L’assoluta unicità della posizione della Magistratura italiana nel panorama delle liberal democrazie Occidentali ha richiesto più note editoriali; e ancora v’è da scrivere.

La previsione costituzionale di un vertice, il Consiglio Superiore, per giudici e pubblici ministeri con poteri che lo rendono autonomo e indipendente (come suol dirsi, “da tutto e da tutti”) costituisce, un significativo esempio di quanto delicata possa essere la persistenza di poteri e di privilegi di tipo corporativo, nell’organizzazione di soggetti che esplicano, oggi, in pieno terzo millennio, funzioni pubbliche.

I poteri, previsti dall’articolo 105 della Costituzione, lo dimostrano con grande chiarezza: il Consiglio Superiore dispone le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi della categoria dei magistrati ordinari ed è costituito per ben due terzi da appartenenti all’ordine giudiziario.

E’ il segno che l’Italia delle corporazioni è,per così dire, “dura a morire”:  non tanto nella  sua lontana versione medioevale, quanto in quella successiva e più recente voluta dal  Fascismo, che dell’autoritarismo è stato un’espressione compiuta.

Problemi delicati  per gli abitanti dello Stivale pone anche un altro  vero e proprio feticcio, elevato a rango costituzionale: l’obbligatorietà dell’azione penale. 

Dato, infatti, il numero stragrande e in progressivo aumento dei reati da perseguire, la legge italiana offre allo Stato-Autorità, nella persona di un suo dipendente, investito della funzione accusatoria, la possibilità di diventare arbitro del destino  dei cittadini per effetto   della facoltà, concessagli dalla Carta fondamentale, di scegliere quale “quisque de populo” perseguire penalmente e quale no.

Nelle altre liberal-democrazie non è così: a indicare, di anno in anno, i reati perseguibili con priorità rispetto ad altri è il Parlamento o più spesso un’Alta Autorità autonoma e indipendente dal potere politico di governo, composta da professionisti di notevole esperienza e maturità, espressione dello Stato-Comunità. L’individuazione dei reati avviene sulla base delle contingenze momentanee della vita criminale desunte dagli indici statistici che oggettivamente le rivelano.

In tali ordinamenti, non si ritiene che possa divenire arbitro della sorte dei cittadini, un giovane (solitamente, come suol dirsi “fresco di studi”) del tutto privo dell’esperienza e forse anche della maturità psicologica e della saggezza umana, assolutamente necessarie per muoversi nel delicato ambito della promozione di azioni di giustizia.

Una diretta e inevitabile  conseguenza dell’obbligatorietà sancita dalla Costituzione, in una situazione di crescita esponenziale di azioni delittuose e delle denunzie che le accompagnano è la politicizzazione dell’azione penale, di cui ci si lamenta nel Bel Paese.

Se le cause sono tante…e se ne possono portare avanti solo un certo numero di esse, è inevitabile che la scelta possa apparire discutibile e persino apparire come frutto di un arbitrio assoluto anche perché insindacabile. Da noi, a differenza di altri Paesi, la pubblica accusa non è sottoposta a nessun controllo e ad alcun indirizzo.

Non manca, quindi, chi pensa a stimoli e  a tentazioni di perseguire innanzitutto i presunti reati di uomini politici o di vip.

Ciò che si realizza in Italia è, ovviamente, sconosciuto in ogni altro Stato democratico occidentale.

L’imprescindibile, essenziale, indispensabile indipendenza da ogni potere di controllo dell’esecutivo su chi giudica è estesa, del tutto incongruamente, anche su chi accusa, che è funzione ben diversa e “di parte”. Egli, infatti, non è tenuto, per la legittimità della sua azione, a essere imparziale.

Tanto ciò è vero che in alcuni Paesi (come la Gran Bretagna) il ruolo del pubblico ministero può essere esercitato anche da un privato cittadino.

Non guasterebbe, come corollario, all’abrogazione della norma costituzionale sull’obbligatorietà dell’azione penale, la previsione di una normativa a protezione dell’onore, della reputazione e della riservatezza della persona più efficace ed intensa di quella attuale. E ciò, per porre fine alle contumelie quotidiane che riecheggiano sul video, sulla stampa, sul web in una sorta di guerra di tutti contro tutti, senza esclusione di colpi.

Dulcis in fundo. La separazione delle carriere di giudice e di pubblico ministero è da molti decenni al centro dell’attenzione dei giuristi (personalmente ne ho scritto, per la prima volta, su Mondoperaio nel 1982!). Il tema non ha mai fatto alcun passo avanti. Parti inquirenti e organi giudicanti condividono la stessa carriera, hanno lo stesso status giuridico ed economico e coabitano, come suol dirsi “spalla a spalla”, negli stessi uffici dello stesso palazzo, si alternano in uffici giudiziari dalle funzioni radicalmente diverse, con un cambio di casacca che fino a qualche tempo fa era del tutto privo di limiti e condizioni.

Ciò non avviene più ormai neppure in Francia che è il Paese da cui abbiamo ereditato, per il tramite di Mussolini che voleva imitare Napoleone un sistema inquisitorio tra i peggiori del mondo (la trasformazione, conclamata, in sistema accusatorio si è rivelata molto inferiore alle aspettative).

Nel secondo dopoguerra mondiale, però, abbiamo, come suol dirsi “di proprio” stravolto le cose; e ciò per assoluta incapacità di prevederne gli effetti negativi.

Sullo Stivale, il copia-incolla del modello francese non è stato rispettato fino in fondo.

L’autoreferenzialità dei pubblici accusatori è diventata assoluta e l’autonomia di azione  massima, come quella dei magistrati giudicanti. Una situazione unica al mondo, un “primato” di cui non s’avvertiva alcun bisogno.

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