Stoiki mužik. Un uomo tutto d’un pezzo. Forse Montanelli avrebbe trovato divertente che qualcuno utilizzasse un’espressione russa per definirlo, lui che aveva combattuto il Comunismo in ogni sua forma e manifestazione, lui che era stato buttato fuori dal Corriere della Sera – il posato e sempre equidistante Corriere della Sera, – per non essersi piegato alla ‘zarina’, quella Giulia Maria Crespi che da brava borghese radical chic ante litteram l’aveva messo alla porta dopo quarant’anni, sostenendo che la sua linea di anticomunismo non era più compatibile col compromesso storico  che albeggiava all’orizzonte.

Come l’avvocato Donovan dello spielberghiano Ponte delle Spie, anche Indro Montanelli era uno che non si piegava. Non perché cullasse sogni di superomismo eroico – del Fascismo era stato censore e critico quando quelli che sarebbero divenuti critici solo nel dopoguerra se ne andavano ancora in giro bel belli con indosso il loro orbace, – ma piuttosto perché restava in piedi comunque, qualunque bordata il destino gli riservasse, perché, da vecchio ufficiale del Regio Esercito, per tutta la vita tenne fede al principio secondo cui la posizione, accada quel che accada, non va abbandonata.

Occasione di ricordarlo è l’uscita, proprio per i tipi del Corriere, del suo Soltanto un giornalista, interessante testimonianza resa a Tiziana Abate sotto forma di autobiografia dettata, di legato orale di una vita straordinaria sempre vissuta nei luoghi più pericolosi, più interessanti, più centrali per la Storia nel suo svolgersi più frenetico.

Filo conduttore del testo è, in fin dei conti, l’idea stessa di Storia che aveva Montanelli, l’idea anglosassone: non una tesi su quanti polli mangiava in una settimana il contadino borgognone del 1300, come è per i francesi degli Annales, ma una continua intervista a quei grandi uomini che la Storia la fanno con le loro decisioni, le loro passioni, i loro vizi e i loro errori. Giornalista fino alla punta del capello, Montanelli ricostruisce la storia di un secolo, il suo secolo, con aneddoti e racconti personali, senza tema di dover fare l’accademico, e poi sia il lettore – il nostro unico padrone, diceva lui, – a farsi la sua opinione.

In questo contesto assistiamo ad episodi talvolta esilaranti, talaltra tragici, sempre con un gusto particolarissimo per l’ironia e la curiosità: lo stile asciutto di Montanelli – così diverso dai nostrani predicatori sulla scia degli Scalfari, dei Calabresi, dei Mieli, – ha la capacità di condurci attraverso vicende impensabili tenendo fede al fondamentale patto tra autore e lettore: tu non saresti informato se io non scrivessi ma io non potrei scrivere se tu non mi leggessi. As simple as that, direbbero gli inglesi, ma è la chiave dell’onestà intellettuale che ha fatto grande Montanelli.

Assai attento ad un certo tipo di Europa ormai scomparsa, quella degli ufficiali e gentiluomini così ben immortalata nel Duello a Berlino (1943) di Powell & Pressburger, Montanelli è affascinato da personaggi indecifrabili come l’amico Carlo Ròddolo: già sfiduciato verso il Fascismo a metà degli anni ’30, se ne parte volontario per l’Abissinia perché ‘l’impresa mi sembra una carnevalata, ma come restare a viso scoperto a un ballo mascherato?’ E’ del resto lo stesso Ròddolo che, ferito a morte proprio in Abissinia, scrive un’ultima nota all’amico Montanelli, laconica come era in quei tempi e in quegli ambienti: ‘Caro Indro, credo che morirò. Peccato. Tuo Carlo.’

Gli uomini tutti d’un pezzo, come Montanelli, sono quelli che accettano la battaglia soprattutto se sono in minoranza. Come Capitan Pajakka, un ufficiale finlandese, che con 200 uomini e muovendosi sugli sci da fondo porta avanti azioni di guerrilla sotto zero e tiene in scacco per settimane 40.000 soldati dell’Armata Rossa penetrati in Finlandia a seguito dello scellerato patto Molotv-Ribbentropp.

Sono quegli uomini come Fortebraccio Della Rovere, un attoruncolo mercante alla borsa nera di nome Giovanni Bertoni, ex ufficiale congedato con disonore perché baro conclamato, che messo a San Vittore dai Nazisti per carpire informazioni fingendosi aristocratico generale dell’esercito, finisce per morirci pur di non tradire i nuovi compagni e la sua nuova identità, quella seconda chance che forse ogni uomo dabbene meriterebbe. Strana la vita, che muta vero in falso e falso in vero, ‘sta di fatto che l’unico generale a morire col monocolo gridando “Viva il Re, viva l’Italia!” fu lui. Quello falso.’

Non importa se a sessant’anni sei un’icona del giornalismo e una ragazzina troppo ricca ti viene a dire come fare il tuo mestiere: se sei Indro Montanelli le dai della ‘despota guatemalteca’, rinunci a fama e sicurezza, e fondi un giornale nuovo. Stoiki mužik, un uomo tutto d’un pezzo.

 

 

 

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