L’economia, come riflesso fisiologico, ha sempre influenzato la politica. Nel novecento un florido cinquantennio di continuo progresso, in cui l’orizzonte del benessere era a portata di mano, ha determinato in tutto il mondo occidentale il più lungo periodo di stabilità politica e di pace, dopo una precedente metà del secolo, che invece era stata dominata da conflitti armati, orrori e dittature. La successiva fase segnata dalla guerra fredda servì a rafforzare nel mondo occidentale un clima di ottimismo, agevolato dallo spettacolo deprimente delle condizioni di vita delle nazioni europee cadute sotto il dominio sovietico o nella sua sfera d’influenza.
Due infarti dell’economia mondiale nell’ultimo decennio, (fallimento Lehman e choc della Grecia con conseguente crisi dell’euro) paradossalmente, hanno inciso in modo più profondo sotto il profilo politico che sotto quello meramente economico. Grandi iniezioni di capitali da parte delle Banche Centrali, infatti, hanno consentito una diffusa ripresa del tasso di crescita, rivelatasi più solida negli USA, mentre è stata fragile in Europa e ancor più in Italia. Tuttavia la delusione per la caduta della speranza di uno sviluppo senza confini e la impreparazione ad un inaspettato e generalizzato impoverimento, ha determinato, sul piano politico, una vera e propria “recessione democratica”. Forse non a torto i popoli dell’Occidente hanno attribuito la responsabilità dell’imprevisto cambiamento della prospettiva per il futuro, alle classi dirigenti politiche, le quali non hanno saputo prevedere quanto sarebbe accaduto. Il fenomeno, in America, ha prodotto per reazione l’anomalia dell’elezione di un personaggio come Trump, che parlava alla pancia del Paese più profondo, impoverito dalla deindustrializzazione, mentre chi lo aveva preceduto si era concentrato sul nuovo corso di Silicon Valley e sulla finanza di Wall Street. Tuttavia l’economia statunitense sembra entrata in una solida fase espansiva, che probabilmente consentirà di superare il malessere, mentre l’Europa attraversa un momento molto critico. I Paesi dell’ex blocco sovietico, che hanno scoperto il benessere ed interpretano la democrazia in modo non sempre corretto, crescono e vanno assumendo un ruolo più significativo. Le Nazioni della parte occidentale invece sono, più o meno tutte, in fase di sofferenza. Probabilmente l’errore di consentire troppo presto l’allargamento ad Est dell’Unione, insieme alle disastrose conseguenze del referendum, respinto dal popolo francese e da quello olandese, sulla Costituzione europea firmata a Roma nel 2005, hanno avuto un’influenza molto negativa in tutto il vecchio continente nella fase più delicata del difficile processo di costruzione dell’UE. Oltre alla crisi economica, l’inatteso fenomeno di una massiccia immigrazione ed il terrorismo devastante, hanno determinato paure diffuse ed una consistente perdita di fiducia nelle Istituzioni comunitarie, come più in generale nella politica. La più vistosa conseguenza è stata quella di un vero e proprio “collasso di democrazia”, che ha visto l’Italia come il punto più debole del sistema, perché già provata dai gravi effetti del crollo improvviso della cosiddetta Prima Repubblica con il connesso fenomeno giustizialista, cui, successivamente, si è aggiunta la delusione per la inconsistenza politica della Seconda.
Tutto questo ha dato luogo ad una pericolosissima fase del tutti contro tutti, che vede protagonista una inadeguata classe politica, insensibile al dovere di proteggere le Istituzioni. Essa riceve inoltre il sostegno di una stampa irresponsabile ed opportunista, a volte persino servile, per altro in un contesto reso più confuso dall’anarchia della rete e dalla nascita e sviluppo improvviso di partiti senza storia e cultura alla spalle, pronti a cavalcare in modo irresponsabile la delusione popolare, alimentandola fino a farla diventare sordo rancore verso una generica casta, cui attribuire tutte le colpe. Tale ondata di furore si è evidenziata nell’irrazionale crociata contro i vitalizi degli ex parlamentari, che ha trovato come protagonista il movimento Cinque Stelle con la ottusa connivenza della Lega. Il reale, unico obiettivo era quello di trovare ad ogni costo un capro espiatorio da dare in pasto ad un’opinione pubblica assetata di vendetta.
Lo spettacolo indecente al quale stiamo assistendo è la conseguenza diretta ed inevitabile della morte di una democrazia, già malata e prelude al rischio di una possibile, progressiva perdita della libertà. Una politica senza valori irrinunciabili, senza identità precise, senza visioni contrapposte della società del domani, è solo potere, demagogia, pericolosa improvvisazione. Lo dimostra la feroce, ma vittoriosa polemica dei Cinque Stelle, con la tacita acquiescenza della Lega, contro il Ministro Tria e la struttura di vertice del ministero dell’Economia, non per convincere della necessità di una qualsivoglia riforma, ma per imporre una dispersione di importanti risorse per mantenere o rafforzare il proprio consenso elettorale, attraverso una distribuzione di denaro pubblico, da reperire in deficit, senza tagliare un euro degli ingenti sprechi esistenti a carico del bilancio pubblico. Un DEF che prevede un innalzamento del rapporto deficit Pil al 2,4% ed una crescita ulteriore del mostruoso debito pubblico, comporterà uno scontro con l’Unione Europea e gravi ricadute sui mercati, (come ha dimostrato immediatamente l’andamento della Borsa) che penalizzeranno le transazioni sul debito italiano, con la conseguenza di un ulteriore innalzamento dello spread.
Fino a ieri si parlava di dilettanti al potere, oggi è più corretto usare il termine incoscienti, di fronte ad un rischio Paese che potrebbe divenire incalcolabile. Questa è la conseguenza della scomparsa dai radar di una qualsivoglia visione politica in nome del populismo, dal qualunquismo, dalla arroganza, dell’ignoranza. Di fronte a problemi complessi che non è in grado di affrontare, un Governo di incompetenti preferisce scegliere il frutto avvelenato di un pericoloso rilancio.

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