Secondo George Bernard Shaw, nella democrazia alle masse è offerta la possibilità di sostituire l’elezione di “molti” incompetenti alla nomina di “pochi” corrotti.

Il motto non sembra applicabile al caso italiano dove i due mali denunciati dal sagace e puntuto scrittore irlandese non si elidono ma si cumulano: la scelta di molti incompetenti non è mai disgiunta dalla nomina di tanti corrotti.  Il primo e il secondo male  derivano entrambi dalla mancanza di una vera cultura, libera, priva di pregiudizi e preconcetti, non condizionata da dogmi e da assiomi di varia natura, da verità incontrollabili assunte come criterio di vita.

Si dice, pure, che qualche bello spirito, straniero ma attento alla  nostra  vita politica, abbia definito l’Italia una “Repubblica anti-democratica, fondata sul lavoro (esclusivo) dei Capi partito”.

Vi è anche, poi, chi con maggiore approfondimento  e indiscutibile serietà ha sostenuto che in base alle nostre norme costituzionali e ordinarie, non c’è altra collettività organizzata nel mondo occidentale, dove la distanza tra elettori ed eletti sia così abissale (id est, spaventosamente alta) come nel Bel Paese: i due poli di ogni liberal-democrazia in Italia non s’incontrano mai in maniera libera.

In buona sostanza, in nessun Paese civile ed evoluto il popolo è costretto a “scegliere” i propri rappresentanti tra gente a esso del tutto sconosciuta e, ciò che è ancora peggio, unicamente sulla base della “propaganda” politica decisa, nel chiuso di inaccessibili stanze (di recente, di piattaforme qualificate mediatiche), dai vertici dei partiti.

In altre parole, in Italia, sia nella scelta della linea politica, sia nell’elezione di chi deve attuarla, il quisque de populo è tenuto a ubbidir tacendo, come una volta si diceva solo dell’arma dei carabinieri.

Ci si deve chiedere, allora: perché, il metodo democratico è così estraneo e lontano dal nostro costume di vita politica?

Vi sono indubbiamente ragioni storiche: il popol morto di carducciana memoria non è mai stato veramente libero da condizionamenti assolutistici e illiberali. Ha prestato ossequio a Papa-Re, a Monarchi e a Tiranni di ogni specie, ha esaltato, anzi “glorificato”, per acquisita viltà, avventurieri e predoni di una fase storica, che solo oggi comincia a essere indagata senza paraocchi; ha, persino, messe nel dimenticatoio, per suggestioni religiose, le sue origini libere e pagane greco-romane, sostituendole con quelle bigotte e costrittive di popolazioni del lontano medioriente, di ben diversa civiltà e cultura.

I suoi mali attuali, però, affondano le radici in fatti più recenti; risalenti al momento della sua pretesa rinascita a nuova vita democratica. Vediamone le ragioni.

L’articolo 49 della nostra Costituzione si dà carico di sancire che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con il predetto “metodo democratico” a determinare la politica nazionale, ma il Costituente, pure attento in altre materie a non lasciare “vuoti”, ha tralasciato poi di aggiungere  ogni, sia pur minima, regolamentazione  di come ciò debba avvenire.

In altre parole, non v’è, nel nostro ordinamento giuridico, una sola prescrizione che imponga a un movimento politico di darsi un’organizzazione interna rispondente al canone di una partecipazione veramente collettiva alla scelta di un indirizzo comune.

In assenza di tali norme, diventa del tutto nulla  la libertà di cui si dice che goda ciascun aderente a un partito: egli non concorre per niente a determinare la politica nazionale, perché non è in grado di influire, in alcun modo, sull’orientamento del proprio movimento politico, data l’assoluta inesistenza di strumenti di democrazia interna.

Né la nostra Carta fondamentale sembra porsi il problema di garantire che al momento del voto il cittadino abbia la possibilità di concorrere a determinare la politica nazionale in modo indiretto e successivo attraverso la scelta non obbligata dei propri rappresentanti in Parlamento. E invece no: l’italica plebe può solo “prendere o lasciare” i candidati che ha scelto il suo capo-partito; con un menù, per così dire, a pietanze fisse. Non ha neppure la possibilità di apporre un secco: NO sulla scheda, determinando con esso, per disposizione di legge, la ripetizione delle votazioni, in caso di dissenso dei cittadini numericamente superiore al consenso.

Pensare che in tali condizioni di mancanza di sostanziale democrazia la gente continui ad andare a votare, o sfiora l’incoscienza e la stupidità o dimostra una callidità di vedute da far paura.

In questo amaro destino, l’Italia è sola tra le liberal-democrazie occidentali.

In realtà, se si svolge un’indagine di diritto comparato, si scopre che, in genere, le Costituzioni dei Paesi democraticamente più evoluti prescrivono, in materia elettorale, taluni limiti, formali o materiali, alla potesta legislativa.

La nostra Costituzione non solo non si occupa di definire il sistema elettorale, lasciando campo libero al legislatore ordinario (che è inopinatamente indotto a favorire la maggioranza esistente in Parlamento con i meccanismi più esiziali per i diritti politici dei cittadini italiani, come ho avuto modo di ripetere più volte nelle mie note e in un mio libro, a proposito delle scelte efferate, operate dai protagonisti del “decennio nero”), ma dà prova di incomprensibile ermetismo quando all’articolo 48 si limita a stabilire che il voto è un dovere civico, personale, eguale, libero e segreto.

Tutto qui: sembra il responso di un oracolo. L’effetto di tale duplice parsimonia costituzionale è sotto gli occhi di tutti.

Il cittadino italiano, pur se s’iscrive a un partito, non soltanto non è assolutamente in grado di appellarsi a regole di democrazia interna per dire la sua opinione in fatto di orientamento politico del movimento né di scelta dei candidati (le ridicole messe in scena dei gazebi, delle cosiddette primarie, degli interpelli on line di piattaforme cosiddette mediatiche e via dicendo sono delle burle, squallidi avanspettacoli in teatrini di provincia, ma non può evitare al momento del voto, la beffa a suo danno, che in tal modo si raddoppia.

Si  accorge che è chiamato alle urne soltanto per mandare in Parlamento i nominati dal suo Capo-partito per realizzare un programma che gli è stato reso noto solo dalla propaganda.

E’ proprio soltanto una boutade quella dei belli spiriti che si è ricordata sopra? O non è piuttosto un riconoscimento agli Italiani che non c’è alcuna loro responsabilità se a governarli non arrivano fior di statisti, ma personaggetti,direbbe DeLuca-Crozza, che non conoscono neppure la geografia elementare del Paese che governano?

Usque tandem….?

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