Ortega Y Gasset l’aveva previsto: con la rivoluzione delle masse vi sarebbe stato il tramonto definitivo delle élite di governo.

Il filosofo spagnolo non poteva immaginare, però, che in alcuni Paesi, come purtroppo in Italia, la situazione di deterioramento della classe politica da lui preconizzata potesse diventare peggiore che altrove.

I protagonisti del “decennio nero” e gli attuali governanti, eletti con il Rosatellum (da essi stessi definito “vergognoso”) sono riusciti a far sì che che a scegliere i già “non elitari” rappresentanti politici non fosse neppure la massa dei votanti ma i capi-partiti, espressione anch’essi della mediocrità dominante (come dimostra il loro eloquio, riportato non solo da avversi mass-media ma dai loro stessi social con o senza piattaforme.)

La conseguenza, purtroppo,  è sotto gli occhi di tutti.

Pur avendo, il popolo italiano intuito che l’Unione Europea, in mano di burocrati banchieri (interlocutori prediletti dei Finanzieri di Wall Streete della City) stava strozzando ogni possibilità di crescita sociale e di sviluppo economico del Paese, ha dovuto, per il sistema elettorale vigente, affidare il governo della res publica, con poche e salutari eccezioni,  a persone di scarsissima competenza politica,  amministrativa ed economica.

D’altro canto, i votanti non potevano fare di più: dopo avere finalmente detronizzato gli “ancora peggiori”  protagonisti del nefasto “decennio nero” (che peraltro, avevano solo portato alle estreme conseguenze la politica pluridecennale, sostanzialmente illiberale e falsamente democratica  di assolutisti religiosi e di fanatici  ideologizzati, sedicenti “di centro, di destra e di sinistra”) si erano trovati di fronte “all’offerta” del Rosatellum da prendere o lasciare.

E, per non sentirsi oggetto delle rampogne di chi pur li invitava e deporre nelle urne soltanto nomi di anonimi e sconosciuti, selezionati unicamente dai partiti, hanno mandato al governo del paese individui il cui difetto maggiore non era quello di non conoscere l’uso corretto del congiuntivo, la geografia, la storia e quant’altro faccia parte di un bagaglio culturale pur modesto, ma di ignorare del tutto l’ABC della politica, del diritto, dell’economia, del fair play istituzionale e tanto altro ancora in materia di gestione della res publica.

Il guaio a questo punto è che, pur se si ritornasse alle urne, il risultato sarebbe pur sempre quello consentito da una legge liberticida che priva i cittadini del loro diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento; senza dover subire necessariamente il diktat dei vari “caporali di giornata”, emersi e giunti al vertice dei partiti per giochi reconditi di tipo settario o comunque poco chiari (primarie ridicole, gazebi improvvisati, piattaforme mediatiche nelle mani di personaggi oscuri perché sempre nell’ombra, scelte personali inappellabili).

In una situazione molto delicata per il Paese, nessuna forza politica parla più di riforma elettorale.

Ne ha accennato, in verità, Matteo Salvini, al probabile e meritorio fine di porre termine al pasticcio dei rapporti tra le massime Istituzioni dello Stato, in un clima di conflitto permanente non solo tra governo e opposizione ma tra i partner dello stesso governo e tra questi e altri organi dello Stato di grande importanza.

Ne ha parlato per invocare una riforma costituzionale (sorvolando sulla necessità di un’Assemblea Costituente con imprescindibili scelte adeguate); una riforma  che istituisca una Repubblica semi-presidenziale alla francese.

Nel farlo, il leader leghista  ha implicitamente richiesto (com’è, cioè, in Francia) un sistema maggioritario uninominale per l’elezione dei membri del Parlamento.

E questo a me, che non sono un entusiasta del modello francese,  è parso il dato più rilevante (anche se, invero, non enunciato espressamente).

Il problema è di somma rilevanza.

Non può rivendicare una politica diversa e meno asfittica da parte dell’Unione Europea, un Paese che dimostra quotidianamente di non saper da che parte andare.

La scelta è ineludibile: delle due l’una.

Vuole la crescita economica, la ripresa degli investimenti, la riduzione della pressione fiscale soprattutto per le classi più abbienti (per indurle (ovviamente) a maggiori consumi e investimenti produttivi, la conduzione della pubblica amministrazione e della giustizia fuori dal recinto autoritario disegnato dal Re Sole, da Napoleone e da Mussolini, la revisione di taluni principi liberali la cui applicazione s’è dimostrata deleteria per il capitalismo produttivo di beni (e non meramente monetario) come la libertà dello scambio delle merci a prezzi resi differenti per l’alto o basso costo del lavoro  o come la libertà di trasmigrazione incontrollata che sta sconvolgendo l’assetto sociale dell’Occidente eurocontinentale;

o vuole, invece, la rinascita del pauperismo e universalismo (cosiddetto “umanitaristico”) catto-comunista, la punizione dei reprobi-ricchi (riproponendo,mutatis mutandis, la parabola della cruna dell’ago e del cammello), una spinta ulteriore agli eccessi di un giustizialismo senza controllo e responsabilità (reso peraltro inutile dal perdonismo diffuso e dal buonismo imperante a gauche), la cancellazione di tutte le regole del pur “ferito a morte” Stato di diritto?

L’ora di fare delle scelte non soltanto coraggiose ma univoche e coerenti per le finalità che si intendono raggiungere non può essere rinviata ancora di molto. E dovrà contemplare, prioritariamente, la necessità di restituire agl Italiani la libertà della scelta dei propri rappresentanti in Parlamento, per avere almeno una classe politica non inferiore alle previsioni, non di certo ottimistiche,  di Ortega Y Gasset.

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