”, sia pure soltanto  “vivacchiando”, b) o per progredire e alzare il livello produttivo, sia su piano quantitativo che qualitativo.

La “dipendenza” delle industrie del secondo e del terzo mondo dal sistema creditizio mondiale rende oggettivamente diversa la loro condizione produttiva da quella  del primo mondo, post-industriale (dei Bill Gates, degli Steve Jobs e successori, degli Zuckerberg, per intendersi), riconducibile ai soli due grandi Paesi Anglosassoni: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America, dove la creazione di beni immateriali e l’esercizio di servizi super-efficienti, fa veleggiare “alla grande” le imprese che vi si dedicano e consente loro di fare da traino al resto della produzione industriale. E ciò, beneficiando del vento in poppa dell’alta tecnologia.

Tale premessa mi è sembrata necessaria per esaminare il contenuto dell’articolo di Alberto Alesina, sul Corriere della sera del 25 settembre 2018, dal titolo: Sorpresa, l’Europa non è poi così divisa, che auspica la trasformazione dell’attuale Unione in una Federazione politica comune degli Stati del vecchio Continente.

Dopo tutto, osserva l’articolista, le differenze di vedute tra i Paesi Europei non sono diverse da quelle tra gli Stati americani o tra le Regioni italiane o tra i Lander tedeschi.

I conflitti relativi possono sempre essere risolti senza spaccare o smembrare l’unità di una Nazione.

Un organismo politico di governo i cui membri non si sentano rappresentanti del loro Paese ma parte integrante di un’unione che va al di là dei singoli Paesi e difende interessi comuni potrebbe evitare (se non la fine, pur da molti temuta) una significativa retromarcia del progetto di comunità europea alle elezioni del prossimo marzo.

Il ragionamento di Alesina non fa una piega e corrisponde all’idea di Unione Europea coltivata, magari in segreto, dai Padri Fondatori della Comunità, nei lontani anni del secondo dopoguerra mondiale.

Il problema è che il progetto troverebbe ostacoli non nei singoli Paesi della costituenda Federazione politica ma nei “dinosauri” della Finanza mondiale che si vedrebbero tolto, per così dire “il cibo dalla bocca”. Oggi il terreno di pascolo più ricco per gli Istituti di credito è proprio l’Unione Europea, sostanzialmente governata da banchieri e bancari, che sono oltremodo  graditi agli establishment (almeno quelli che diventano succubi dell’Alta Finanza) e sono  inviati, su loro input,  a Bruxelles dai Paesi membri.

Le Banche concedono i loro mutui a imprese industriali  manifatturiere, necessariamente zoppicanti (per l’alto costo del lavoro e del welfare) con la certezza assoluta che, in forza delle regole costrittive imposte, in forza di trattati (solo sulla carta rinegoziabili) dall’Unione (l’”aurea” regola del pareggio di bilancio e il blocco dello sforamento al 3% rappresentano la ciliegina sulla torta) gli Stati devono tenere sempre a disposizione una riserva di denaro dei contribuenti, necessaria per sanare l’eventuale deficit derivante da crediti non riscossi.

Quelle stesse regole, inoltre, offrono un’ulteriore stampella alle imprese europee non più competitive,  imponendo agli Stati membri di far gravare, sempre  sul bilancio pubblico (e quindi ancora una volta sulle spalle dei contribuenti), le spese occorrenti per l’accoglienza di immigrati  (che, grazie a scafisti e caporali, possono essere impiegati in lavori, agricoli o industriali, a bassa paga).

Anche qui lo scopo è bene evidente: aiutare le imprese claudicanti con mano d’opera conveniente perché possano camminare sia pure zoppicando ed essere, soprattutto, in grado di chiedere prestiti alle Banche.

Se così stanno le cose è più che naturale la domanda: Vorranno mai i super ricchi esponenti del capitalismo finanziario, albergati nei sontuosi edifici di Wall Street e della City, proprietari di quasi tutto il sistema mass-mediatico occidentale, gestori delle fortune politiche dei movimenti politici di sinistra (trovatisi con il deretano sulla terra dopo il crollo dello sponsor bolscevico e dell’ideologia marxista e ansiosi di ritrovare un ruolo che consenta loro di attingere al vecchio bagaglio di idee buoniste e universalistiche), perdere la “preda europea”, attualmente nelle salde mani di loro emissari, banchieri e bancari?

E ciò, a quale fine?

Quello di vederla affidata in mano di uomini politici che potrebbero avere anche le idee autonome e poco controllabili di una Teresa May o di un Donald Trump?

L’Europa, come nota Alesina, è meno divisa di quanto sembri e con leader politici liberi, autonomi e indipendenti dalle centrali finanziarie del Pianeta potrebbe aspirare a costituire un’unità politica analoga a quella degli Stati Uniti d’America.

Ma quanto bisognerà attendere prima che gli attuali capi politici  della socialdemocrazia (per così dire: “cristiano o protestante sociale”) ancora al governo  delle Nazioni Europee tolgano il disturbo, guadagnandosi qualche posto di consulente in un buon Istituto bancario?

L’esempio di Tony Blair potrebbe essere illuminante!

 

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