Dopo la svolta impressa all’economia, rispettivamente dagli inglesi (con la Brexit) e dagli statunitensi (con l’elezione di Donald Trump), l’uomo europeo, non può far finta di niente e dovrebbe seriamente riflettere sulle possibili ragioni della persistenza, nel vecchio continente, di quel declino del capitalismo che, prima dei citati eventi, aveva colpito anche i paesi anglosassoni.
C’è da chiedersi: perché l’arresto della produttività dei beni, lo stop del progresso economico e la crescita a dismisura dell’ineguaglianza hanno interessato quasi esclusivamente le “liberal-democrazie”? Perché tali fenomeni sono rimasti sconosciuti a paesi popolosi, diversamente governati, come la Cina e l’India che, anzi, hanno visto migliorare nettamente le condizioni di vita delle masse? E ancora: è immaginabile pensare di risolvere i problemi della vecchia Europa continentale se non si segue l’esempio della parte Anglosassone dell’Occidente?
Come i miei lettori sanno: la mia risposta è NO!
Il pragmatismo e l’empirismo, inglese e nord-americano, hanno suggerito analisi che i popoli europei non hanno fatto e hanno proposto rimedi che stanno già dando risultati positivi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e ancor più ne daranno, verosimilmente, man mano che la svolta darà i suoi frutti. E ciò, a dispetto delle Fake-News diffuse dal sistema mass-mediatico occidentale, totalmente asservito per svolgere il ruolo di profeta di sventuredei due statisti ribelli ai diktatdell’Alta Finanza.
Che cosa hanno capito gli Anglosassoni che gli Europei non riescono ancora a comprendere, se non limitatamente a poche persone?
La crisi economica del mondo occidentale è deflagrata negli anni 2007-8 come crackfinanziario di alcune importatissime Banche americane.
Ciò ha portato gli analisti più attenti ad appuntare lo sguardo sulla natura prevalentemente monetaria assunta, già da qualche decennio dopo la fine della seconda guerra mondiale, dal capitalismo in Occidente.
Chi riteneva che produrre ricchezza soltanto dando in prestito denaro a imprenditori manifatturieri in crisi fosse sufficiente per un progresso del sistema liberale e capitalistico era stato clamorosamente smentito dagli eventi che si sono verificati.
Il capitalismo, privato, in grande parte, della produzione redditizia e proficua di beni manifatturieri, con crisi creditizie ricorrenti, produceva povertà per molti e ineguaglianza crescente, in generale, favorendo il processo espresso dalla nota e ripetuta formula: poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi.
Inoltre, il super-potere delle Banche, divenute proprietarie, in modo presso che esclusivo, del sistema mass-mediatico occidentale rendeva precarie le condizioni della vita democratica: gli uomini politici, bisognosi del favore dell’informazione giornalistica e televisiva, divenivano facile preda delle centrali finanziarie di Wall Streete della City.
“Fior di statisti” di fama mondiale divenivano ostaggi nelle mani di un potere crescente e incontrollabile.
A consentire la “svolta” della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America è stato il malumore crescente nelle masse, che assistevano impotenti all’aumento della disuguaglianza sociale, al dilagare della disoccupazione per l’aumento degli opifici in crisi produttiva (a causa della mancanza di competitività), alla fuga crescente di imprenditori che delocalizzavano le loro aziende in paesi con mano d’opera a basso costo.
Quel malumore, tradotto in “voto di pancia” (l’espressione dispregiativa è stata immediatamente coniata dalle “teste d’uovo” dei finanzieri e banchieri anglo-americani) ha prodotto, alla fine e dopo anni di sofferenze economiche, la Brexite l’elezione di Donald Trump.
Con tali due eventi la connotazione meramente finanziaria e monetaristica del capitalismo occidentale rischia di essere, finalmente, mandata in soffitta in Gran Bretagna e negli States. La speranza degli ottimisti è che lo sia in maniera definitiva.
Da uomo politico intelligente, intuitivo, deciso e pronto a sfidare le roccaforti mondiali del credito, Donald Trump ha capito che il liberalismo poteva essere “affossato” proprio dall’attuazione acritica di alcuni suoi principi, ripetuti in modo stantio e acefalo da molti “militanti” di partiti sedicenti liberali o conservatori che non si erano accorti né del trascorrere dei secoli né del mutare delle condizioni operative dei manifatturieri.
La libertà dello scambio delle merci a fini di utile concorrenza per i consumatori era stata concepita, infatti, in una nascente Europa industriale, dove il costo del lavoro era più o meno lo stesso nei vari Paesi. Non poteva continuare a valere in un mondo dove regimi autoritari o governanti di paesi di endemica, diffusa povertà imponevano salari di fame agli operai delle fabbriche e producevano in tal modo prodotti ad altissimo tasso di competitività. Né si poteva continuare ad assistere al fenomeno, sempre in crescita, di capitale occidentale che trasmigrava in quei luoghi per produrre a basso costo merci immesse nel mercato a prezzi finalmente competitivi. Infine, per salvaguardare la democrazia e il patto sociale a essa sottostante (indispensabile più che necessario per una convivenza pacifica e tranquilla dei cittadini, autoctoni o integrati) bisognava rivedere un altro principio della tradizione liberale sulla libertà di movimento delle masse: l’immigrazione selvaggia di nuovi schiavi del terzo millennio, voluta e favorita più che dagli imprenditori in crisi, da banchieri desiderosi di continuare a elargire prestiti per lucrarne la restituzione con interessi (spesso più a carico dello Stato e quindi dei contribuenti tutti, che non dei mutuatari) andava fermata.
A non volere alcun revisionismo in materia dei principi, divenuti suicidi per gli occidentali, della libertà degli scambi delle merci e della trasmigrazione umana sono rimasti: i finanzieri di Wall Street e della City con il sistema mass-mediatico da essi posseduto; gli intellettuali che dall’editoria tirano “la paga per il lesso”; i “buonisti” della sinistra cattolica e comunista che dalla beneficenza statale (necessaria per colmare non solo gli eventualideficit delle banche ma anche per corrispondere le spese per l’accoglienza degli immigrati) hanno sempre saputo come trarre vantaggi; gli “addormentati” di ogni partito, usi a concepire la lotta politica solo in funzione di sfogo emozionale di rancori, odi e idiosincrasie personali.
Naturalmente, fa parte di questo nutrito gruppo di avversari l’Unione Europea (“è mia nemica!”, ha detto Trump senza usare mezzi termini), governata non da un vertice politico ma da banchieri e bancari di varia estrazione, tutti fautori, ovviamente, di in capitalismo meramente finanziario e monetaristico.

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