Le persone religiose parlano della creazione divina del mondo e dell’uomo in sette giorni, ma nulla dicono a proposito della nascita dei dinosauri, della loro estinzione 66 milioni di anni fa e delle cause della loro distruzione (insieme al settantacinque per cento della vita del Pianeta Terra, secondo gli studiosi). Le persone amanti dell’empirismo (che si orientano sempre verso verità scientificamente provate) sanno di non poter contare su dati certi: asteroidi, comete e altri corpi celesti collidono tra loro, si distruggono reciprocamente, creano sui pianeti mutamenti climatici spaventosi, senza che l’uomo, corpuscolo minimo, atomistico,  infinitesimale della  Terra (a sua volta piccola pallina ruotante nel Cosmo dagli infiniti ”infiniti”)  possa capirci gran che.

Le persone politicamente impegnate, nella loro spasmodica ricerca di consensi, utilizzano movimenti tellurici, terremoti e tsunami, uragani, alluvioni, inondazioni, tempeste di straordinaria violenza per portare acqua al mulino delle loro tesi, pro o contro l’industrializzazione (id est, per l’apertura o per la chiusura di fabbriche e ciminiere) e per attacchi all’incuria di amministratori di parte politica opposta (anche a dispetto del fatto che la Natura mette in difficoltà tutti, senza riguardo per le tessere di partito).

Solo individui politici di forte tempra non temono di andare contro-corrente e di dire la loro opinione anche con il rischio dell’impopolarità (almeno temporanea).

E’ il caso di Donald Trump che ha avuto il coraggio di abbandonare la conferenza mondiale sul clima con i suoi bla bla bla sul buco nell’ozono e sulle polveri sottili (che non stanno impedendo agli esseri umani di vivere più a lungo degli antenati che respiravano aria tersa e pulita)  e di qualificare, più di recente, “ambientalisti da salotto” gli ecologisti e i “verdi” profeti di sventure (che in realtà provengono solo dalle leggi imperscrutabili del Cosmo).

Il Presidente degli Stati Uniti ha intuito che l’ecologismo è ampiamente finanziato dagli gnomi di Wall Street e della City perché utile e necessario per la loro marcia verso un capitalismo meramente monetario immaginato almeno per la parte più ricca ed evoluta dell’Occidente: concedere prestiti di denaro per lucrarne gli interessi non inquina l’aria e riempie abbondantemente le tasche delle banche, conferendo loro sempre più potere a danno della politica.

Dopo la Brexit e soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump, i tempi sono diventati duri per “i vampiri” della moneta.

L’ultima spiaggia per le loro incursione è rimasta l’Unione Europea. Vediamo perché, usando un linguaggio, come suol dirsi, “terra-terra”.

Il sistema bancario e finanziario occidentale, dopo avere perso il controllo degli establishment anglosassoni,britannico e statunitense (sottrattisi entrambi, di recente e in brevissima successione temporale, alla egemonia di Wall Street e della City) punta disperatamente (si fa per dire, naturalmente) sull’Unione Europea per sopravvivere (si fa ancora  una volta solo per dire) con la concessione di mutui e prestiti a imprese manifatturiere che sono in chiara crisi di competitività per la presenza sul Mercato  di prodotti di realtà industriali di altri Paesi dove è basso il costo del lavoro.

La situazione per chi detiene i cordoni della borsa è ottimale: chi chiede prestiti se non chi zoppica nel gestire le imprese? Bill Gates, gli eredi di Steve Jobs, Zuckerberg e altri possono reggersi brillantemente senza bastoni di sostegno; e non devono temere i colpi alla nuca degli ecologisti, perché la produzione di beni immateriali e di servizi non altera i valori climatici.

Allora se è così,  l’Europa è divenuta  il vero Eldorado per gli uomini della Finanza e delle Banche. Essi sanno, però, che per mantenere in vita la moribonda industria manifatturiera europea (senza che si abbia il coraggio di Trump e di May di  rivedere le regole del liberalismo sulla libertà degli scambi di merci), la concessione di mutui non basta e comunque (ciò che a loro più importa) non garantisce la restituzione dei prestiti.

Quelle imprese per onorare i loro impegni (con gli  interessi) vanno aiutate di più: e che c’è di meglio che importare mano d’opera a basso costo e favorire, con un proprio sostegno finanziario, l’immigrazione di nuovi schiavi dall’Africa?

Dato, però, che il risultato della restituzione del denaro prestato non è totalmente garantita neppure da tali misure, è necessaria un’altra misura:  imporre agli Stati membri dell’Unione Europea il pareggio  dei loro bilanci (e l’obbligo di non “sforarli” oltre minime percentuali). E ciò,  perché i soldi dei contribuenti Europei siano sempre a disposizione per rimborsare sia le spese di trasferimento e di accoglienza degli immigrati (anticipate da organizzazioni, non a caso, “non governative”) e per ripianare gli eventuali deficit  delle banche.

Come ha notato recentemente un autore “fuori dal coro” (Paolo Becchi, “L’Italia sovrana” (editore Sperling e Kupfer, 2018), ora l’Eldorado Europeo rischia di volatilizzarsi per colpa dei “sovranisti”, così come, già da tempo, è finita la “pacchia” negli States  di Donald Trump e nel Regno Unito di Teresa May. Persino gli Italiani, con un Salvini molto deciso e un di Maio, riluttante come un seminarista che teme di perdere la fede, si stanno muovendo in tale direzione.

Eppure è noto che gli abitanti del Bel Paese, sul piano del pensiero conoscitivo, preferiscono l’astrattezza alla concretezza, la teoricità simmetrica  rispetto all’empirismo non speculare e che, difficilmente, scendono all’esame del particolare per analizzare compiutamente i dettagli.

I vantaggi di tali inclinazioni del pensiero italico sono percepibili chiaramente nel campo dell’arte pittorica, nelle opere scultoree e nell’architettura. Laddove, invece, il pensiero dovrebbe configurarsi come logica e raziocinio, cominciano per gli abitanti del “Bel Paese” le dolenti note: l’organizzazione della polisè disastrosa; i nessi tra gli eventi sono letti in maniera fantasiosa e non aiutano a fare previsioni esatte per il futuro, l’utopia rappresenta il rifugio naturale per un popolo che non vuole affrontare, con coraggio e senza parocchi, i problemi della dura realtà.

Eppure, adesso, il problema drammatico dell’immigrazione sta facendo finalmente cadere l’italico vizio dell’astrazione.

Sta diventando inutile cianciare di un’ineludibile necessità economica dell’immigrazione (senza precisare per chi: per l’Italia, certamente no, per le banche, sì) e aggiungere che essa corrisponde a un obbligo morale di riparazione del nostro passato coloniale. Non ritengo, in dissenso con Becchi, che l’immigrazione abbia il solo compito di portare a compimento la dissoluzione delle identità nazionali su cui si è costituita l’Europa moderna in favore delle istanze di globalizzazione. La tesi potrebbe anche essere convincente se si accedesse all’idea di una Mente Astratta, di una sorta di Dea della Ragione o d’Idea Universale d’Idealistica impronta che tutto preordina, regolando le vicende umane sulla linea di un disegno ben preciso, pur nella sua astrattezza.

Preferisco non allontanarmi dalla concretezza e dall’empirismo. Le configurazioni empiristiche  del pensiero conoscitivo, esaminando i fatti, suggeriscono ben altro: il callido disegno dei “monetaristi” di sopravvivere, dopo la sconfitta subita nei Paesi Anglosassoni, succhiando linfa dalla carne di una  moribonda  Europa continentale, messa nelle mani, non di sapienti medici, ma  di banchieri senza scrupoli.

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here