In contrasto con il suo partner di governo, il sempre più deludente Movimento Cinque Stelle evoca, ripetutamente, concezioni “statolatriche” e persegue atteggiamenti pratico-politici, improntati a una fiducia assoluta  nello Stato, nelle sue funzioni istituzionali e nelle sue vocazioni etiche e storico-culturali nell’organizzare, amministrare e dirigere l’intera vita della società  e dei singoli individui. Quella dei grillini è una fede illiberale, quasi religiosa, tipica dei popoli assuefatti da lunga data agli assolutismi, ai dogmatismi, alle verità rivelate o imposte dal principio d’autorità. Fiducia acefala  che confligge, in modo evidente, con il concetto di Stato di Diritto, la più significativa filiazione dell’idea liberale, derivante dalla teoria contrattualistica di Thomas Hobbes.

Vivere in uno Stato di Diritto significa, per i cittadini, beneficiare di un’organizzazione pubblica, che attraverso la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) teorizzata da Montesquieu, garantisce il pieno riconoscimento di diritti civili e politici dei cittadini. Inoltre, la tutela giudiziaria di tali diritti dovrebbe assicurare  che il potere politico sia esercitato nel totale rispetto della legge e della libertà dei cittadini.

L’idea dello Stato di diritto esclude la presenza di un forte potere repressivo, come quello invocato dal Movimento grillino e, di conseguenza, mira a contenere il peso dei pubblici poteri nella vita della collettività, ampliando gli spazi di libertà del cittadino.

L’obiettivo dell’equilibrio proprio dello Stato di Diritto manca non solo se si non si raggiunge il segno, come nell’anarchia lassista, ma anche se lo si oltrepassa, come nella Statolatria.

Quando ciò si verifica, un vero “liberale” non può far finta di non accorgersene, imitando le tre scimmiette della nota iconaLe perplessità e il disorientamento devono necessariamente manifestarsi.

Vediamo in primo luogo che cosa non vada per il verso giusto nel “Bel Paese” per farne uno Stato di diritto “vero” e quali siano i rischi di cadere nella trappola della Statolatria penta-stellata.

Sotto il primo aspetto, non sembra che la divisione dei poteri sia stata mai attuata in maniera soddisfacente nel Bel Paese.

1) Gli Esecutivi sono stati sempre formati prevalentemente dai membri del Parlamento, quindi da appartenenti a un altro potere dello Stato. Ciò, in verità, avviene anche in Inghilterra, ma da noi non ricorrono le medesime condizioni storiche del parlamentarismo britannico, sorto in ben altro e più complesso contesto e, soprattutto, con la necessità di bilanciare i poteri della Monarchia, della Camera dei Lord e della Camera dei comuni.

2) In Italia, i magistrati dell’ordine giudiziario hanno sempre potuto navigare a proprio piacimento, passando da un potere all’altro  (ritornando, per giunta,  a quello di partenza, quando si ritenevano soddisfatti della gimkana effettuata tra aule giudiziarie, camere legislative e ambulacri ministeriali). E ciò non è stato privo di effetti gravi molto negativi.

3) La cosiddetta “garanzia” giudiziaria è affidata a magistrati vincitori di un concorso statale e non elettivi (non sono né scelti da un’autorità indipendente dallo Stato tra cittadini appartenenti a categorie di eccellente e dimostrata qualificazione professionale né ricevono alcun  consenso popolare). Ciò, in soldoni, significa che la funzione del fare giustizia  è messa nelle mani di personale dipendente dello Stato.  Ora, il fatto che la nostra pubblica amministrazione sia ancora quella “colbertiana” (alias, del Re Sole, di Napoleone e di Mussolini) significa che un pubblico impiegato è sempre condizionabile dal potere politico, non solo nel momento della selezione ma soprattutto in quello dell’eventuale cambio di carriera, nel caso in cui il magistrato aneli (ed è legittimato a farlo) a svolgere il ruolo di legislatore e poi magari anche di governante, ottenendo voti che solo le forze politiche sono in grado di condizionare.

4) La “corporazione” dei magistrati, autonoma e indipendente quale nessun altro organo pubblico italiano, non ha potuto evitare che alcuni impiegati, giudici o pubblici accusatori, non ligi al proprio dovere, abbiano piegato la propria attività a fini politici, determinando o tentando di creare la fortuna o la  sfortuna dei leader dei vari partiti, a seconda delle predilezioni soggettive  e personali  degli incaricati dei singoli affari.  Questa sensazione, soprattutto delle giovani generazioni, è molto grave. E ciò anche se resterà sempre priva di prove. Essa  scalfisce la fiducia nella giustizia: fiducia che dovrebbe essere se non illimitata, almeno molto consistente.

5) Il diritto politico del cittadino di farsi rappresentare nel Parlamento Italiano da persone di sua fiducia deve, oggi, ritenersi conculcato e, in pratica, soppresso  dopo che leggi elettorali hanno “scippato” ai cittadini  tale scelta, affidandola ai capi-partiti.  Tali diritti politici sono stati negati proprio da sedicenti cultori dello Stato di Dirittosoprattutto nel famigerato “decennio nero” (dal Porcellumal Rosatellum) e non sono stati ripristinati neppure dagli attuali parlamentari e governanti della maggioranza. Difatti, è sorprendente e, al tempo stesso, scoraggiante la mancanza di ogni accenno da parte loro di cambiare una legge elettorale decisamente “illiberale”, a suo tempo, da una parte di essi  anche ferocemente criticata.

Naturalmente, la perdita di fiducia in un’applicazione pratica soddisfacente  dello Stato di diritto ha effetti molto gravi.

Chi non è succube della propaganda politica, ritiene che, nonostante, il cambio dei cavalli verificatosi con l’ultima tornata elettorale, possa ancora capitare nel nostro Stato di diritto che il Parlamento, formato tuttora da persone di grande fedeltà al capo-partito ma di (almeno) sospettabile  scarsa cultura giuridica e di sostanziale ignoranza politica, anziché limitarsi a poche, ed essenziali norme (come facevano, pur essendo verosimilmente competenti, i cives eletti a pubbliche funzioni della Roma repubblicana) continui a sfornare a ripetizione leggi “chilometriche”, farraginose, complicate, tortuose e poco chiare (dai titoli per giunta fantasiosi e ridicoli: decreto “Dignità”, legge “Spazza-corrotti”) che offrono agli interpreti (di ogni tipo) percorsi esegetici, che possano ritenersi, spesso, pretestuosi se non arbitrari, perché oggettivamente utili a consentirne, con eguale facilità, sia la violazione sia la repressione, con grave danno per i principi di uno Stato di diritto.

In genere, gli Italiani ritengono di essere tutti indistintamente in grado di scrivere leggi anche standosene seduti ai tavoli di un caffè di provincia o di uno sperduto  paesello. Non è così!

Spesso, nel dichiarato intento di combattere la corruzione amministrativa dilagante nel Paese, si possono varare provvedimenti che ampliano ed esasperano i controlli pubblici anziché ridurli all’essenziale. La Statolatria scaccia a pedate lo Stato di Diritto.

Anzi che evitare inutili “passaggi burocratici” (che, di solito, sono superati tranquillamente con il pagamento sotto-banco di “tangenti” e “mazzette” di varia entità, che diventano più cospicue quando le difficoltà poste dalla legge sono maggiori) i penta-stellati si dimostrano gli eredi di quel giustizialismo  gauchiste che tanti danni ha fatto al Paese, a partire dal momento in cui, volendo, dichiaratamente, combattere la corruzione, se ne è enormemente aumentata l’entità; come dimostra la cronaca degli scandali politico-amministrativi degli anni successivi alla “pulizia” delle italiche mani.

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