Se finalità prioritaria della Giustizia, in un paese civile e democratico è quella di offrire uno strumento valido per proteggere la Società dallo Stato la nostra Carta fondamentale qualche neo lo presenta.

Essa, piuttosto,fa l’esatto contrario: dà strumenti allo Stato per dominare la Società.

D’altronde non è facile cancellare da un Ordinamento tutti i residui di molte regole prodotte dall’assolutismo teocratico, monarchico, oligarchico, tirannico dei secoli scorsi.

Non basta, infatti, introdurre la democrazia attraverso le libere elezioni. Occorre sottoporre a severa verifica gli strumenti escogitati da quei passati regimi al fine di creare e tramandare ai posteri  un vero e proprio mito dello Stato, un’opprimente Statolatria, che non rende mai veramente liberi gli individui.

Se è cambiata la natura dello Stato, che da assoluto è diventato costituzionale (in Europa, solo l’Inghilterra non ha conosciuto lo Stato assoluto, se non nel brevissimo tempo dei Tudor) è restato uguale il rapporto delle strutture amministrative e giudiziarie con gli uomini politici  e con la collettività dei cittadini. Le burocrazie (e tale è, in buona sostanza, in Italia anche quella dei giudici e dei pubblici accusatori) sono state create per essere messe al servizio unicamente degli uomini di governo del Paese; cioè di chi rappresenta l’Autorità (solo nei Paesi anglosassoni la pubblica amministrazione e la giustizia sono espressione, diretta o indiretta, della collettività).

L’obiettivo di una giustizia meno plagiata dal potere politico, in conclusione, non può che essere quello di consentire in modo soddisfacente e favorire la simbiosi tra la persona e la comunità in cui vive.

Perché le norme della nostra Costituzione sono nate o diventate, per interpretazione giurisprudenziale, inadeguate?

Le prime motivazioni sono storiche. Con l’unificazione in un’unica carriera impiegatizia dei rappresentanti della pubblica accusa e degli organi giudicanti e con la loro stretta dipendenza dal Ministro della Giustizia, il potere dispotico del Generale di Ajaccio si assicurava il controllo pieno del processo penale dal momento dell’inizio a quello della fine. Non a caso, il modello era stato trasfuso nel codice fascista Rocco.

Il risultato di un tale “pasticcio” era aberrante: i vincitori di un pubblico concorso, divenuti impiegati statali, divenivano, nella stessa carriera, accusatori e giudici e arbitri del destino dei cittadini. Un Paese come l’Inghilterra se costretta a far ricorso alla giustizia italiana non poteva che restare sconcertata. In Gran Bretagna non esisteva (e non esiste) un pubblico concorso per diventare giudici o pubblici ministeri: in entrambi i casi, i titolari della funzione erano (e sono) scelti tra i Queen Counselsed era (ed è) necessario diventare avvocati (barristerper i giudici, barristersolicitorper i pubblici ministeri), avere anni di esperienza (almeno dodici) ed essersi distinti nell’esercizio della professione. Si tratta di dipendenti dello Stato-Comunità (e non dello Stato-Amministrazione in mano al potere politico) e il controllo su tali organi, sostanzialmente elettivi, è del popolo sovrano.

In Italia, poi, la situazione della giustizia è divenuta ancora peggiore che in altri Stati-membri dell’Unione. In Francia, da cui abbiamo mutuato la maggior parte delle regole, il controllo sulla pubblica accusa è nelle responsabilità del potere esecutivo. Non v’è né obbligatorietà né discrezionalità del pubblico accusatore. Il compito di individuare, di anno in anno, i fatti penalmente rilevanti da trattare con priorità, è del Parlamento.

Il modello istituzionale francese, voluto da Napoleone Bonaparte per rafforzare il suo potere tirannico (addirittura più costrittivo di quello dello stesso Re Sole) era piaciuto a Benito Mussolini, duce del Fascismo, che l’aveva importato in Italia.

I guai maggiori, però, erano venuti nel dopoguerra, quando istanze libertarie  avevano rotto la stretta dipendenza, non solo dei giudici ma dei pubblici accusatori dal Ministro della Giustizia.

L’Italia, pur dicendosi un paese democratico e anti-autoritario e moderno non riesce a recidere il nodo gordiano tra governanti e pubblica amministrazione della giustizia e  ad affidare la selezione del personale dei civil servant destinati ad amministrarla a strutture indipendenti dal potere politico e sottoposte a vaglio popolare, come avviene negli ordinamenti anglo-sassoni.

Ad aumentare il caos in materia di giustizia,  v’è anche la regolamentazione della divisione dei giudici in una pletora di “tribunali” civili, amministrativi, penali, tributari che si rendono  responsabili di una sarabanda di sentenze, spesso in contraddizione tra di loro, che, oltre ad annientare, disorientano i cittadini.

L’assurdo di una funzione primaria per l’interesse della collettività, esercitata senza investitura del popolo oltre che di una moltitudine spropositata di organi per assolvere lo stesso compito (sia pure con specializzazioni professionali diverse) rappresenta un’incongruenza da paese culturalmente sottosviluppato.

Le storture del sistema della nostra giustizia sono utilizzate spregiudicatamente da una stampa e da una televisione alla ricerca ossessiva dello scoop e del gossip e ciò, in conseguenza,  tiene lontane dalla vita politica le persone per bene. Il sistema politico si avvita su se stesso, in una spirale che non può promettere nulla di buono per il futuro.

 

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