Il Sole 24 Ore ha pubblicato un analisi di un proprio editorialista, che scrive con lo pseudonimo di “Montesquieu”, quanto mai appropriata, in cui si legge: “la distruzione morale e politica della nostra storia: ecco il vero significato del taglio dei vitalizi”. L’articolo dell’autorevole quotidiano economico  prosegue ricordando  la reiterata occupazione, eccitata e trionfale, dei Palazzi della Repubblica da parte dei Cinque Stelle. Mi sembra una sintesi che coglie nel segno, mentre la gravità della vicenda non è stata compresa, o peggio, è stata volutamente trascurata da un’opinione pubblica carica di odio nei confronti di quella che la vulgata giornalistica generalizzata ha definito come la casta. Si tratta della stessa ingiustizia delle espressioni dense di volgarità e prive di umana pietà che hanno invaso la rete quando si è diffusa la triste notizia della morte di Gilberto Benetton, un grande imprenditore,  invece trasformato dall’ordalia mediatica in bersaglio del popolo inferocito, che lo ha identificato come il responsabile del disastro del ponte Morandi.

Un gruppo di destabilizzatori, sia pure eletto democraticamente, ha ritenuto di poter occupare le sedi delle Istituzioni repubblicane come i rivoluzionari bolscevichi fecero col Palazzo d’inverno. Lo spettacolo indecente delle esplosioni di gioia dal balcone di Palazzo Chigi per incitare il popolo radunato nella piazza ed invitarlo a festeggiare fino alla riva del Tevere, fanno pensare ad una concezione proprietaria dei “Palazzi”, di cui si sono impossessati in modo  rivoluzionario, profanandone la sacralità, mentre sono i templi laici di una democrazia, conquistata con sanguinose guerre e rivoluzioni e facendo tesoro di secoli di cultura liberale. Questa plebaglia, con un atto di prepotenza ha colpito, col taglio dei vitalizi, coloro che ne erano stati i rappresentanti ed ha finito col seppellire settant’anni di ritrovata libertà democratica, di progresso senza precedenti nella storia, seppure, come in tutte le vicende umane, non privi di errori. L’orda pentastellata si comporta come i Visigoti o gli Unni dei nostri tempi, riproponendo oggi, dopo secoli , il sacco delle libere Istituzioni democratiche. Essi attentano al principio della separazione dei poteri, attaccando le autorità indipendenti, la stampa libera e persino il Presidente della Repubblica; presto toccherà alla magistratura. Disconoscono la sacralità dello Stato e della sua Costituzione democratica in nome della piazza, evocando il ruolo dei cittadini,  collegati attraverso la rete, come se si trattasse di una moderna Comune di Parigi con nuovi Robespierre, Marat e D’Anton, ma mostrandosi del tutto ignoranti della storia ed arroganti improvvisatori. Ho ascoltato con raccapriccio il Vice Presidente (non l’usciere) del Consiglio dei Ministri  denunciare che sarebbe stato falsificato il testo del Decreto fiscale, minacciando di ricorrere alla Procura della Repubblica. Il giovanotto della provincia napoletana ignora lo storico principio, secondo cui, in nome della separazione dei poteri per tradizione secolare, la magistratura si tiene e viene tenuta alla larga dai palazzi del Governo e del Parlamento. Qualcuno ha cercato di giustificarlo dicendo che il poveretto questo non lo sapeva. Ribatto: “No, la realtà è che non sa nulla di nulla! Non si tratta soltanto dell’inadeguatezza del titolo di studio. Non ha  mai letto una riga, neppure topolino.”

Il popolo, votandoli, ha dato ascolto agli anchor men ed ai pennivendoli che incitavano alla rivolta, ma si accorgerà che, per fare dispetto alla moglie, in questo modo ha finito col castrarsi. Stiamo vivendo una drammatica regressione della nostra civiltà, come quando cadde l’impero romano, determinando un immenso vuoto di potere. Ci avviamo, come in quell’epoca, verso un futuro molto oscuro, privo di speranze, sogni ed utopie, verso un declino inesorabile e rassegnato in cui il rancore ha preso il posto della speranza. Questi arrembanti pirati della politica se ne sono fatti interpreti, occupando le istituzioni per distruggerle in nome di un becero populismo, che si rivela peggiore del peronismo, perché privo persino del mito dei descamisados, che il dittatore argentino, insieme alle sue due mogli, riusciva ad interpretare, finendo con l’infondere nel loro animo qualche illusione. Ad un popolo disperato per il brusco cambio della prospettiva esistenziale, cui non era preparato, è  stato trasmesso un messaggio nichilista, che produce rassegnazione ed una cieca ostilità verso gli ex parlamentari, che con onore e competenza hanno per un settantennio rappresentato il popolo sovrano, ed oggi  vengono additati come i responsabili del tramonto del mito dell’opulenza,  svanito invece per ragioni complesse. Le reali cause del fenomeno vengono da lontano e risiedono nella profonda trasformazione della società postindustriale. Come ha brillantemente osservato Maurizio Molinari, nel saggio dal titolo “Perché è successo qui”,  (La nave di Teseo) facendo leva su un istinto mai represso nell’antropologia politica del Paese, “il Sovranismo all’italiana è una riedizione tribale del nazionalismo”. Di fronte ad una situazione economica, subdolamente rappresentata come il fallimento del liberismo, attraverso l’invocato recupero di sovranità, si corre ancora una volta alla ricerca della protezione economica dello Stato, quasi che esso, tra i propri doveri, avesse anche questo. Il direttore della Stampa coglie il rumore di fondo del sovranismo, attraverso il frenetico attivismo di un “avanguardismo digitale” e di uno “squadrismo del Web” costantemente all’opera, che prendono il posto dei moderati, i quali a loro volta si ritraggono. Sembrano dimenticati e sepolti, come ingialliti dal tempo e ormai desueti, i grandi ideali che hanno animato il secolo breve, dalla pace, al progresso scientifico ed economico, dallo sviluppo industriale alla curiosità per il nuovo, che quotidianamente cambiava le nostre abitudini e la nostra stessa vita, rendendola affascinante. Al posto di quella esaltante avventura, emergono angoscia, timori, senso di incertezza, impoverimento dei ceti medi, rassegnazione delle grandi masse giovanili, che non studiano e non cercano lavoro, l’incubo di essere invasi da un’immigrazione incontrollata, l’indifferenza, se non l’aperta ostilità, verso l’Europa. Allo stesso tempo è caduta la fiducia nella democrazia liberale. Invece cresce l’attenzione, e sovente l’apprezzamento, per leader autoritari, come Vladimir Putin, Xi Jimping, Erdogan, o Donald Trump. In questo inizio del ventunesimo secolo ricompaiono tutte le ombre, tutte le angosce, la medesima protesta a sfondo autoritario che si manifestò un secolo fa e portò ad uno dei più drammatici disastri della storia.

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