Nel panorama politico della modernità, l’idea liberale è forse la più antica ma, nel contempo, anche quella che sembra meno bisognosa di aggiornamenti teorici, essendo incentrata sul concetto di libertà e prevedendo una fortissima limitazione dei poteri dello Stato, in direzione dell’autodeterminazione dei singoli individui; essendo, cioè, relativamente più semplice delle idee che danno forma ad altre ideologie.

Tuttavia, è un’idea desueta, in quanto le ideologie dominanti, in modo particolare nel secolo XX, hanno creato un’egemonia culturale che ritiene scontata la necessità di un forte intervento dello Stato nella vita dei singoli individui che, oggi, il liberalismo non sembra più in grado di mettere in discussione.

Paradossalmente, questa debolezza del liberalismo si manifesta proprio nel momento storico forse più propizio per lo sviluppo dell’idea liberale fra quelli che si sono manifestati negli ultimi secoli: quello della crisi generalizzata del welfare state, alla quale si accompagna, un po’ ovunque in Europa, un netto calo di consenso elettorale per i partiti eredi delle tradizioni socialista e cristiano-sociale.

Il liberalismo, però, si è finora dimostrato incapace di cogliere le opportunità specifiche di questo momento storico, e gli spazi di conquista del consenso elettorale, in Europa, e in particolare in Italia, sembrano ormai appannaggio dei partiti populisti e neo-nazionalisti, che sembrano avviarsi a diventare forze addirittura dominanti.

Ciò non accade per caso, ma è il risultato dell’abitudine, da parte di larghissimi strati della popolazione, al riferimento a entità in qualche modo di natura collettiva e non individuale. In alcune epoche e in alcuni contesti, come oggi nel nostro paese, il popolo e la nazione, in altre epoche e in altri contesti la classe sociale di appartenenza o la religione.

A queste richieste di una protezione di stampo collettivistico, il liberalismo è, per natura, incapace di fornire risposte. Esso, infatti, prende le mosse dal principium individuationis, in base al quale l’individuo si autoafferma come soggetto autonomo che, pur inserito in una determinata comunità, possiede diritti inalienabili da parte degli altri, anche nel caso in cui gli altri fossero tutti gli altri coalizzati.

Si tratta, allora, di spostare il centro del ragionamento, di riformulare la domanda, di riaffermare la forza delle idee liberali, contro tutti i collettivismi.

Per far ciò, si deve fare massima leva sulla dottrina liberale, l’unica dottrina politica controcorrente, in quanto rigorosamente individualista.

La risposta alla crisi del welfare non può, per un liberale, consistere nella creazione di un modello di società chiusa e autarchica, fondata sull’identità nazionale, ma dev’essere articolata a partire da un progetto più ampio, che restituisca al singolo individuo quei diritti che, per natura, sono ad esso propri. In particolare il diritto alla vita, il diritto alla proprietà e il diritto alla libertà, che il pensiero liberale ha posto come centrali già con John Locke.

Gli Stati nazione europei, alla cui creazione, in larga parte del continente, i liberali hanno attivamente partecipato nei secoli scorsi, devono oggi essere riguardati come un’esperienza da superare, in maniera decisa, in direzione di un diverso sistema di comunità. Rispetto alle sfide economiche e politiche del mondo globalizzato, tale diverso sistema di comunità non può che coincidere, almeno in prima battuta, con la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, intesi come entità federale, dotata di propri confini, di un proprio esercito, di propri servizi di intelligence, di una propria polizia e di una propria magistratura federali, di un proprio modello fiscale federale e di una propria politica estera. Queste strutture centrali europee dovranno aggiungersi a quelle già esistenti (parlamento, governo, moneta, banca, ecc..) e sostituire interamente le loro equivalenti attualmente esistenti nell’ambito dei singoli Stati nazione.

In particolare, tutti i diritti liberali classici dovranno essere garantiti nell’ambito della Costituzione europea degli Stati Uniti d’Europa, e non poter essere, in alcun modo, messi in discussione da leggi emanate dai singoli Stati nazione federati.

L’alternativa allo sviluppo di questa prospettiva politica coincide con la dissoluzione della cultura europea, che non potrà non accadere nell’ambito della crisi economica generata dal decadere strutturale del modello di welfare. A lungo andare, infatti, tale modello economico-politico deresponsabilizza il cittadino, crea un’immensa burocrazia incaricata della redistribuzione della ricchezza, la quale viene procacciata dalla parte migliore della popolazione, edifica un mostruoso apparato normativo, si rivela, progressivamente, sempre più inefficiente e inefficace.

La ricchezza delle nazioni, creata e accumulata all’interno di un processo di trasformazione della materia, di circolazione degli uomini e delle merci e di sviluppo della scienza unici nella storia umana, è destinata ad esaurirsi se verranno meno i valori fondativi di questo sviluppo storico, primo fra tutti il predominio dell’individuo sulla comunità, fatto che comporta che la comunità coincida con la somma degli individui che la costituiscono e non possieda, rispetto ad essi, alcunché di trascendente o di ulteriore.

L’unico compito dei liberali, nell’epoca presente, è quello di restituire all’individuo la sua centralità sociale, attraverso gli opportuni mezzi della politica.

La perdita di importanza subita dall’individuo negli ultimi decenni, ha messo in crisi il concetto stesso di borghesia, cioè di quell’aggregato di persone che si riconoscevano, del tutto o in parte, nei valori del liberalismo, anche se spesso rappresentavano visioni politiche non coincidenti.

Attraverso un lungo percorso storico, alla borghesia, intesa come motore propulsore e nucleo dirigente e non dirigista delle società occidentali, si è sostituita la bruta massa, dapprima come forza capace di influenzare le strategie politico-sociali, e, infine, come vera e propria forza di governo.

Per fermare il declino del nostro paese, del nostro continente e della nostra cultura, è oggi necessaria la ricostituzione di un’élite borghese di governo, che sia in grado, almeno, di moderare la massa, i suoi eccessi e la sua incompetenza.

Per raggiungere questi obiettivi, la strada più logica appare quella della riunificazione, in chiave per alcuni aspetti strategica e per altri tattica, delle diverse anime della cultura politica borghese: liberali, radicali, repubblicani, socialisti liberali e cristiano-liberali, per riferirsi al patrimonio culturale dell’Italia.

Queste diverse anime della borghesia italiana devono dar luogo a un rassemblement politico che, oltre a propugnare gli Stati Uniti d’Europa, si batta per riassegnarle quel ruolo politico che per cultura, sensibilità, capacità di generare e gestire ricchezza, ad essa spetta.

Questo rassemblement, oltre a edificare una piattaforma politica in linea con gli interessi e le esigenze della borghesia, dovrà anche distanziarsi in maniera netta e decisa dagli aggregati politici tipici della cultura di massa, con i quali potrà, se necessario, trattare, mantenendo tuttavia ben distinti gli ambiti di appartenenza politica e culturale, anche e soprattutto in modo formale.

Come in altre epoche storiche ad altri uomini, ci deve guidare la consapevolezza che queste istanze strategiche non sono una possibilità fra le tante disponibili: esse sono le sole disponibili.

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