Louis Rougier  La fine della democrazia? Oaks Editrice 2018, pp. 207, € 18,00

Come scrive De Benoist nella prefazione di quest’opera di Rougier “In realtà, il punto di vista di Rougier può riassumersi nel modo seguente: lungi dall’essere fondata sulla ragione, come credevano i filosofi del XVIII secolo e, dopo di loro, i rivoluzionari del 1789, l’ideologia democratica si basa su una mistica che impregna i suoi principi essenziali. Il nucleo di questa mistica è il “dogma dell’uguaglianza naturale” … Questo dogma è stato poi diffuso e ridefinito dalla Scolastica cristiana, nel protestantesimo  calvinista e dalla filosofia degli Illuministi. Ora, per Louis Rougier, l’egualitarismo è una “semplice utopia”. Secondo Rougier “è il primato della ragione oggettiva, intesa in modo diverso ma ugualmente sostenuta dalla teologia cristiana e dai filosofi “illuminati”, che permette di stabilire tra questi un legame decisivo”: questo, spiega Rougier, perché il razionalismo “proclama l’uguaglianza naturale degli uomini e l’identità della ragione di ognuno di essi perché le verità razionali vengono comprese da tutti allo stesso modo e perché i caratteri essenziali che caratterizzano una specie non comportano diversi gradi di perfezione”. Tuttavia aggiunge “Le scienze storiche ci rivelano che le razze, i popoli, le collettività, le classi sociali, i corpi professionali hanno una mentalità distinta, una psicologia che è loro propria, un’idiosincrasia che impedisce di confonderli tra loro. La disuguaglianza è sempre prevista dalla natura”. Come Tocqueville (per l’aspetto istituzionale) il filosofo fracese pone l’accento (per il pensiero politico e non solo) non sulla rottura tra rivoluzione e ancien régime, ma sulla continuità: “Questa continuità, sottolinea Rougier, è evidente soprattutto nel caso della nozione di uguaglianza, introdotta nel pensiero europeo dal cristianesimo con il tema puramente metafisico di una relazione egualitaria tra tutte le anime e Dio, poi ripresa dai filosofi del XVIII secolo che, strappandola dalla sfera teologica, si sono sforzati di inserirla all’interno della sfera “materiale”, profana, del mondo civile e politico”. Ma dato che la disuguaglianza è nella realtà, l’aspirazione all’uguaglianza è una mistica: una credenza non fondata sulla realtà ma su convinzioni (a sfondo non-razionale). In questo Rougier è debitore di due pensatori: Vilfredo Pareto e Gustave Le Bon, ambedue convinti del ruolo delle azioni irrazionali nella condotta umana. E anche di Guglielmo Ferrero, sia per l’importanza della legittimità (decisiva per la conservazione delle comunità umane), che non è spiegabile razionalmente (o del tutto razionalmente, Hobbes docet); sia per la distinzione tra società qualitative (antichità e Medioevo) e civiltà quantitative (il cui prototipo  sono gli USA).

Il libro è impreziosito da un saggio di Giovanni Sessa su “Rougier e il problema della democrazia” il quale scrive, “Il suo pensiero ci conduce al centro del dibattito politologico contemporaneo impegnato a discutere attorno alla crisi della democrazia. A differenza di Rougier, riteniamo che ad essere in crisi non sia tanto la democrazia in sé, la democrazia nata in Grecia, quanto piuttosto il suo modello liberale”. Questo perché il sistema prevalente di democrazia, è “quello rappresentativo, vale a dire liberale, che ha subito, negli ultimi trent’anni, una radicale involuzione in senso totalitario … La democrazia rappresentativa è oggi segnata dal tratto totalitario: il popolo, suo soggetto politico, è stato posto in una condizione di sudditanza e minorità”.

Tale sviluppo ha avuto, sostiene Sessa “un iter parallelo a quello della post-modernità…Per la qualcosa, sarà bene affrontare il discorso relativo alla crisi della democrazia, assieme all’esegesi della post-modernità, al fine di rintracciare possibili vie d’uscita dall’una e dall’altra”.

Il tutto è dovuto al fatto che nello Stato-Leviatano moderno, i cittadini delegano ai rappresentanti l’esercizio della sovranità (di cui sono così spogliati).

Nella (fase) post-moderna il potere reale è stato scisso dal potere politico. Le oligarchie finanziarie “gestiscono i flussi finanziari in una situazione, sotto il profilo politico, paradossale: lo ‘statalismo senza Stato’. Fluidità e breve durata connotano la nuova ‘economia dell’esperienza’ che ha rinunciato a progetti a lunga scadenza. La precarietà si è incisa, pertanto, come segno tangibile, nelle vite di noi tutti. L’individuo post-moderno è solo perché è uomo senza Tradizione, senza passato e memoria, proiettato in un presente deprivato di profondità esistenziale e ridotto al consumo…Pertanto crisi della democrazia e della modernità, si intrecciano ad una crisi esistenziale e valoriale senza precedenti. Le pagine di Rougier, pur essendo attualissime, pensiamo debbano essere aggiornate alla situazione contemporanea”.

Secondo Sessa “L’alternativa possibile all’oligarchia finanziaria e transnazionale della governance, può davvero essere ravvisata nel concetto greco di democrazia, nella democrazia organica, centrata sulla sovranità popolare e sulle identità etno-culturali”; e solo “il pensiero di Tradizione, può indirizzare gli uomini contemporanei a recuperare il loro ‘da dove’, in funzione del loro ‘per dove’. Solo la Tradizione è in grado di svolgere il ruolo alchemico del solve et coagula nei confronti della pulsione populista e di trasmutarla in visione comunitaria”.

In altre parole “uno vale uno” non basta: come scriveva già Montesquieu (ripreso nel XX secolo da Forsthoff) per far funzionare la democrazia occorre la virtù (carattere qualitativo per eccellenza).

Rougier scrive che la mistica democratica non regge al confronto col dato reale: “Per far uso della sua autorità il popolo sovrano deve procedere ad una organizzazione del potere. Dato che in un grande Stato questo potere il popolo non può esercitarlo direttamente, esso lo delega ai suoi rappresentanti e così si afferma ciò che il Michels ha chiamato la legge ferrea delle oligarchie”.

Peraltro “regimi democratici tendono irresistibilmente ad accrescere le prerogative dello Stato, o, per meglio dire, di coloro che lo rappresentano, a detrimento delle libertà individuali”, con la conseguenza che “I cittadini verranno sempre più amministrati e per via della complessità delle funzioni dello Stato essi saranno sempre meno in grado di controllare… Come secondo la leggenda dell’apprendista stregone, l’individuo, dopo che sono stati fatti scorrere fiumi di sangue per liberarlo, diverrà l’uomo-servo di una nuova feudalità, di una feudalità più oppressiva di ogni altra perché anonima: della burocrazia statale”. Come scriveva Max Weber ed è nel DNA del pensiero borghese, almeno dall’epoca delle rivoluzioni francese ed americana.

Un libro interessante, anche per gli sviluppi che profila. Una considerazione conclusiva. Il concetto di rappresentanza, come mostrato da Carl Schmitt, non è limitato all’ordinamento borghese; in realtà è un principio di forma politica, il quale, insieme all’opposto, quello di identità, in varie conformazioni e rapporti modella la concreta forma dell’istituzione politica. Al rapporto necessario ha i due principi non sfugge alcun regime: né la monarchia, né la dittatura, l’aristocrazia, né altra.

Costruire qualcosa di nuovo, una democrazia organica e/o qualitativa non potrà prescindere da questa necessità fattuale.

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