La democrazia, come è stata conquistata e difesa nel corso degli ultimi tre secoli, o è liberale, oppure è altra cosa, diversa e sovente molto pericolosa.  La storia ci ha insegnato che, ad eccezione di alcuni golpe militari, le dittature, anche quelle più feroci, hanno conquistato il potere democraticamente e, soltanto dopo, hanno progressivamente trasformato il sistema, togliendo la libertà. In passato i grandi cambiamenti avvenivano con guerre o rivoluzioni sanguinose, mentre oggi in Occidente, nessuno è più disposto a mettere a rischio la propria vita o a compiere personalmente atti di violenza. In un mondo disabituato allo scontro fisico, sono stati scoperti altri comportamenti,  altrettanto perniciosi, anche se apparentemente incruenti. Aizzare una folla inferocita contro qualcuno, che viene individuato come il nemico da abbattere, stimolando una reazione irrazionale, significa disprezzare il confronto e cancellare il principio del rispetto sacrale per il prossimo e le relative convinzioni. Voltaire ne sarebbe inorridito.

Anche senza frequentare le adunate grilline, basta guardare un qualsiasi Talk show televisivo per rendersi conto che veniamo messi  di fronte ad arene inferocite, che non desiderano altro che di essere aizzate da anchor men o women in cerca di un audience fondato sulla violenza espressiva. La capacità di ragionamento è stata sfrattata dalla comunicazione prevalente, le opinioni altrui sono rappresentate soltanto come il vecchio sistema in agguato, che deve essere cancellato. È  stato abolito lo sforzo complesso di trovare la verità, o una attendibile approssimazione ad essa, coltivando il dubbio. Si procede invece per affermazioni apodittiche, formulate sulla base di una presunta interpretazione autentica della volontà dei “cittadini”. Tale  parola, di cui si fa un improprio abuso,  ha perso quel significato che avrebbe dovuto avere nella sua accezione di cittadinanza responsabile, ben consapevole che la società moderna impone una complessa titolarità di diritti e doveri. Mugugni, insulti e boati vanno sostituendo quello che era il libero confronto delle idee,  conquista straordinaria delle rivoluzioni di stampo liberale.

Il cambiamento cui stiamo assistendo è così profondo e radicale, che stentiamo a trovare un precedente simile nella storia moderna. Sta avvenendo qualcosa di simile a quanto accadde con la caduta dell’Impero Romano,  quando progressivamente si andò cancellando ogni forma di rispetto nei confronti  di ogni autorità e venne meno il predominio del diritto, che ne era il collante, facendo precipitare la società di allora verso una regressione, che durò molti secoli. Oggi tutto corre più velocemente, ma, anche una fase prolungata di fragilità e confusione, un ulteriore abbassamento dell’affidabilità  da parte delle maggiori agenzie di rating come ulteriori significative perdite della borsa,  potrebbero avere effetti molto gravi per l’economia italiana e impoverire gravemente i risparmiatori italiani, oltre a rendere molto più  problematico e costoso il rifinanziamento del debito pubblico . Stiamo assistendo ad un cieco attacco sistemico, non contro una concezione ritenuta diversa, ma contro l’intero impianto dello Stato in nome della rivolta popolare, di cui qualcuno si definisce  interprete autentico. Non viene propugnato quindi il cambiamento di alcune regole, che si ritengono superate per introdurne di nuove, ma si mira a distruggere i presupposti stessi della democrazia liberale, attaccando principi come la separazione dei poteri, la neutralità della pubblica amministrazione, i diritti individuali, la libertà d’informazione, l’autonomia delle autorità indipendenti in materie delicate, che erano state concepite come una conquista della modernità per impedire abusi di potere ed atti di supponente ignoranza. Si cerca di distruggere quella complessità di centri decisionali e di controllo, che rappresentano una importante garanzia  a tutela della libertà dei cittadini nei confronti del potere centralistico del governo. La carenza culturale di essere indotti a confondere il Governo con lo Stato, produce quella che Alexis de Toqueville e John Stuart Mill definirono come la tentazione della “dittatura della maggioranza”, che mina le democrazie liberali.  Analogo atteggiamento emerge, spesso anche clamorosamente, nei confronti dei vincoli europei, che invece non sono altro che i gradini necessari per salire la scala della necessaria integrazione continentale, un sogno che deriva da una lontana utopia e che, se non sale prepotentemente dal fondo dell’anima, non si può capire. Si preferiscono alla grande nazione europea le piccole patrie nazionali, perché più facilmente influenzabili attraverso il rumore di fondo della piazza. I diversi organismi pubblici, da quelli indipendenti ed autonomi di carattere nazionale, a quelli di livello continentale, sono rappresentati come il seme avvelenato, piantato da una vecchia e perversa politica contro il popolo sovrano. La democrazia rappresentativa è vista come il primo obiettivo da colpire, in quanto il voto deve diventare sempre più plebiscito che rappresentazione di sentimenti ed opinioni plurali. L’attacco ai presunti privilegi costituiti dai vitalizi degli ex parlamentari è  stato il modo più semplice per cominciare a sgretolare il sistema: infatti la classe dirigente del passato è stata rappresentata come  l’espressione del male assoluto. Il Parlamento non deve essere la fotografia rimpiccolita della nazione, quindi la sua rappresentanza, ma uno strumento in mano al movimento per cambiare il Paese. Inoltre va ridotto il numero dei parlamentari, non per rendere più agile la democrazia, ma per risparmiare cento milioni l’anno. Tale atteggiamento rivela che le sue istituzioni democratiche vengono concepite come un inutile costo, che potrebbe essere evitato, prima comprimendole numericamente e dopo nei poteri  ed utilizzando, come strumento di tale suicidio, parlamentari nominati,  da sostituire, dopo, con consultazioni sul web, affidate alla Casaleggio ed associati.

Siamo convinti che Salvini capisca tutto questo, ma che intenda cavalcarlo, nella convinzione di trarre vantaggio dall’alleanza con un socio di Governo, che, per la sua assoluta ignoranza, finirà col favorire solo lui. In effetti i primi passi sembravano dargli ragione, ma dopo, l’opposizione interna del M5S ha   imposto a Di Maio di fare la voce grossa ed il leader della Lega ha dovuto accettare di buttare in discarica dieci miliardi per un reddito di cittadinanza che non soltanto è una mancia elettorale, come gli ottanta euro di Renzi, ma produrrà lavoro nero, discriminazioni clientelari, inutile dispersione di risorse pubbliche, delusione di molti per l’insufficienza delle risorse.  Salvini, dopo l’accettazione delle condizioni imposte da Di Maio, sembra non aver capito quanto alta sia la pericolosità del cambiamento epocale sospinto dai pentastellati. Di fronte alle critiche del DEF da parte di tutte le autorità di controllo, alla esplosione dello spread ed al crollo della borsa, che preludono alla inevitabile bocciatura da parte della Commissione Europea, con conseguenze gravissime per la minoranza di italiani che ancora lavorano e producono, il Governo con tracotanza ed una irresponsabile enfasi annuncia che intende andare avanti, ignorando le critiche e le stesse contraddizioni tra le cifre annunciate rispettivamente dal Ministro dell’Economia e dai due vice presidenti del Consiglio. Tale irresponsabile atteggiamento trova purtroppo sempre più eco in settori della Lega ed a volte finisce col coinvolgere lo stesso Ministro dell’Interno, agevolato anche da un’evidente esaltazione del proprio ego, pericolosa per le sorti del Paese.

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