L’immagine del “treno Italia” con due locomotive orientate e pronte a prendere direzioni opposte si va rafforzando. Ormai i temi di contrasto sul tappeto tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle raggiungono la dozzina e appaiono in costante aumento.

Il più grave, è il conflitto sulla giustizia, dove la posizione del Movimento è quella “dura e pura” dei “trinariciuti” guareschiani, prima dei tanti scandali di cui sono stati protagonisti.

L’ultimo “scontro” in ordine di tempo riguarda la realizzazione di termovalorizzatori per la trasformazione dei rifiuti in energia, voluta da Salvini, sulla scorta dei risultati raggiunti dai Paesi più evoluti in tale settore e contrastata da Di Maio che, in verità, più che soltanto a questo è  contrario a ogni opera pubblica (TAV, TAP e via dicendo).

Il lato comico (e tragico) della vicenda sta nel fatto che i due “alleati” (si fa per dire, naturalmente) nel loro programma di governo del Paese dichiarano entrambi, ripetutamente, di voler perseguire l’intento “liberale” della crescita economica, attraverso gli investimenti. Quali?

E’ chiaro che il liberalismo, così a gran voce conclamato,  sta diventando, dopo il crollo della sinistra (sia estrema sia moderata) una specie di abusato  passe partout, per uomini politici improvvisati.

D’altronde, sulle idee liberali, la confusione regna sovrana non soltanto nel Bel Paese ma in tutta la parte continentale della vecchia Europa; e su questo argomento non si insiste mai abbastanza.

Si parla, infatti,  in senso unitario, di liberal-democrazie Occidentali,ma la verità è che, sia in fatto di liberalismo sia di democrazia, un abisso separa i Paesi Anglosassoni da quelli dell’Europa continentale.

I liberali inglesi  (e per derivazione, quegli statunitensi) sono nati e cresciuti in un alveo filosofico empiristico (e pragmatico) che, politicamente, non ha mai conosciuto l’assolutismo monarchico (salvo che per poco tempo l’Inghilterra di Enrico VIII).

I liberali inglesi si dicono “conservatori” ma hanno sempre ritenuto di poter cambiare ciò di cui i tempi reclamavano il mutamento, mantenendo in piedi solo ciò che era ancora valido e utile. A muoverli è stato soltanto il loro fiuto capace di realizzare il massimo spettro di libertà (e di benessere) individuale. Anche la rivoluzione sessuale è comiciata tra le brume nordiche dove non era approdato il cattolicesimo (o era stato sconfitto dai protestanti luterani, come nei Paesi Scandinavi).

Non è, quindi, un caso che, di recente, insieme ai liberal-democratici statunitensi, sono stati pronti a limitare lo strapotere del capitalismo finanziario che metteva a rischio la libertà dei singoli, impedendo loro, di fatto, un esercizio pieno,  soddisfacente e remunerativo delle  attività produttive di beni  reali.

Gli Anglosassoni hanno rivisto persino alcuni principi plurisecolari del liberalismo. E ciò, quando si sono resi conto che certe regole, in mutate condizioni storiche e ambientali, potevano danneggiare l’intero Occidente (un  tondino di ferro manufatto in una liberal-democrazia costava tre volte di più di quello prodotto in un Paese a regime totalitario o sottosviluppato). Sono state espressioni di tale lucidità di pensiero sia il ripristino delle dogane (per controbilanciare le diverse condizioni di paga e di servaggio dei lavoratori sul Pianeta) sia lo stop all’immigrazione clandestina (per evitare la creazione, certamente illiberale, di una classe di nuovi schiavi, operai di colore utilizzati al fine di abbassare il costo del lavoro in Occidente). Ovviamente hanno realizzato anche un altro obiettivo tipicamente “liberale”:  garantire il rispetto di un “patto sociale” di sicurezza e di pacifica convivenza dei consociati, evitandone la violazione da parte degli immigrati, estranei alla cultura e alle consuetudini degli autoctoni e/o integrati.

In altre parole, britannici e statunitensi hanno perfettamente capito che era giunto il momento di diro:NO ai ipoteri finanziari che suggerivano di aprire le frontiere degli Stati per ragioni definite “umanitarie” dai loro giornalisti prezzolati ma che, invece, rispondevano a motivazioni di ben altra natura. Con “nuovi schiavi”, lavoratori malamente pagati, la “barca” per i Paperoni di Wall Street e della City,  poteva continuare ad “andare”, offrendo  alle Banche l’opportunità di continuare a fare prestiti a imprese dissestate e bisognose, quindi, di crediti.

Infine, nei Paesi Anglosassoni, sono state sempre respinte quelle limitazioni alla libertà individuale poste da visioni retrograde, ispirate a sessuofobia, anche inconsapevole, o a fanatismo religioso integralistico, assimilato fin dagli anni dell’infanzia (per esempio, su aborto, su unioni gay e loro diritti, sul fine-vita e via dicendo).

Questa eccezionale lucidità nel perseguire l’obiettivo di una soddisfacente convivenza civile rappresenta un vero e proprio miraggio per le cosiddette liberal-democrazie euro-continentali. E ciò, per molteplici ragioni.

I sedicenti “liberali”  Europei sono nati e cresciuti in un ambiente culturale e storico totalmente diverso da quello britannico (e poi statunitense, ma con qualche differenza non di poco conto).

Da oltre duemila anni, il vecchio Continente non conosce, quanto meno a livello diffuso, un pensiero veramente libero, essendo esso sempre stato condizionato da concezioni teocratiche, tiranniche, monarchiche (gli assolutismi sia religiosi sia filosofici sono tutti di matrice euro-continentale).

E’ presso che impossibile immaginare che i liberali europei, adusi per secoli  all’astrattezza idealistica, prima platonica e post-platonica, poi idealistica tedesca, soprattutto post-hegeliana, abbiano oggi il coraggio di liberarsi dalle cariatidi della dottrina liberale di tre secoli fa: i principi del  libero scambio delle merci e del traffico umano incontrollato. Per farlo dovrebbero interpretare in senso evolutivo e conforme alle mutate condizioni del mercato del lavoro, una dottrina da essi malamente assimilata, in una situazione obiettivamente difficile di “non libertà”.

Nè si può pensare che i liberali eurocontinentali si oppongano energicamente all’idea che imutui non restituiti da singole imprese debbano essere pagati alle Banche da tutti i cittadini-contribuenti, conculcandosi, in tal modo, la loro libertà di pagare tributi solo in cambio di servizi veri resi dallo Stato. Usi a ubbidir tacendo, come dice un noto motto, sottostanno alle prepotenze dei banchieri, convinti dai mass-mediache quei lorsignoripagano.

Inoltre, i medesimi “liberali” dell’Euro-continente non sembrano sufficientemente risoluti a contrastare in modo aperto e chiaro la condanna all’immobilismo produttivo, imposto dalle regole dell’Unione Europea  attraverso il contenimento della spesa pubblica; anche perché solo in pochi hanno capito  che quei divieti servono solo a mantenere in piedi il sistema creditizio e i trafficanti di “merce umana”. Dare quattrini a imprese non più competitive, aiutandole a reperire anche operai a bassa paga è diventato un business irrinunciabile.

Infine, anche i liberali che condividono i sopraddetti motivi economici non sono sempre liberi da radicati e consolidati  preconcetti, definiti pomposamente  “morali”, ma in realtà instillati nelle loro coscienze da secoli di predicazione religiosa e d’illiberalità politica.

Ahi serva Europa! scriverebbe oggi un redivivo Dante, alleggerendo la nostra condanna.

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