Tutti quelli che hanno svolto un’occupazione che la nostra società definirebbe umile potranno certo riconoscersi nella camminata di Allie (Lady Gaga) che esce dal ristorante in cui la sfruttano e sottopagano e percorre una squallida viuzza verso il locale in cui si esibirà la sera stessa. Sperando ogni giorno, finito il lavoro, che il giorno che viene dopo sia quello della svolta.

Ad Ally succede per davvero. Nel locale gay in cui canta La Vie en Rose per puro caso s’è fermato anche Jackson Maine (Bradley Cooper), stella del country un poco sul viale del tramonto, che da bravo alcolizzato cronico si sta facendo il giro di qualsiasi bar possibile dopo l’ennesimo concerto. I due si piacciono subito: lei così sensuale, pur se non raffinata ma certo piena di personalità e lui enigmatico e taciturno come avesse un male di vivere inspiegabile da tenere nascosto.

Da qui in avanti il film è organizzato secondo un’ascesa inversamente proporzionale: più Ally conquista fama e successo, più Jackson cade nel baratro dell’alcolismo e nell’oblio. Non che ciò sia direttamente imputabile alla ragazza, anzi lei cerca di stargli accanto per come può, ma piuttosto ad un destino ineluttabile – avviato in un’infanzia tutt’altro che felice, – che sembra non poter dar tregua a Jackson fino a condurlo ad un acme imbarazzante alla serata dei Grammy Awards.

Jackson comincia una riabilitazione mentre Ally lo aspetta a casa, sinceramente fiduciosa in un recupero. Vorrebbe persino cancellare il suo tour europeo quando il produttore le nega la possibilità di cantare in duetto con Jackson – accoppiata artistica che aveva contribuito a lanciarla, – e proprio durante una serata per lei importante il marito decide, fondamentalmente per liberarla, di non procrastinare ulteriormente il suo rendez-vous con una cinghia ed un lampadario, incontro fallito da bambino ed infine portato tragicamente a termine nel garage fuori dal quale rimarrà ad attenderlo, fedele sino all’ultimo, soltanto il cagnolino Charlie.

Sin dai primi fotogrammi, sui quali vien sovraimpresso il titolo del film a caratteri rossi in stile anni ’50, si può scorgere un parallelismo certo non casuale tra questa pellicola (terzo remake dell’originale con Judy Garland) e Femmina ribelle (The Revolt of Mamie Stover, Roul Walsh, 1956), presente a Venezia74 tra i Restauri.

Anche Mamie Stover (Jane Russell) era alla ricerca di un successo che la portasse via dai bassifondi, proprio come Allie, ed anche Mamie lo trovava grazie ad un famoso artista che le faceva da pigmalione: infine, anche Mamie perdeva tutto per il suo aver voluto troppo.

Bradley Cooper (Il lato positivo, Una folle passione) ci regala un’ottima prova registica, forse con qualche eccessiva insistenza su alcuni didascalici primi piani ma ben bilanciata da degli efficaci campi lunghissimi di una provincia americana (specie l’Arizona) che viene personificata a co-protagonista di tutta la pellicola. Il ritmo della storia è veloce e avvincente, sostenuto da un notevole numero di bei pezzi musicali scelti mai a caso tra le canzoni dello stesso Cooper e la produzione artistica di Lady Gaga.

Lady Gaga è appunto l’altra grande scoperta di questo film. Che una star musicale possa fare dei cameos qui e là è una cosa, che poi riesca invece ad interpretare il ruolo della protagonista di un film gridato ma fondamentalmente intimista è tutt’altra faccenda. Non solo qui fa perfettamente da spalla a Cooper, attore già ben navigato, ma in più di una sequenza si direbbe che il film poggi su di lei ben più che su di lui. Capace di una immediata, pur se non studiata, espressività, Lady Gaga ci restituisce una Ally piena di energia e passione, conquistandoci sin dalle prime scene.

Menzione particolare va data però anche Sam Elliott, faccia da texano cotta dal sole, che interpreta molto bene Bobby Maine, il fratello più anziano di Jackson che gli fa da manager (e da balia), in un rapporto difficile di stima reciproca non favorita da eventi di vita traumatici.

Lungometraggio senza troppa pretesa di intellettualismo, A Star is born resterà anche per il messaggio di fondo e per la riflessione a cui ci obbliga: può il successo a tutti i costi valere la felicità che forse era già nostra?

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