Quando Salvini accettò di sottoscrivere quell’anomala sorta di contratto di Governo, era convinto che ne avrebbe avuto il maggior vantaggio. La figurina elegante da indossatore con camicia bianca e candida pochette di Conte non lo preoccupava per nulla, perché ne aveva ben misurato la statura politica. Anche Di Maio, durante la lunga trattativa, aveva rivelato uno spessore molto modesto, confermato in televisione, con la denuncia che il Decreto Fiscale, dopo l’approvazione in Consiglio dei Ministri, sarebbe stato manipolato. Quindi o è fesso per non essersi accorto del problema per tempo o è stato fatto fesso perché  lo ha capito troppo tardi, che in sostanza significano la stessa  cosa. Un vero Vice Presidente del Consiglio, consapevole del proprio ruolo, preso atto dell’accaduto, non avrebbe dovuto minacciare di rivolgersi alla Procura della Repubblica esponendo il Paese ad un’ulteriore figuraccia dinnanzi alla Comunità internazionale, ma avrebbe dovuto compostamente preannunciare un’ immediata riunione dell’Esecutivo per rettificare alcuni errori, prima della trasmissione del testo corretto al Capo dello Stato.

Il Ministro dell’Interno col quale rischia di aprirsi un rilevante conflitto,  nella prima fase dell’attività, era stato capace di far raddoppiare nei sondaggi il consenso raccolto alle elezioni del 4 marzo. Purtroppo non si era accorto che Di Maio non era Di Maio, o meglio che egli non era il M5S, il quale ha una importante direzione strategica a Milano ed un effettivo comando che viene da lontano e non si sa da dove. Il giovane addetto ai tornelli dello stadio di Napoli, infatti era stato richiamato all’ordine per la sua arrendevolezza di fronte alla personalità più forte del capo della Lega.  Come conseguenza, senza lasciare alcun margine all’interlocutore, è stato imposto nel DEF, prendere o lasciare,  il  deleterio reddito di cittadinanza, che produrrà una falla enorme nella finanza pubblica, inaugurerà una nuova stagione di clientelismo parassitario ed un’esplosione del lavoro nero. Salvini ha dovuto sottostare al ricatto, pur sapendo che questo cambiava radicalmente il volto di una manovra che, in prospettiva, farà saltare il banco della finanza pubblica. Da quel momento il Ministro dell’Interno non è più riuscito a vincerne una, in particolare è stato costretto ad arretrare sulla pur indecorosa proposta di condono, cui teneva molto per il proprio elettorato del Nord, mentre ha dovuto accettare la riduzione delle pensioni cosiddette d’oro, oltre ad aver dovuto autorizzare in Senato il taglio dei vitalizi degli ex parlamentari, nello stesso indecente  testo della Camera. Tali provvedimenti, anziché assicurare un risparmio, produrranno una miriade di ricorsi, che si preannunciano vittoriosi in considerazione della palese illegittimità dei provvedimenti retroattivi. Comunque i Cinque Stelle hanno vinto la partita con la Lega tre a zero.

Nel campo dell’opposizione, si rivela patetico lo sforzo del vecchio comunista Zingaretti, il quale non ha capito che la sua base storica ha traslocato verso il M5S, nuovo interprete della sinistra pauperista, statalista ed assistenzialista, un mondo che non ha nulla in comune con quello principalmente borghese della Lega. Questa, dopo  i  vantaggi iniziali a costo zero, ora invece sta pagando prezzi elevatissimi e se ne accorgerà quando dovrà confrontarsi col nocciolo duro della sua base. Una manovra   prettamente di sinistra, infatti, poco ha concesso all’alleato, che ha ottenuto soltanto un modesto ampliamento della platea  delle partite IVA ammesse al regime forfettario del 15% e la riduzione dell’IRES sugli utili reinvestiti, mentre sono sparite riduzioni importanti per il reddito d’impresa, come l’ACE e l’IRI. Principalmente ha dovuto rinunciare alla Flat tax,  per il rifiuto del M5S  di toccare le aliquote più alte, effettivamente espropriative. Il segnale simbolico della riduzione anche di un solo punto avrebbe avuto il senso dell’avvio di un lungo percorso verso la vera tassa piatta uguale per tutti, iniziando, in fase sperimentale, con due o tre aliquote di livello accettabile da far discendere progressivamente nel tempo. I Cinque Stelle sono stati irremovibili ed a loro volta hanno ottenuto, con il reddito di cittadinanza, il provvedimento clientelare più corposo della storia della Repubblica, che determinerà un incentivo senza precedenti al lavoro nero. (I vecchi democristiani certamente sono impalliditi, mai avrebbero osato tanto). Altro che lotta all’evasione!

I pentastellati si sono mossi secondo lo stile dei movimenti totalitari, usando l’espressione “cittadini” come un’arma per combattere il pluralismo, su cui invece si fonda la democrazia liberale. Il popolo, di cui si riempiono la bocca, non è evocato come entità reale, semmai si tratta di quella porzione che è il loro popolo. Purtroppo di fronte allo spread, al crollo della borsa, alla bocciatura da parte dell’Ufficio parlamentare di Bilancio e di quella inevitabile dell’Europa, il contenuto assistenziale di una manovra, tutta in deficit e che non taglia neppure un euro degli enormi sprechi del bilancio statale, produrrà un ulteriore dissesto ed una crescita del debito pubblico, già ben oltre il 130% del PIL.

Come l’esperienza ha dimostrato, tali scelte conducono sempre direttamente sulla strada delle democrazie  illiberali di stampo sudamericano peronista o su quella dei regimi autoritari, attraverso una progressiva trasformazione della maggioranza ottenuta democraticamente, come in Turchia dove si è instaurata una feroce dittatura. Una coalizione sociale e politica nemica dell’economia di mercato e protesa verso forme di rinnovato statalismo e clientelismo  senza le necessarie risorse, riporta il nostro Paese al clima dell’immediato dopoguerra ed allo scontro tra democrazia liberale e collettivismo . Anche se oggi il comunismo ha assunto nuove denominazioni,   è sempre quello, ma in condizioni molto più pericolose, perché la nostra società ha raggiunto livelli di benessere e di conoscenza ben diversi, rispetto alla disperazione allora dominante.

E’ finito il tempo in cui una classe dirigente del Mezzogiorno colta e sensibile invocava uno sforzo per accorciare le distanze della storica arretratezza, che derivava da un’unificazione Nazionale affrettata e realizzata con grande cecità dalla monarchia sabauda prima e dal fascismo dopo. La sconfitta di quel meridionalismo intellettuale è stata completa ed oggi vengono alla ribalta dei Masaniello, come il sindaco di Napoli e come i Cinque Stelle, i quali, per evitare di spezzare drammaticamente in due il Paese, si fanno portatori di una linea secondo cui il Nord, che ha sempre sfruttato il Sud ghettizzandolo anche con l’enfatizzazione del pericolo del crimine organizzato, ora deve mantenerlo. Nei confronti di un Governo nemico del diritto e della libertà, come ci ha insegnato Giovanni Malagodi, non possiamo quindi che assumere una postura rivoluzionaria.

Lo scontro con la Lega sarà molto forte, ma alla fine il Governo reggerà, perché la condivisione del potere si rivela sempre un fattore di stabilità dalla forza quasi magica. Diviene un collante ancora più potente nel caso di forze che non lo hanno mai conosciuto e vivono quindi in un perenne stato di esaltazione di tipo etilico.

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