“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”. Questa celebre frase pronunciata da Michele Apicella (Nanni Moretti) in Palombella rossa (film del 1989) è quanto mai attuale visto il contesto politico della Seconda Repubblica in cui spesso il frasario da bar dello sport viene trasferito in ambito istituzionale.

La semantica applicata alla politica racconta di un cambiamento sostanziale del linguaggio che nei fatti non si è tradotto in una positiva evoluzione. Chi ha memoria dei discorsi e delle interviste rilasciate dai protagonisti politici del recente passato, rinvenibili grazie a YouTube, ha senza dubbio un ricordo ben chiaro dell’uso accorto che si faceva delle parole. Il modo di esprimersi era molto più attento, prudente, sibillino definito in molti casi politichese. Le espressioni erano felpate e mai gridate se non durante i comizi, oppure durante i dibattiti congressuali. La fine dei partiti storici seguita al ciclone giustizialista e manettaro di Tangentopoli ha prodotto una slavina che ha travolto non solo culture e tradizioni, identità e visioni ma anche un bagaglio esperienziale fatto di pensieri e parole. Quando un fiume rompe gli argini travolge tutto ciò che incontra dinanzi siano essi campi arati e coltivati con dedizione, che aridi terreni argillosi.

Da quel tempo molto è mutato e l’astruso politichese è solo un lontano ricordo.

Con tutti i limiti allora esistenti mai un deputato avrebbe apostrofato un proprio avversario in maniera offensiva e mai si sarebbero offese categorie professionali adoperando un frasario da strada che nulla ha a che fare con la normale dialettica figlia della contrapposizione di vedute.

La comunicazione ha subito uno stravolgimento radicale anche a causa dell’irrompere sulla scena dei potenti social network che hanno sconquassato qualsiasi equilibrio esistente. Oggi tutto ha una risonanza amplificata. L’ostentazione e l’enfatizzazione del frasario, oltre che delle immagini, sono diktat a cui pochi riescono a sottrarsi. Il linguaggio, un tempo astratto e poco chiaro, comprensibile solo a pochi, nel volgere di qualche decennio ha cambiato pelle divenendo strumento di massa per le masse. Un aspetto in sé non negativo se non fosse per la degenerazione che lo ha riguardato. Parlare alla gente ha tracimato nell’invettiva, nell’offesa, nel “vaffa” di grillina memoria.

Parlare semplice non significa parlare male. Rivolgersi al popolo utilizzando espressioni comprensibili, cosa buona e giusta, non equivale a proferire frasi volgari e denigratorie.

La rivoluzione del linguaggio ha stabilito nuovi parametri nel rapporto tra i cittadini e il potere disegnando un sentiero impervio e tortuso che facilmente può causare disorientamento con rovinose cadute in profondi burroni.

“Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”. (Italo Calvino)

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