La politica delle parole suggestive, prive di contenuto ha preso il posto di quella delle idee, delle visioni culturali. Arrembanti ragazzotti o ragazzotte incolti occupano la scena, ripetendo all’infinito sempre le medesime ovvietà. L’orizzonte è soltanto quello dell’oggi o, al massimo, quello del prossimo appuntamento elettorale. L’utopia, il sogno visionario, la fantasia, i grandi progetti ambiziosi sono scomparsi dai radar. Dominano i selfie, Twitter, Facebook, Instagram, ridondanti di messaggi aggressivi ed insulti gratuiti. La storia, sempre grande guida e maestra, appare cancellata.

Rottamazione, Job Act, buona scuola, contratto di Governo, reddito di cittadinanza, governo del cambiamento, manovra del popolo, potremmo continuare, queste sono le espressioni alle quali la nuova politica, protagonistica ed improvvisata, ormai ci ha abituati. Siamo stati ammorbati da un uso inflazionato di parole e definizioni, tutte usate impropriamente ed in modo ossessivo, per sottolineare proclami, azioni, iniziative politiche o legislative, destinate principalmente alla raccolta del consenso, indipendentemente dalla loro possibilità  di realizzazione. L’ansia di qualificare ossessivamente  una qualche diversità, ha finito col rivelare tutta la inconsistenza di chi sa  soltanto ricorrere all’insopportabile uso ripetitivo di parole, prive di corrispondenza col  conseguente comportamento. Emerge un desiderio insopprimibile di apparire diversi ed innovativi rispetto al passato e convincerne gli altri. In effetti questi nuovi personaggi, approdati ai vertici dello Stato, diversi lo sono indubbiamente, non perché populisti o sovranisti ma perché supponenti ed arroganti, tanto quanto immensamente ignoranti. Il loro modo di far politica e di avvicinarsi alle istituzioni è anch’esso innovativo, nel senso che ne rivela immediatamente i limiti culturali e l’assenza di esperienza. La stessa denominazione di fantasia, priva di ogni ancoraggio politico culturale del loro movimento ispirato alle stelle, ne dimostra la inconsistenza. Legiferare, soprattutto governare, sono arti difficili e complesse, alla quali bisognerebbe avvicinarsi con umiltà e rispetto, ma principalmente avendo cercato di imparare come funzionano le istituzioni pubbliche, dopo aver osservato con modestia quanto è stato fatto da chi li ha preceduti ed aver capito l’intricato mondo della burocrazia e delle autorità indipendenti, il cui ruolo è straordinariamente importante in ogni Stato di diritto. Gli atteggiamenti da guasconi in grado di salvare il mondo da parte di chi viene direttamente dalla strada, sovente privo di qualsiasi esperienza nel campo del lavoro, possono produrre soltanto effetti distruttivi, come purtroppo è dinnanzi ai nostri occhi, ormai da alcuni anni. La volgarissima espressione napoletana,  secondo cui “non si può mettere a pucchiacca n‘mane e ccreature” è purtroppo verissima, come sempre conferma la saggezza popolare. In questo caso si tratta della difficile arte di governare.

Se è indiscutibilmente vero che la democrazia è un ordine dinamico, quindi nessuno può fermarsi nella contemplazione di un passato, che deve essere necessariamente aggiornato, non si può accettare una narrazione banalmente populista e neo autoritaria. Bisogna piuttosto sforzarsi di pensare ad una modernizzazione inevitabile, consapevoli che il fascino del lungo cammino della libertà, consiste nella capacità di aggiornarsi continuamente. Sarebbe venuto il momento di cominciare a domandarsi se, come complemento necessario del suffragio universale, non sarebbe il caso di limitare l’elettorato passivo a coloro che abbiano un adeguato titolo di studio, una certa esperienza lavorativa, una dimostrata maturità e capacità di essere versatili, ma principalmente di aver una preparazione specifica per poter aspirare alle delicate funzioni politiche cui  ciascuno si appresta a candidarsi, come è giustamente prescritto per l’accesso a determinati incarichi amministrativi pubblici. Altrimenti continueremo ad eleggere dilettanti allo sbaraglio, non in grado di inserirsi in realtà complesse, come un grande Comune, una Regione, il Parlamento Nazionale, il Governo del Paese. Se non si porrà  subito rimedio a tale pernicioso fenomeno, un progressivo bradisismo negativo finirà col sommergere il nostro Paese e lo allontanerà inesorabilmente dal novero delle grandi potenze industriali e delle più avanzate democrazie, alle cui regole e valori fondanti l’Italia è stata ancorata per molti anni.

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