Carlo Gambescia, Retorica della transigenza, Edizioni Il Foglio, Vicenza 2018, pp. 119,00, € 10,00.

Scrive l’autore nella prefazione: questo è “Uno studio che, euristicamente, rinvia alla sociologia della conoscenza di vecchia scuola, che si imponeva di studiare non solo le radici sociali del pensiero, ma anche le forme di argomentazione e articolazione delle idee, ritenute come depositarie di una propria sostanza sociale e umana”. Accame era, in questo senso, un intellettuale di destra atipico perché “gli intellettuali di destra sono considerati dogmatici e contrari a ogni forma di dialogo. Nelle pagine che seguono quanto meno a proposito di Giano Accame, cercheremo di provare il contrario”. Il che comporta doversi confrontare con la cultura (o “subcultura”) dei fascisti senza e dopo Mussolini, che si muovevano come “esuli in patria” sempre “ghettizzati” dalla cultura “ufficiale” ma spesso “autoghettizzantesi” quale componente pura ed incorrotta (la battuta di Almirante sul MSI come frigorifero lo rende bene). Ma tale autoisolamento, specie dopo lo sdoganamento negli anni ’90 comportava l’incapacità “una volta usciti dalla caverna platonica, dopo il tornado giustizialista, di scoprire e parlare al mondo, come usava dire Giano Accame, che da quella caverna, in senso strettamente politico (di iscritto) era uscito” già nel 1957, e, anche se rientrato, aveva sempre conservato un ruolo “personale”.

Scrive l’autore che “Marcello Staglieno in una acuta ricostruzione della biografia di Accame, ne individua le polarità di pensiero. Queste polarità sono, a seguire Staglieno “Le apparentemente classiche partizioni filosofiche-concettuali tra essere e divenire, tra la convinzione della «sostanziale “permanenza” di strutture costanti sia nell’essere umano, sia nella “ciclicità” della Storia», tipiche, non tanto, come invece ritiene Staglieno, di un uomo di destra, di un rivoluzionario conservatore (o comunque non solo, qualcosa di più e di altro) quanto di un osservatore obiettivo dei fatti. Insomma, crediamo ci si possa riferire alla vocazione di Accame allo studio, al confronto, al rispetto per il metodo, al capire prima di giudicare, a un voler restare, nonostante tutto, sempre a guardia dei fatti. Anche (anzi, soprattutto) quando cambiano”.

Su queste basi Gambescia analizza vari aspetti del pensiero di Accame. A cominciare dall’approccio generale, la “retorica della transigenza”. Questa è legata (anche) alla fine della contrapposizione amico/nemico del “secolo breve”, ovvero tra borghesia e proletariato, la quale venne meno nel 1989-1991, ossia col collasso del comunismo sovietico, nonché quella del «nemico interno», «con la dissoluzione della Dc e di quasi tutti i partiti alleati del perno politico democristiano, il mondo neofascista si è ritrovato all’improvviso senza nemico. Orfano». Accame possedeva di converso una sua “retorica politica, sostanziata, umanamente e socialmente da un respiro storico non comune, nell’ambito di una categoria più generale, detta della transigenza, come esatto contrario dell’intransigenza. Per essere chiari: della tolleranza, ossia dell’intelligenza di capire quando si deve lasciar correre”, ossia l’opposto di quanto predicato e praticato dalla gran parte degli intellettuali di destra.

“Insomma, la retorica della transigenza rinvia ai concetti di ironia, equilibrio, pluralismo delle opinioni e cambiamento delle medesime sulla base di una compromesso tra le opinioni differenti, ma via vai più vicine, grazie a informazioni sulla realtà che vanno emergendo”.

Il libro, come detto, utilizza vari “filoni” dell’opera di Accame. Dato che le recensioni hanno un limite, ci soffermiamo ad esaminare solo quelle relative al libro di Accame Una storia della Repubblica “per Accame il senso profondo della Repubblica è dato dalla ricerca di una nuova identità, dopo il fascismo, le guerre, la resistenza”; in particolare la Resistenza, quale “mito” fondante della Repubblica, presentata come vittoria, ma in effetti conclusione di una guerra perduta. Ne deriva una crisi dell’identità nazionale che genera “Quindi l’ingratitudine, frutto di una «crisi d’identità» – come dire? – del fallito di successo: dello sconfitto che si presenta come vincitore. E che dunque non è credibile. Politicamente credibile”. Malgrado ciò, scriveva Accame, la classe dirigente del dopoguerra realizzò un “miracolo politico”di stabilire una convivenza possibile e un’accettabile coesione sociale “Altri paesi (Grecia, Cile, per non parlare di quelli governati dai comunisti), con problemi simili ai nostri di difficile convivenza tra opposti schieramenti ideologici, se la sono cavata meno bene di noi”. Dopo la caduta del muro di Berlino “essendo di conseguenza cessata la minacciosa contrapposizione tra comunisti e anticomunisti, la politica non ha più trasmesso paure, ma nemmeno entusiasmi, speranze, progetti, al di là della moneta unica europea”; la fine di tale contrapposizione provocò (tangentopoli e) quella della “Prima Repubblica”, sostituita dal “colonnellismo bancario” espressione con cui Accame disegna i commissariamenti della politica ossia i “golpe degli anni ’90”. “«Colonnellismo bancario», termine ironico, come abbiamo già visto, una specie di surrogato in doppio petto scuro, dei colonnelli in divisa cachi. Scelta, che a detta di Accame, comincia dall’esperienza negativa di Ciampi, allora Governatore della Banca d’Italia, durante la tempesta monetaria sulla lira dell’estate del 1992”. Colonnellismo, sintomo del prevalere dell’economia sul politico, che sarebbe continuato, sia con il sistema dei governi della “seconda repubblica” (in forma meno invadente) e riemerso, prepotentemente, col governo Monti. Che Accame, intellettuale libero, indipendente e garbato, non vide perché deceduto prima. Lasciandoci privi delle sue considerazioni acute ed ironiche sulla “fine” della seconda Repubblica.

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