Dell’idea che  un nuovo assetto economico dell’intero (e, ci si augura, nuovamente unito) Occidente possa essere risolto soltanto “in casa” del liberalismo ho già scritto in precedenti note. Ribadisco tale tesi perché, ormai, tutti possono osservare che, con sconcertante impudenza, si dicono “liberali” anche i post-comunisti e gli ex democristiani.

Crollato, infatti,  il social-comunismo, sia nella versione estrema, leninista, stalinista, bolscevica, cinese e via dicendo sia in quella edulcorata, ma non meno perniciosa della social-democrazia soprattutto scandinava o nordica con i suoi inutili tentativi di “terze vie”,  il sistema capitalistico, eretto sulle basi della dottrina liberale, è rimasto, per riconoscimento unanime,  “padrone del campo”.

Esso, però, si è spaccato irreversibilmente in due tronconi orientati in diverse direzioni: le strade imboccate sono, infatti, nettamente divergenti.

1) Il troncone che ha condotto (e conduce) a un’economia fondata prevalentemente sull’aspetto finanziario, monetario e sostanzialmente creditizio ha al suo seguito un esercito cospicuo, condotto dai Paperoni di  Wall Street e della City e formato da tutte le strutture bancarie e borsistiche; dai partiti della vecchia gauche, europea e americana e dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e  da quelle confindustriali, in nome, rispettivamente, della difesa dell’occupazione e della richiesta di sostegni alle imprese in crisi;i mass-media, tradizionali (stampa e televisione) nella loro stragrande maggioranza, perché  caduti, per comprensibili difficoltà economiche, in misura presso che completa, nelle mani delle Banche e, dulcis in fundo, i burocrati (tutti) dell’Unione Europea. Più dettagliatamente, vi sono, nel campo specifico dei partiti politici, i Democratici negli Stati Uniti (guidati dai Clinton e dagli Obama), i laburisti inglesi (alla Blair e suoi successori alla guida del partito) i cristiani-sociali  e i socialisti tedeschi (alla Merkel e alla Shultz), i socialisti francesi (alla Macron) e, in Italia, i post catto-comunisti del moribondo Partito Democratico (ma con propaggini consistenti e sempre più evidenti tra i penta-stellati).

2) Il troncone che ha continuato (e continua) a puntare  alla produzione soprattutto  dei beni, materiali e immateriali, con ripetuti tentativi di ridare vigore propulsivo alle imprese, cadute in crisi di competitività a causa della concorrenza di popoli che conservano il vantaggio di disporre di lavoratori a bassa paga e che rifiuta la dimensione prevalentemente  monetaria dell’economia, puntando a una ripresa sia degli investimenti sia della conseguenziale crescita produttiva può avvalersi del sostegno  dei conservatori inglesi (con poche eccezioni), dei repubblicani americani (con alcuni dissenzienti), e, in ordine sparso e confuso, di uomini politici  in libera uscita da partiti della cosiddetta Destra continentale e, in Italia, a quanto sembra, della Lega, condotta ad assumere una spiccata dimensione nazionale. Questo schieramento ha l’opposizione netta dei mass-media tradizionali (caduti tutti in campo avverso) ma trova un seguito sempre più diffuso, quasi capillare, nei Social e nella Rete. La lotta è divenuta senza quartiere: da un lato si accusano i fautori della libertà di pensiero di manifestare un pensiero non libero ma condizionato dai finanziatori dell’editoria; dall’altro si criminalizzano i pensieri liberi espressi sui social, accusandoli di essere fonte di turpitudini verbali inqualificabili. E’ chiaro ormai che si tratta di una vera guerra.

Non è certamente un caso che Donald Trump, ben consapevole, evidentemente, della radicalità della contrapposizione, abbia definito “nemica” l’Unione Europea, che, a suo giudizio,  rema contro  la ripresa di un vitale, forte e sano capitalismo pluri-produttivo e non meramente monetario.

Le considerazioni desumibili dai suoi interventi possono ben riassumersi. Il sistema creditizio prospera, divenendo essenziale e risolutivo, in un’economia malata a causa di una produzione di beni veramente zoppicante. Non può occuparsi, ovviamente, dei grandi colossi della creazione di beni immateriali e di servizi ipertecnologici perché essi possono fare a meno di prestiti, autofinanziandosi. Concentra, quindi, la sua attenzione sulle imprese manifatturiere, in crisi di competitività a causa delle concorrenza di impianti produttivi collocati in luoghi dove il costo del lavoro è basso. Il terreno di pascolo più ricco è divenuto quello dell’Unione Europea, dove i magnati finanziari di New York e di Londra possono suggerire, con successo, ai burocrati di Bruxelles di praticare la cosiddetta “austerità”, imponendola agli Stati-membri. In tal modo si mantiene in vita, ovviamente precaria, l’industria manifatturiera eurocontinentale, che potrà, quindi, continuare a chiedere prestiti alle banche e, allo stesso tempo,  si consente l’utilizzazione  di una mano d’opera a basso costo (i cosiddetti “schiavi del terzo millennio”) con l’aiuto (interessato e con buona probabilità ben retribuito) di organizzazioni non governative (non meglio specificate) che rendono possibile un flusso cospicuo di immigrazione clandestina (destinata a restare incontrollata). Questa complessa operazione, però, non sempre consente di ottenere sia la restituzione agli istituti di credito dei mutui ottenuti dalle imprese sia  la certezza di contributi pubblici ai finanziatori occulti dell’immigrazione.

Diventa necessario, allora, imporre agli Stati eurocontinentali di avere bilanci in pareggio perché vi siano sempre gruzzoli di denaro dei contribuenti disponibili per fronteggiare sia  le eventuali crisi di istituti di credito che non riescono a recuperare i loro capitali e interessi sia le spese necessarie, per sostenere il traffico di mano d’opera a basso costo (proveniente, prevalentemente, dall’Africa centrale).

Naturalmente Trump e May non si limitano a denunciare la bassezza delle manovre del fronte opposto ma tentano di mettere ordina anche in casa loro.

I due statisti dicono: se la concorrenza nello scambio delle merci è alterata, capovolta dal diverso livello di retribuzione del lavoro (e dall’entità del welfare) esistenti in Paesi non democratici e fortemente autoritari, non v’è alcuna ragione  logica che impedisca di rivedere la regola (liberale, al tempo della sua originaria formulazione) del libero scambio di merci e di persone. Ergo:dazi doganali e chiusura delle frontiere. Con l’effetto indotto, non secondario, di scoraggiare le delocalizzazioni, sostanzialmente truffaldine, ai danni delle imprese nazionali.

Quid, in Italia? I due movimenti, insieme al governo del Paese, raccolgono sia i cosiddetti ribelli “anti-sistema” delle vecchia Sinistra sia quelli più “svegli” dell’addormentata “Destra”. Conseguentemente, si cimentano in una sterile gara di tiro alla fune da una parte e dall’altra che mantiene il Paese in condizioni di stallo assoluto. Per l’ennesima volta, la domanda: usque tandem?

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