Che il giovane Winston Spencer Churchill – lascerà solitamente cadere il cognome Spencer, cui era idealmente meno legato, a favore di quel patronimico Churchill che era stato del grande antenato John, il generale che aveva sconfitto i francesi a Blenheim, – non amasse la scuola non è una novità.

Tuttavia si farebbe cattivo uso delle informazioni in nostro possesso se si volesse vedere nel piccolo Winston il ragazzino incapace di apprezzare l’ordine e la disciplina di una scuola, il giovinetto keffiah al collo che organizza le occupazioni del liceo sostenendo l’equa ridistribuzione della ricchezza purché, come ben ricordava Corrado Guzzanti, non si tocchi ‘il motorino suo’.

Il piccolo Churchill era piuttosto, come molti suoi coetanei di simle estrazione, un bimbo molto solo. Cresciuto in quella stupenda eppur freddissima magione che è Blenheim Palace, egli ben presto imparò a baloccarsi di divertimenti e passatempi tutti suoi, prese a costruire mondi che nessuno vedeva e a immaginarsi generale di battaglie che avevano luogo tra il parco e l’immensa biblioteca di questa abnorme casa ancestrale.

Il padre, Lord Randolph, cadetto a sua volta del potente ma squattrinato Duca di Marlborough, era un politico conservatore che in quegli anni si era fatto un nome, ai Comuni, con ardite idee regressivo-progressiste e una non comune eloquenza che calcava sui grandi classici latini, come era d’uso in Parlamento in quel periodo. Lord Randolph era un disraeliano, aveva un’idea assai paternalistica della realtà che lo circondava e ciò, non va dimenticato, contribuirà in seguito a formare la visione del mondo del giovane Winston.

Egli era, si è sempre detto, un vittoriano. Fino al midollo, tanto da continuare a presentarsi in marsina e cilindro anche ad Elisabetta II negli anni ’50 quando, da anziano leone, stava vivendo il suo canto del cigno politico. Come tale non smise mai di pensare, nemmeno negli anni del più acceso suo progressismo, quando cioè militava nell’ormai morituro Partito Liberale, che la società dovesse in fondo essere guidata da un pugno di maggiorenti non già del denaro ma del sangue poiché, egli credeva, essi avrebbero davvero avuto a cuore le sorti delle classi inferiori della popolazione.

Il giovane Winston era avido di avventure, immaginate e vissute. Cresciuto a pane ed Isola del Tesoro, organizzava vere e proprie campagne militari nel parco di Blenheim e sin d’allora dimostrava quel coraggio innato che poi gli sarebbe valso – da prigioniero dei Boeri in Sudafrica, – l’imperituro plauso dei patrioti inglesi. Una volta, preso tra due ali nemiche di cugini impegnati con lui in un gioco di guerra, su di un ponte che sovrastava un ruscello nella tenuta avita, non esitò a gettarsi in acqua dallo strapiombo pur di non essere acchiappato, nella successiva apprensione di tutti, genitori e governanti comprese, finendo per rompersi quasi tutte le ossa e per dover restare a riposo per mesi.

Eccelleva in Storia e Lingua Inglese, il piccolo Winston, già conscio forse nel suo intimo che l’una gli sarebbe servita per comprendere la vita dei popoli e l’altra per affabulare le folle che avrebbero poi avuto il dovere di votarlo portandolo alla guida della nazione. Il Latino gli era inizialmente ostico ma quando un giovane e brillante insegnante gli fece capire che i Romani erano stati i più grandi generali di sempre, il ragazzino introverso e arrabbiato si innamorò della lingua dei Cesari e la portò con sé poi per tutta la vita.

Siccome però il profitto non era buono, salvo che in queste tre materie, il padre cominciava a preoccuparsi di quale avrebbe potuto essere il futuro di questo suo figlio singolare. Un giorno, scopertolo a muovere con innata dovizia i soldatini di piombo sull’immaginifico campo di battaglia della nursery di Blenheim, Lord Randolph domandò al figlio se non ambisse ad intraprendere una carriera militare. Un sì biascicato e non troppo convinto fu sufficiente e Winston si ritrovò destinato all’esercito.

Tre volte dovette ripetere l’esame di ammissione a Sandhurst e solo alla terza venne infine incluso nella ristretta cerchia degli studenti che sarebbero poi divenuti ufficiali di cavalleria. In accademia il nipote di Marlborough si fece onore e risultò spesso primo dei corsi infine diplomandosi con ottimo risultato: “e te ne vai compiacendoti di un simile esito” gli scrisse il padre, già malato di sifilide allo stato terminale e ciò nondimeno capace di ferire il figlio come nessun’altro lo fu mai, “che per te e per il nome che porti dovrebbe essere nulla più di un inizio.”

Quando Lord Randolph morì, senza più esser capace di riconoscere i familiari, per Winston fu una dannazione: perdeva per sempre la possibilità di sentirsi apprezzato, finalmente condiviso, dall’unico uomo che in vita avesse davvero, senza reticenze, profondamente ammirato.

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