I padri costituenti europei erano cresciuti a cavallo di due guerre mondiali di inaudita violenza e senza precedenti. I filoni cristiani, socialisti e liberali che erano e sono ancora oggi la spina dorsale d’Europa, pensarono bene di mettere insieme una nuova società civile basata su esperienze e culture diverse ma con la voglia di crescere e di essere motore dello sviluppo economico e sociale della seconda metà del secolo scorso. Francia, Italia e Germania erano e rimangono i principali protagonisti ovvero gli azionisti di maggioranza della UE. Tant’è vero che nel costruire fisicamente l’Europa, francesi e tedeschi, nonostante tutto, sono sempre stati molto attivi e solidali. L’Italia un po’ meno. Da noi un mandato parlamentare a Bruxelles spesso veniva considerato poco stimolante per il percorso politico e il più delle volte un riconoscimento di fine carriera se non addirittura un vero e proprio promoveatur ut amoveatur. In un recente servizio da Bruxelles veniva minuziosamente spiegato come le principali leve di comando dei più importanti dipartimenti erano guidati da funzionari di origine tedesca o francese. E questo la dice lunga, a mio avviso, del perché e del per come il nostro Paese aldilà di un presidente di turno, abbia sempre contato poco. Noi siamo scarsamente rappresentati o comunque non nella maniera e per il peso specifico che il rango di fondatori ci conviene. E dunque, in occasione delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo che si terranno a fine maggio 2019, i rappresentanti di quei partiti politici che si riconoscono nei tre filoni storici summenzionati, dovrebbero sottoporre al corpo elettorale candidature autorevoli, competenti e preparate a rifondare una nuova europa, federalista e riformista, che tenga presente le incongruenze e la mancata visione d’insieme registrata in questi ultimi decenni. Con chiarezza e pacatezza. Con l’obbiettivo di avere finalmente una comune “moneta, cappa e spada”.

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