La preoccupazione di ogni buon liberale è stata sempre quella di impedire l’accentramento dei poteri pubblici, compensando prerogative e controlli in un quadro istituzionale ben bilanciato (ciò che gli anglosassoni chiamano check and balance).  Tuttavia, a furia di compensazioni e bilanciamenti, la costituzione “più bella del mondo” ha sortito questi effetti:  – bicameralismo perfetto, con camere impossibilitate ad approvare qualsivoglia legge per via ordinaria nell’arco di una legislatura; – presidente del consiglio che non può “dimissionare” un ministro del suo gabinetto; – controfirma del Presidente della Repubblica su ogni atto legislativo e governativo; – magistratura “superindipendente”, dispensata da qualsivoglia controllo; – pubblico ministero “superpoliziotto” e al contempo “giudice”, con competenze sostanzialmente illimitate; – sindacati con  potere di rappresentatività oltre la cerchia dei propri iscritti.  E qui mi fermo. Potrei ancora continuare a lungo, ma è meglio illustrare brevemente ogni punto dolens indicato (ciascuno, per il suo verso, unico e irrepetibile nell’intero panorama mondiale).

Il bicameralismo perfetto in una repubblica parlamentare è un lusso di “ultrademocrazia” che non ci possiamo permettere.  Le camere che danno la fiducia al governo sono le stesse che devono legiferare; i ministri che siedono nel Consiglio di gabinetto sono gli stessi che siedono sugli scranni del parlamento e la loro veste di parlamentari-ministri li rende al contempo controllori e controllati.  E che ne è poi del processo di legiferazione?  Avete notato che in Italia il 99% delle norme in vigore non promana da una legge ordinaria, bensì da un decreto? Che si chiami decreto-legge o decreto del Presidente della Repubblica o decreto legislativo poco importa; sempre e comunque si tratta di un decreto, ossia di un atto che non compete al Parlamento.  E vogliamo parlare delle proposte di legge di iniziativa parlamentare? Nessuna di esse ha la benché minima probabilità di andare in porto, passando attraverso le forche caudine dell’esame preliminare nelle varie commissioni e del voto finale nelle due Aule col criterio della “doppia conforme”,  Ecco uno dei tanti paradossi italiani: nella Repubblica parlamentare per eccellenza, il Parlamento è svuotato del suo vero potere … quello di legiferare.

Il nostro Presidente del Consiglio siede tra i “grandi del mondo” al G 7, al G 8, al G 20 e domani al G 100.   In quel consesso, egli è il classico “vaso di terracotta in mezzo ai vasi di ferro”.  Gli altri capi di governo hanno un mandato duraturo e certo, il nostro Presidente del Consiglio è investito di un “ufficio” transeunte, precario e incerto; esposto a mille possibili revoche.  E la revoca può arrivare da un momento all’altro, perfino durante i lavori del medesimo G 7 o G 8.  I suoi omologhi allo stesso tavolo sono veri capi di governo, poiché tutti i ministri rispondono a lui dei loro atti; se ne perdono la fiducia, vengono deposti.  Il nostro Presidente del Consiglio cosa capeggia? di cosa è veramente capo?  Uno dei suoi ministri lo può tranquillamente irridere e sbeffeggiare, ignorando le sue direttive e contraddicendo perfino la sua linea politica, senza alcun timore di essere allontanato dal suo presunto “capo”.  Il ministro ha giurato innanzi al Presidente della Repubblica, non già innanzi al Presidente del Consiglio; è stato investito dei suoi poteri dal Parlamento; sicché non può essere sfiduciato dal suo “capo”.           Insomma il nostro capo di governo è come l’allenatore di una squadra di calcio che non può ordinare ad alcun calciatore di uscire dal campo.

Il Presidente della Repubblica è affaticato dalle tante firme che deve apporre agli atti parlamentari e governativi.  Ma egli non firma, assumendosi la responsabilità politica degli atti; si limita a controfirmare gli atti altrui, apponendo il suo sigillo regale a margine.  L’ignaro sempliciotto di provincia si chiederebbe: ma per quale motivo il Presidente deve affaticare la sua mano, a rischio di artrosi, se gli atti sono già firmati dai soggetti direttamente responsabili?   Domanda troppo ingenua. Il dotto intellettuale lo guarderebbe con sussiego e gli spiegherebbe che il Presidente della Repubblica è il rappresentante dell’unità del paese e custode dei principi costituzionali; firmando, egli “unifica” e “custodisce”.  Gli dovrebbe spiegare altresì che la “controfirma” risale ai tempi dello Statuto albertino e conferiva al Re un penetrante potere di controllo sugli atti del “suo” governo (ossia di sua fiducia).  Oggi la controfirma è un fischietto nelle mani di un arbitro.  Se l’arbitro è imparziale, i suoi fischi non alterano il risultato della partita; se non lo è …..  Chi può garantire l’imparzialità del “garante”?  Abbiamo dunque trovato questo bel bilanciamento: che un organo politicamente irresponsabile può comunque bloccare gli atti dell’organo politicamente responsabile, il quale tuttavia non risponde a lui, bensì al Parlamento e, in ultima analisi, al popolo sovrano.

La Magistratura italiana ha il privilegio, unico al mondo, di non subire alcun tipo di controllo.  L’organo di autogoverno della Magistratura, il CSM, è composto anche da membri non togati; ma la componente togata è maggioritaria, sicché controllori e controllati appartengono alla stessa famiglia.  Non si ha memoria di un provvedimento disciplinare pesante e incisivo nei confronti di alcun giudice o pubblico ministero che abbia fatto scadere termini perentori o abbia mostrato altra negligenza e perfino nei confronti di chi abbia dato segni di squilibrio mentale.  La magistratura più “coccolata” del mondo, con carriera automatica e porte girevoli con la politica, produce tuttavia un servizio di pessimo livello, amministrando la giustizia a passo di lumaca.

All’interno di questa anomalia, è possibile individuare una perla rara: il pubblico ministero italiano è collega del “giudice”, del quale condivide la veste, le prerogative e la carriera.   Sotto il comune cappello della “magistratura”, i due colleghi esercitano funzioni completamente diverse.  Il pubblico ministero non giudica, ma investiga e accusa; ed è parte nel processo; mentre il giudice super partes emana la sentenza.   Ovunque nel mondo, si riconosce la natura amministrativa di tale organo, per la semplice ragione che gli è attribuito il potere ammnistrativo più forte e significativo: quello di dirigere la polizia giudiziaria (ossia tutti gli apparati repressivi messi insieme: la polizia di Stato, i Carabinieri, la guardia di finanza, la polizia municipale, la polizia carceraria, la guardia forestale etc. , guidati da un solo capo, nella fase delle indagini).  Ebbene questo capo di tutte le polizie assurge a giudice, godendone le prerogative, ma non subendone i limiti di competenza.  Può dunque accadere che le indagini avviate nominalmente a Potenza si svolgano poi in effetti a Campione d’Italia.  Inoltre, il pubblico ministero non si pone limiti di spesa.  Può dunque accadere che le indagini sul bacio di Andreotti costino al contribuente italiano una cifra iperbolica, per scoprire infine che il buon Andreotti non sapeva baciare. Inoltre questo pubblico ministero può cominciare le indagini quando e come gli aggrada; può scegliere quale caso seguire e quale fascicolo lasciare nel cassetto.  In concreto, il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale significa questo: che nel mare magnum di denunce, esposti, referti, informative etc. il pubblico ministero può scegliere con il suo personale criterio, assolutamente insindacabile, l’atto “dovuto” e l’atto non-dovuto.

I sindacati in Italia godono di un potere di ultrarappresentatività per diritto divino.  Associano, in larga misura, pensionati (più di un terzo dei loro iscritti) – firmatari di una delega in bianco per i rapporti col monopolista INPS, che concede ai loro “patronati” il monopolio di accedere alla piattaforma informatica interna – e hanno il potere di sottoscrivere contratti di lavoro validi per tutti.  Insomma: un avvocato che ha ricevuto il mandato da 20 clienti, chissà perché rappresenta tutti i 100 interessati e con i suoi atti non vincola solo i clienti, ma tutti.  Ebbene, questi sindacati, pur esercitando una funzione pubblica, consistente appunto nel vincolare i non associati, mediante accordi validi erga omnes, non subiscono alcun tipo di controllo pubblico né sulla gestione interna, né sulle manifestazioni esterne di volontà, né sui flussi economici etc..  Non sono responsabili di fronte a chicchessia, padroni a casa propria, ma anche a casa degli altri.

Approssimativamente, il quadro istituzionale che viene fuori dalle anomalie illustrate, è così sintetizzabile: molti hanno il potere di “impedire”, nessuno ha il potere di “fare” e in ogni caso il potere di fare, oberato di responsabilità politica, è soverchiato dai molteplici poteri di impedire, non gravati da alcuna responsabilità.  Ovviamente, se i politicamente irresponsabili – con il loro potere di veto – soverchiano i politicamente responsabili, il risultato è la paralisi.

Si esagera o si fa una fotografia abbastanza fedele dell’Italia degli ultimi 25 anni?  Non mi pare di essere molto lontano dal vero, nel descrivere un’Italia paralizzata dai veti dei molteplici poteri di impedimento, politicamente irresponsabili.  E da liberale mi chiedo: se nascesse in Italia Margareth Tatcher, potrebbe realizzare in Italia quello che fece in Gran Bretagna? Potrebbe partecipare ai G7, G8 etc. senza ricevere avvisi di garanzia? Potrebbe presiedere il Consiglio dei ministri, senza le contestazioni dei suoi stessi ministri? Potrebbe confidare nella firma del Capo dello Stato sugli atti di governo o dovrebbe temerne la mano affaticata e tremula? Potrebbe liberalizzare i rapporti di lavoro o gli sarebbe impedito dalla “sciopero generale”, ignoto alla restante parte del mondo?

Mi pare che i vecchi criteri di check and balance si rivelino inefficaci nell’Italia di oggi.  La vera questione hic et nunc non è la limitazione del potere di governo rispetto agli altri poteri dello Stato, bensì la limitazione di tutti i poteri dello Stato (non solo quello di governo) e degli altri Enti pubblici, nei confronti dell’inerme cittadino privato.  Bisogna ridisegnare i confini tra la sfera privata e la sfera pubblica, proteggere il privato dall’invasione di campo degli innumerevoli apparati pubblici, i quali nel tempo si sono creati la loro riserva indiana, impermeabile a qualsiasi controllo di responsabilità.  Chiamerei il tasso di succubanza del privato di fronte ai numerosi apparati pubblici “tasso di comunismo”; ebbene, sono convinto che l’Italia è uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di comunismo.   E’ questo il nostro vero problema.

* Dall’intervento al Consiglio nazionale del Partito Liberale Italiano (19-20 ottobre 2018)

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