L’Italia è sempre stata dominata da una cultura statalista, eredità del fascismo, coltivata in anni di egemonia culturale comunista e cattolica. Ricordo, ancora studente, la mia città, Palermo, tappezzata di manifesti contro gli azionisti delle due società private che gestivano il trasporto urbano, additate come esempio di speculazione, perché avevano l’unica colpa di far pagare a tutti i biglietti per la corsa con le tariffe stabilite dal Comune ed avevano bilanci attivi. I dipendenti scioperavano e manifestavano in strada, chiedendo la municipalizzazione, come era avvenuto qualche anno prima col servizio di ritiro ed avvio in discarica della nettezza urbana. Fu decisa la municipalizzazione del trasporto, che, grazie ai generosi indennizzi, fece arricchire i vecchi gestori. Fu la pacchia per noi studenti, e non soltanto, che cominciammo a viaggiare sugli autobus senza pagare e senza controlli. Inoltre cominciarono frequenti disservizi per assenze del personale o per guasti ai mezzi, che prima erano rarissimi. Da subito quindi la nuova municipalizzata, come già quella dei rifiuti, cominciò ad accumulare ingenti perdite, pesando in maniera disastrosa sul bilancio dell’Ente locale. Ricordando tutto questo, anni dopo, quando entrai in Consiglio comunale, venni quasi linciato perché, a causa dell’inefficienza della antiquata gestione del ciclo dei rifiuti, mi ero permesso di proporne la privatizzazione. Altrettanto sfortunata fu la mia battaglia per mantenere privata la manutenzione di strade e fogne, che doveva a tutti i costi essere tolta alla famiglia Cassina, additata come collusa. Pur potendo in piena coscienza affermare che si trattava di imprenditori seri e che le accuse nei loro confronti erano strumentali, non chiesi la riassegnazione del contratto ai medesimi, ma la suddivisione della città in zone, persino venticinque, quanti erano all’epoca i quartieri, per affidare il servizio, attraverso gare pubbliche, a imprenditori privati o a cooperative. Dopo lunghe notti di battaglie, quasi solitarie in Consiglio, fu decisa la municipalizzazione anche di tale servizio, che fu suddiviso tra due aziende comunali. È ovvio che da quel momento la condizione delle strade palermitane fu molto simile ad una gruviera, per non parlare del degrado qualitativo del delicato lavoro della manutenzione delle fogne cittadine, che ad ogni pioggia cominciarono ad intasarsi, trasformando le strade in fiumi. Ovviamente le aziende municipalizzate, formalmente società di capitale che operavano in hause, erano, e sono tutt’ora, contenitori dove possono essere assunte, senza le rigorose regole del pubblico, le numerose clientele dei politici locali e dove lo spreco è la regola, arrivando ad accumulare perdite enormi, fino al fallimento di una di esse, quella dei rifiuti, con ovvio salvataggio, attraverso una nuova società, sempre comunale, del servizio e di tutto il personale in grandissimo esubero. Il notevole passivo invece restò a carico dei fornitori, alcuni dei quali furono costretti a chiudere o fallirono a loro volta a causa degli ingenti crediti non riscossi.

Mi si affollano nella mente numerosissimi ricordi di quel ventennio in cui, sia al livello regionale che nazionale, divenne regola comune la pratica quasi quotidiana di salvataggi di aziende decotte, attraverso regionalizzazioni o nazionalizzazioni, che regolarmente seguivano lunghi periodi di Cassa integrazione in deroga e prepensionamenti a carico del denaro pubblico. Gli esempi sono infiniti ed a tutti noti. L’avvio al fenomeno delle nazionalizzazioni fu dato da quello delle Imprese elettriche con la creazione dell’ENEL, cui si oppose con vigore Giovanni Maliagodi. Dopo si procedette con la lunga storia delle industrie siderurgiche e chimiche, delle miniere, di altre aziende manifatturiere, principalmente nel Nord e dei numerosi salvataggi della più volte fallita Alitalia. Tuttavia dagli anni sessanta fino agli ottanta il pensiero, quasi unico, dominante era che “pubblico è bello”, perché socialmente dal volto più umano rispetto all’interesse speculativo del privato per un pregiudizio negativo verso il profitto. Ogni giorno le nostre strade erano invase da masse di scioperanti, che vennero in tutti i modi sostenute per ottenere di essere statalizzate, costringendo molti imprenditori a delocalizzare. Nel giro di pochi anni scomparve la grande industria privata in Italia. Venne persino istituito, tanto grandi erano gl’interessi pubblici nei quali razzolava la peggiore politica, il Ministero delle Partecipazioni Statali. In Parlamento, quando il bilancio cominciò a risentire di un grave appesantimento e la pressione fiscale aveva raggiunto limiti insostenibili, fui forse il primo a parlare di privatizzazioni per fermare la disastrosa crescita esponenziale del debito pubblico. La mia proposta non fu solo contestata, ma accolta persino con derisione. Mi rifeci in occasione di una visita della Commissione Bilancio della Camera in Gran Bretagna, durante il periodo del Governo di Margaret Thacher, quando gli omologhi parlamentari inglesi, a loro volta, accolsero con evidente commiserazione, anche se mascherata dal loro ineguagliabile sarcasmo, il tentativo di Paolo Cirino Pomicino, che presiedeva la nostra Commissione, di spiegare quanto fosse preferibile il nostro sistema misto. In effetti all’intelligente Presidente democristiano non sfuggì la inesorabile logica dei numeri che dimostravano il successo della politica tatcheriana e, dopo, cominciò lentamente a modificare le proprie posizioni. Finalmente, negli anni successivi, venne anche in Italia il tempo delle privatizzazioni, cominciate con la legge Amato che trasferiva alle Fondazioni le banche pubbliche per poi progressivamente metterle sul mercato e proseguite, anche se in modo discutibile, dal Governo Prodi.

Dopo alcuni anni, il tramonto definitivo del PCI, della sinistra DC e degli altri partiti statalisti, in epoca da Terza Repubblica con la memoria corta, vedo ritornare di attualità lo statalismo, sposato in pieno dal Movimento Cinque Stelle, che aveva già provato a far saltare la complessa operazione dell’ILVA di Taranto e fortunatamente è stato fermato in tempo. Ovviamente il primo banco di prova per il neo statalismo pentastellato è l’Alitalia, fallita, fallita, strafallita ed i cui resti andrebbero venduti al miglior offerente. Sfidando ancora una volta le norme europee, che vietano gli aiuti di Stato, dovrebbe essere invece salvata, trasformando il prestito concesso dal Governo italiano di novecento milioni, od una parte di esso, in capitale e facendo sottoscrivere la rimanente partecipazione azionaria, necessità per il cospicuo, necessario investimento di ricapitalizzazione a Ferrovie e CDP, insieme ad un partner straniero di minoranza del settore aeronautico, disposto, come in passato Ethiad, a buttare in un pozzo senza fondo mezzo milione di euro, ovviamente non riducendo il numero del personale dipendente e non toccandone i privilegi. Ancora una volta il fascino irresistibile della Compagnia nazionale, privo di ogni più remota possibilità di successo, servirà a bruciare altre ingenti risorse dei contribuenti in un tentativo velleitario, destinato ad un ulteriore , costoso insuccesso. Il neo statalismo di ritorno rappresenterà l’ulteriore tragico errore di impreparati, nostalgici di qualche predica ascoltata in casa dal vecchio zio comunista da bambino, il cui ricordo induce ad imboccare tale strada superata e , come è stato dimostrato dai molti tentativi precedenti, destinata all’insuccesso.

Anziché varare un consistente programma di privatizzazioni dell’enorme patrimonio mobiliare ed immobiliare dello Stato per ridurre il colossale debito, nonostante le numerose esperienze negative, per un Governo di dilettanti, ignoranti e supponenti, pubblico ancora oggi è sempre più bello!

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1 COMMENTO

  1. Bravissimo, una analisi giusta e aderente al vero. Peccato che alla filosofia delle privatizzazioni nuoce oggi la triste vicenda del Ponte di Genova, pessimo esempio di concessione ai privati di un servizio pubblico, passato in Parlamento col voto della Lega ai tempi del Governo Berlusconi, così superficiale nella gestione della cosa pubblica e così attento solo alla gestione del privato (il suo)!

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