Le espressioni linguistiche normalmente sono una forma convenzionale per identificare un concetto o dare un significato a qualcosa. Per un lungo periodo è invalsa la convinzione che il linguaggio politico fosse particolarmente astruso. Gli addetti ai lavori attribuivano tale complessità alla derivazione di carattere culturale delle idee politiche ed alla necessità di esprimersi con espressioni tecnicamente appropriate per ragioni di professionalità e competenza. Molti altri sostenevano che ciò dipendesse dalla malizia degli uomini politici, che volutamente si rendevano incomprensibili per tenersi le mani libere, tanto che fu coniato il termine di “politichese”.  L’avvento della cosiddetta seconda Repubblica fu caratterizzato invece da una ostentata, eccessiva semplificazione del linguaggio nell’intento dichiarato di avvicinarsi al popolo. Ovviamente da parte degli avversari la trasformazione lessicale fu attribuita ad ignoranza. In effetti si è andata determinando una notevole confusione. Quando predominavano le grandi ideologie politiche ed i partiti ne erano la emanazione, si disquisiva molto sulla coerenza tra le proposizioni politiche e le retrostanti radici di pensiero, spesso dilungandosi in complesse discussioni sulla relativa ortodossia e chiamando in causa i pensatori ai quali ciascun soggetto faceva riferimento. Si trattava di un politica colta, forse troppo intellettualeggiante e poco comprensibile per la massa. Nel periodo successivo, si è tuttavia caduti nell’eccesso opposto di un esasperato pragmatismo, che ha appiattito tutto in un indiscriminato rincorrersi di promesse elettorali, facendo a gara tra chi la spara più grossa. La conseguenza è che, una determinata forza, una volta andata al Governo, non riesce assolutamente a mantenere quanto solennemente affermato durante la campagna elettorale, per evidenti ragioni d’incompatibilità con un bilancio pubblico dalle risorse comprensibilmente limitate. Tuttavia nessuno ha il coraggio di sottrarsi alla logica perversa di un continuo incremento della spesa, che produce l’aumento dell’enorme debito pubblico ed espone il Paese ad una grave perdita di credibilità internazionale. Avendo deciso di affidare la raccolta del consenso alle contropartite concrete, anziché alla adesione ad una visione identitaria ad un modello di società, in contrapposizione ad altri di segno diverso, la spirale delle promesse è comunque divenuta una logica obbligata. In assenza di ancoraggi valoriali, si è instaurata una campagna di odio sociale, in nome di una concezione della società basata su uno schema amico – nemico, da cui derivano le difficoltà che si stanno registrando nell’ultimo periodo nel far convivere forze che si erano presentate in modo contrapposto alle elezioni e che si sono alleate soltanto in nome del populismo sovranista, ma che temono di non riuscire a mantenere il consenso del proprio “popolo” di riferimento. Cancellate tutte le tradizionali appartenenze politico culturali (socialisti, comunisti, liberali, cristiano democratici, fascisti ecc.) si tende a perpetuare soltanto una labile e non chiara distinzione tra destra e sinistra, che di per sé non significa nulla. Infatti storicamente tale differenza riguardava la collocazione fisica nelle aule parlamentari, a destra la componente conservatrice, a sinistra quella protesa al cambiamento. Si è trattato comunque di una distinzione legata ai differenti momenti storici. Per esempio nel settecento e nella prima parte dell’ottocento le forze liberali sedevano a sinistra. Successivamente, a partire dalla fine del diciannovesimo secolo, a destra, quando erano andate al potere. L’avvento dei partiti socialisti, infatti, aveva finito con l’identificare tali forze come quelle che più radicalmente propendevano al cambiamento e talvolta, come nel caso dei partiti comunisti, al radicale cambiamento dei presupposti ideali della società, almeno in Occidente. Tutto questo è finito, tanto che le stesse forze che oggi si richiamano, ora alla destra, ora alla sinistra, tendono ad evocare un sentimento più che una reale appartenenza. Fioriscono anche molti movimenti trasversali e si realizzano anomale alleanze, fondate soltanto sul potere. Ho letto con sorpresa giorni fa un articolo di fondo sul Corriere della Sera, di Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina, due docenti universitari colti, che, probabilmente contagiati dall’approssimazione linguistica dominante, definivano, con l’intento di indurre il PD  a farlo proprio, il liberismo un valore della sinistra. Ebbene, se storicamente potrebbe ancora aver senso una distinzione tra destra e sinistra, il liberismo nel mondo contemporaneo è un valore tipico dei movimenti che si collocano a destra, mentre lo statalismo caratterizza la sinistra. La confusione linguistica sta diventando un tratto rappresentativo dell’odierno smarrimento. Se non si riparte dal recupero di significati certi per le parole, per poi ovviamente recuperare rinnovati ancoraggi ideali e culturali, la politica non potrà che rimanere l’attuale torre di Babele.

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