Quando si parla di riformare la giustizia in Italia è inevitabile che torni alla mente il noto motto sul timore della montagna che partorisce un topo.

L’ultimo episodio circa la prescrizione dei reati ne è una conferma. Si è discusso solo di un aspetto della complessa questione giudiziaria e in un modo che più confuso non poteva essere.

In realtà, il problema della riforma della giustizia in Italia non è stato mai posto nella sua luce più vera (e senza veli) ed è veramente di difficile soluzione.  Non bastano i pannicelli caldi, occorre il bisturi. Cerco di spiegare il “mio” perché.

Il complesso dei magistrati (giudici e pubblici accusatori), in Italia, si chiama (formalmente) “Ordine Giudiziario”, ma nella sostanza più che un Ordine è un vero Potere, come insegna, peraltro, la nota teoria di Montesquieu.

La particolarità italiana (ma non solo) è che esso si articola soltanto intorno a pubblici impiegati, vincitori di un concorso di primo livello, gestito dal Ministero della Giustizia.

Tale modello fu immaginato da quel Jean Baptiste Colbert, Ministro per gli affari interni e uomo di fiducia del Re Sole, che pensò bene di delegare il  compito di giudicare i sudditi del suo Monarca a civil servant,timorati e obbedienti.

Tale situazione è giunta, quasi inalterata, fino a noi. E ciò, perché è stata conservata e strenuamente difesa da tutti i rappresentanti del potere statale successivi a Luigi XIV, da Napoleone a Mussolini fino ai governanti più recenti del Bel Paese che, consapevoli di non avere la statura di nessuno dei loro illustri, succitati predecessori non hanno mai pensato di abbattere il monstrum con una riforma, veramente radicale,  profonda e totalmente innovativa.

Nel solco di una tradizione tipicamente italiana molto “risalente”, l’Ordine o il Potere giudiziario, così formato, si è costituito su basi corporative. Reso, dalla legislazione, indipendente da tutti e da tutto,  si è autogestito, prima, con un Consiglio Superiore incardinato nel Ministero della Giustizia e poi divenuto autonomo  e assistito da garanzia costituzionale.

La cosa, però, che a molti appare inaccettabile è che il cosiddetto Ordine o Potere giudiziario, esercita le sue delicate funzioni senza ricevere alcuna investitura popolare per lo svolgimento di esse.

Inoltre, le regole che dovrebbero prevedere la responsabilità professionale dei magistrati (e casi ve ne sono!) sono tutt’altro che incisive e soltanto da essi, a se stessi, applicate.

Infine, i membri della corporazione sono in continuo “movimento”, placano la loro, pur sempre ipotizzabile, irrequietezza e voglia di cambiamento “trasmigrando” disinvoltamente negli altri Poteri dello Stato (Legislativo ed Esecutivo) per svolgere “supplenze” nella vita pubblica del Paese; al cursus honorum di giudici e pubblici ministeri negli ambulacri dei tre poteri dello Stato non si oppongono norme di incompatibilità tali da impedire l’evento; essi rientrano nell’ovile di partenza per riprendere a giudicare (e, eventualmente, condannare) gli altri cittadini.

Peraltro, a richiedere loro di fare gimkane tra i poteri dello Stato sono gli stessi uomini politici che “aprono” per loro le porte delle liste elettorali e ne sorreggono l’elezione al Parlamento.

Si può immaginare quanto una classe politica così servile possa fare una seria riforma della giustizia, volta a creare un modello di giustizia “dal volto umano”, com’è quello esistente nei Paesi Anglosassoni.

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America si ritiene, in tutta tranquillità, che l’attività giudiziaria debba essere espressione dello Stato-Comunità e non dello Stato-Autorità.

La differenza non è di poco conto né solo nominalistica. A quelle latitudini lo sanno bene; alle nostre no! Si tratta di evitare l’ingerenza del potere politico, dannosissimo, negli affari di giustizia.

Per ciò, si ritiene che il potere di delegare l’esercizio della giustizia non possa che spettare alla collettività dei cittadini.

L’autorità, legislativa ed esecutiva, dello Stato, gestita da uomini politici, nel migliore dei casi liberamente eletti, ha ben altri e rilevanti compiti: deve fare le leggi e gestire gli affari amministrativi della res publica.

L’investitura che il popolo sovrano dà al Parlamento e al Governo riguarda questi due aspetti della vita pubblica: non, di certo, anche quello di giudicare i cittadini, per così dire, per “interposti pubblici impiegati assunti da un Ministero”.

Se, inoltre, la giustizia non è affidata, per la sua delicatezza, a persone di matura esperienza professionale e con modalità di nomina della Comunità dei cittadini particolarmente severe, ma a dipendenti pubblici (“ragazzini”, li qualificava il titolo di un film), vincitori di un concorso soprattutto nozionistico è cosa ancora più grave.

Se, infine, l’organizzazione dei dipendenti statali del potere giudiziario, affidata alla corporazione auto-gestita dei rappresentanti della pubblica accusa e degli organi giudicanti, non si articola intorno a gruppi adeguati di giovani e competenti professionisti che svolgano il loro compito, in modo gerarchicamente ordinato e con piena assunzione di responsabilità nei confronti della collettività, il fatto diventa addirittura gravissimo.

In conclusione, riformare la giustizia nel Paese del Malgoverno, dove alle cinque polizie si uniscono i troppi giudicanti (civili, amministrativi, contabili, tributari e così via, tenuti distinti con arzigogoli giuridici degni delle “pagliette” attive in Corti e Tribunali di due secoli fa); dove la lotta tra opposte fazioni politiche si poggia anche sul contrasto di decisioni di organi giudicanti diversi; dove i magistrati “trasmigrano”, con l’aiuto di politici e parroci di zona da una stanza all’altra dei tre poteri; dove raramente “rispondono” del loro operato, è impresa ciclopica e praticamente impossibile  per i pigmei della politica selezionati da capi-partito spesso improvvisati e catapultati nella vita pubblica del Paese da sedi oscure e misteriose (piattaforme, logge, ambienti finanziari e via dicendo).

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