L’Europa unita per molti pensatori e politici di rilievo ha sempre rappresentato un ideale da perseguire, un modello cui protendere. In un passato non lontanissimo c’è chi ha addirittura sognato la possibilità che i cittadini del Vecchio Continente potessero parlare l’esperanto, lingua universale sviluppata da Ludwik Lejzer Zamenhof che avrebbe dovuto accomunare tutti: un idioma nuovo, fantasioso ma che in sè conteneva il germe di una profonda, sensibile tensione morale.

L’Europa dei popoli, cioè, avrebbe dovuto trovare il coronamento della sua ragion d’essere in una lingua comune da affianacare a quelle nazionali, capace di unire al di là dei confini e delle culture esistenti. Oggi prevale il trilinguismo anglo-franco-tedesco che si è imposto senza grandi difficoltà e resistenze rimarcando rapporti sbilanciati a favore dei Paesi più forti.

Il processo di unificazione europea è iniziato nel lontano 1951 con la nascita della CECA, accordo in materia di carbone e acciaio, grazie alla spinta propulsiva di figure di spicco dell’epoca: Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi. Un progetto figlio di una visione illuminata nato all’indomani del Secondo conflitto mondiale con l’obiettivo di garantire pace, libertà e prosperità in un mondo diviso in due blocchi velenosamente contrapposti.

L’Unione Europea, che ha subito una rapida accelerazione verso il suo allargamento, conta 28 Stati membri. In Italia, a differenza di un trentennio fa, è crescente nei suoi confronti un sentimento di scetticismo.

Al di là delle ipocrisie di maniera bisogna ammettere che l’UE, grande mercato di libero scambio dotato di una moneta unica, è percepita come un enorme, costoso apparato burocratico dominato da tecnocrtai e pertanto distante dalle concrete esigenze dei cittadini. Da qui l’aumentata disillusione verso le Istitzuini di Bruxelles. A finire sul banco degli imputati anche l’euro mai accettato e metabolizzato dai cittadini del Belpaese nonostante ne siano state decantate, forse impropriamente, le proprietà salvifiche.

La diffidenza esistente è stata anche certificata dall’ultimo sondaggio Eurobarometro (2018) strumento di indagine statistica che misura ed analizza le tendenze e i sentimenti dei cittadini di tutti gli Stati membri. E’ emerso che il 68 per cento degli europei ritiene che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’UE e il 62 per cento degli intervistati considera positivamente l’adesione del proprio Paese all’Unione Europea. Fanno eccezione pochi Stati, tra cui l’Italia in cui solo il 43 per cento degli intervistati pensa che essa abbia tratto beneficio dall’essere membro Ue, il dato più basso tra tutti, e solo il 65 per cento dichiara di essere favorevole all’euro. Avanza cioè una diffidenza nei confronti dei poteri costituiti europei che non riescono a sedurre in quanto incapaci di fornire risposte oltre agli input ragionieristici basati su indici economici e misure di finanza pubblica.

La magia dell’Europa sta cioè progressivamente svanendo, non a causa di chi ne evideniza e ne sottolinea i limiti ma forse a causa di processi decisionali mai realmente condivisi ed accettai da buona parte dei suoi cittadini.

Se la politica intende rilanciare un’idea suggestiva e ammaliante di Europa deve ascoltare i territori, ripensare la propria ragion d’essere nel tentativo di fornire risposte che non siano solo quelle riguardanti le questioni di spesa pubblica e di bilancio bensì quelle relative all’immigrazione, alla crescita economica e alla disoccupazione giovanile.

L’Europa dei ragionieri, cioè, dovrebbe lasciare più spazio a quella dei popoli

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