La proposta del leader della Lega, Ministro per l’Interno  e Vice Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Salvini, riportata sulla stampa del 30 settembre 2018, di trasformare il Bel Paese in una Repubblica semipresidenziale alla francese mi è apparsa come una promessa di manna del Cielo.

E ciò, non per un mio improvviso e inedito  entusiasmo per un sistema di voto elettorale che ha portato a essere Capi della Repubblica Francese personaggi, certamente non invidiabili neppure dagli Italiani, come Sarkozi, Hollande e da ultimo Macron, ma per il fatto che mi è sembrata un’ancora o una ciambella di salvataggio gettata a un popolo che dai protagonisti responsabili del “decennio nero” (Salvini compreso, a doppio titolo, sia per il Porcellum sia per il Rosatellum) è stato privato del diritto di fare una sua libera e autonoma  scelta dei propri rappresentanti in Parlamento.

Si tratterà di un “ravvedimento attuoso” (come dicono i penalisti), che se si concretizzerà in una proficua azione politica non mancherà di procurare al leader della Lega un consenso anche maggiore di quello attuale; almeno da parte di quegli Italiani che non amano fare, acriticamente, le scelte dei propri rappresentanti in Parlamento dietro indicazione di uomini politici che, in quel modo, dimostrano di avere scarsa dimestichezza con la democrazia  e  netta propensione verso un certo autoritarismo.

In altre parole, uno spiraglio di luce si aprirebbe nel cupo panorama da me pessimisticamente delineato, in precedenti note su questo giornale, circa l’impossibilità per gli Italiani (che sembrava insormontabile) di rientrare nell’esercizio dei propri “sacrosanti” diritti politici di scegliere liberamente e autonomamente i propri rappresentanti in Parlamento; senza essere costretti a votare per i “fidi” collaboratori, benevolmente nominati a importanti ruoli dai loro Capi-partito.

Di fronte, alla prospettiva futura di  un Rosatellum immutabile o di riedizioni ancora più balzane, appena ritoccate, del Porcellum o peggio ancora dell’Italicum, mi è sembrata “un’idea meravigliosa” pensare di restituire al popolo la possibilità di scegliersi da solo i parlamentari e i governanti che l’attuale società di massa consente.

Tutto ciò, beninteso, se il modello francese sarà accettato così com’è e non si penserà di modificarlo con il prodotto dell’italica fantasia che tanti danni, in passato, ha sempre portato al buon governo del Bel Paese e a un corretto funzionamento della democrazia.

Per renderci conto dei vantaggi, vediamo in che cosa consista il sistema elettivo francese che è, come dovrebbe essere anche il nostro, quello di una democrazia rappresentativa.

In Francia, vi sono due tipi distinti di elezioni a livello nazionale:

1) L’elezione diretta dei cittadini per cinque anni del Capo dello Stato o Presidente della Repubblica;

2) l’elezione del Parlamento che ha due camere: a) l’Assemblea Nazionale che ha 577 membri, eletti per cinqueanni direttamente dai cittadini; b) il Senato, composto da 348 membri eletti per sei anni  in modo composito che non mette conto di specificare in questa sede, data la presenza di colonie, estranee al nostro caso.

Per le elezioni nazionali  (Presidente della Repubblica e Assemblea Nazionale) è usato il sistema maggioritario uninominale  a doppio turno (altrimenti detto “con ballottaggio”).

La popolazione francese  è divisa, su base territoriale, in 577 collegi uninominali.

Senza addentrarsi nei particolari delle votazioni e dei suoi effetti, ciò che a noi interesserebbe, in modo particolare, è che, ove un tale sistema fosse adottato nel Bel Paese, i cittadini potrebbero presentare nominativi liberamente scelti in un distretto e partecipare al primo turno delle votazioni, votando un vero, proprio candidato.

Al secondo turno, ovviamente, parteciperebbero solo i due candidati più votati del primo turno.

Se la proposta (di cui ha parlato, per la verità solo in modo fuggevole e approssimativo, Matteo Salvini) si estendesse anche alle norme sul referendum, sarebbe l’occasione buona per rivedere un’altra parte importante della nostra Costituzione, non proprio soddisfacente, né tanto meno esaustiva, per una vera ed efficace partecipazione diretta del popolo alla gestione della “res publica”.

Certamente, l’esempio della Francia non deve farci illudere che i mali endemici del nostro Paese cessino con il semi-presidenzialismo  e con l’adozione di un sistema maggioritario uninominale senza trucchi e artifizi.

La mancanza di persone capaci e “per bene” che rifiutano di entrare nel gioco politico, perché nettamente influenzato da un sistema mediatico-giudiziario che consente di fare de albo nigrum,sia pure per un tempo limitato (idoneo, comunque, a far pronunciare veti e ostracismi) si riscontra in tutti i Paesi Occidentali, Gran Bretagna e Nord-America compresi (che, però, con May e Trump stanno reagendo).

Come suol dirsi, però, con un motto efficace: mal comune mezzo gaudio!

Se le attuali condizioni di tutte le società dell’Occidente, dominate da una sistema mediatico nelle mani delle banche e dei grandi tycoon televisivi, non consentono al popolo di scegliere al meglio i propri legislatori e governanti, gli Italiani non saranno più,  almeno, i soli a dover votare in favore di anonimi sconosciuti soltanto per effetto dei diktat di Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Luigi di Maio (o per lui, ancora peggio, della piattaforma mediatica Rousseau).

Voteranno per quelli che entreranno nel gioco politico a dispetto del rischio di essere presi di mira in modo violento anche da fake news e da campagne diffamatorie,  molto strumentalizzate, con l’aiuto di denunzie e di avvisi di garanzia abilmente provocati  e non è escluso che quel tipo di scelta sarà fatto comunque da quelli che sapranno di non avere, come suol dirsi, né arte né parte, per cimentarsi nell’agone civile.

Saranno, probabilmente, parlamentari e governanti ugualmente non eccellenti, ma almeno saranno stati scelti dai cittadini e non da un Boss, come avviene nelle gang del malaffare.

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