Con questa quarta nota editoriale concludo il ciclo sul dis “Ordine giudiziario” e sui mali della giustizia italiana, scrivendo del “mal d’emenda”.

Tutti i cittadini romani, così come i turisti italiani e stranieri, sanno che i limiti, ancora più invalicabili delle zone militari contrassegnate dalla Repubblica con un cartello giallo, sono quelli posti dalla Città del Vaticano: alle porte della Santa Sede le guardie svizzere sono inflessibili e sbarrano il passo a chiunque si azzardi a dichiarare di voler penetrare, per una “pacifica” visita ma senza permesso, entro le “sacre” mura della roccaforte di Pietro.

Nessuno, naturalmente, accusa, per questo,  la Chiesa di essere “sovranista”; di fatto, però, la sovranità sul territorio in quella cittadella è pienamente esercitata. Così com’è, ancora oggi, fortemente temuta, entro quello stesso perimetro, “l’autorità” dei vertici ecclesiastici; anche se, ovviamente, non v’è più il terrore dei secoli scorsi, quando era in pieno vigore la pena di morte (definitivamente e formalmente cancellata nello Stato Vaticano solo il 12 febbraio 2001). La paura non era immotivata: dalle approssimative statistiche dell’epoca risultava che, tra impiccagioni e tagli della testa, lo Stato Pontificio, nel 1870 (più di cento anni dopo l’abolizionismo, cominciato nel 1764, con la pubblicazione Dei Delitti e delle Penedi Cesare Beccaria) era arrivato al record di 527 esecuzioni, un vero primato per il boia di Roma, il famigerato Mastro Titta.

Tutto ciò per dire che la Chiesa, in ossequio ai principi teocratici, ha sempre tenuto nel debito conto sia la “gerarchizzazione” sia l’  “autoritarismo” nell’esercizio del potere; usando  “mano di ferro”, senza neppure indossare “guanti di velluto”.

Nel campo penale, le Autorità ecclesiali hanno sempre tenuto ben circoscritto il “perdonismo” nell’ambito dei “confessionali” mantenendolo ben lontano dall’uso severo delle pene nella vita civile.

In altre parole, la Chiesa ha sempre distinto, in buona sostanza, i “peccati” e i “peccatori”, da perdonare, dai reati e dai delinquenti, da punire esemplarmente.

Non ha fatto (e non fa) altrettanto lo Stato Italiano che ritiene di poter debellare il male della corruzione politico-amministrativa di cui la Nazione è affetta  e afflitta, senza espungere dalla nostra Costituzione la cosiddetta “teoria dell’emenda”.

Questa dottrina è chiaramente ispirata sia al “perdonismo” dei confessionali cattolici, sia al “buonismo” della sinistra social-comunista italiana (intrisa, fin dall’epoca dell’Assemblea Costituente, di “pietismo pauperistico” molto distante, invero, dalla pratica di feroce oppressione carceraria dei gulag esercitata dai bolscevichi contro i nemici del regime nel luogo di realizzazione pratica della loro ideologia).

Lo Stato italiano concepisce la prigione come luogo di sostanziale “redenzione” del reo, anche se, all’articolo 27, la  Costituzione  parla, più laicamente, di “rieducazione civile del condannato”.

La cosiddetta “teoria dell’emenda” informa la nostra Carta Fondamentale e c’impedisce di allinearci ai Paesi di maggior rigore punitivo.

Non tutti, naturalmente, nel campo del giure apprezzano la scelta italiana ma sono, per la verità, ancora pochi gli Italiani che temono la caduta nel caos dei paesi sudamericani anche in una società che va avviandosi su una strada priva di principi e di regole, a causa della contaminazione continua e progressiva di usi e costumi ancora tribali, da parte di masse di immigrati sempre più ingenti.

C’è il timore che salvarsi saranno solo quei popoli che s’ispirano a un lucido razionalismo e a una visione empiristica e pragmatica della vita collettiva e secondo i quali il reo dei delitti più gravi è considerato, come all’epoca della Roma Repubblicana, un “indegno” da tenere ai margini della vita sociale, un delinquente da punire, per il resto (o per tanta parte) dei giorni della sua vita.

La nostra cultura giuridica, imbevuta di assiomi che sono per i credenti e per i fanatici dell’ideologia dogmi assoluti, indiscutibili e intoccabili, vede, invece, quell’individuo come un “credente”, un “compagno” o un “camerata” che ha sbagliato e che è da “redimere” o da “salvare”, rispettivamente, dai suoi “peccati” o dagli effetti dei suoi “errori” di valutazione ideologica e di conseguente comportamento.

La teoria dell’emenda che, agli occhi di un individuo libero, non può che rappresentare un vero trionfo dell’ipocrisia e della falsità (il fake degli Anglosassoni) pretende di fondarsi sul valore degli ideali.

E non tiene certamente conto di quanto ha scritto D.H. Lawrence: “E’ un male assoluto la morale (eroica) che si basa sulle idee o peggio su un preteso ideale”.

Lo scrittore e romanziere  era, ovviamente, inglese ed estraneo alla cultura europea intrisa di Valori, tanto più definiti Alti quanto più farlocchi e di  Mete, tanto più dannose quanto più indicate come Sublimi.

Con l’avvento della società di massa e il tramonto delle élite, le cose sono ulteriormente peggiorate.

La società dell’immagine, vittima di un miscuglio di “droghe” ideologiche, religiose e politiche, ancor più dannoso, premia (dopo la pretesa “rieducazione civile”) ulteriormente il reprobo, favorendone l’elezione a “divo mediatico”: gli consente di comparire in televisione, concedere interviste ben remunerate perché molto seguite, scrivere libri, insegnare, magari, all’università.

Si può mai pensare che in una situazione del genere si possa combattere la corruzione?

Se l’Italia, nella classifica generale dei Paesi corrotti, è al  posto vergognoso che occupa (il dato è fornito da un’Agenzia internazionale e confermato da altri indicatori o sondaggi) non v’è dubbio, per chi riesca a guardare alla realtà senza paraocchi, che la teoria dell’emenda che informa la Costituzione e il Codice penale ha la sua parte di responsabilità; anche perché suggerisce il tipo d’interpretazione benevola che i giudici devono sempre dare alle norme incriminatrici (e che per l’inclinazione di molti di essi  alle ideologie salvifiche riescono facilmente a dare).

La cosa non è seriamente preoccupante, unicamente sotto il profilo per così dire etico, ma soprattutto sotto quello economico.

Il danno prodotto al Bel Paese dalla corruzione pubblica e amministrativa non è soltanto d’immagine, ma è particolarmente grave sotto il profilo della sostanza dei nostri interessi.

Sono sempre di minor numero gli imprenditori e le aziende che investono in Italia. Da dati ufficiali, risulta che diminuiscono progressivamente gli stranieri che intendono impegnare quattrini, in Italia.

Tutti sanno di trovare nella legislazione e nella burocrazia mille ostacoli per la realizzazione dei propri progetti e di doverli superare soltanto “al suon di mazzette”.

Lo stato della corruzione nel nostro Paese scoraggia sempre di più gli investimenti che sono dirottati altrove.

La situazione induce anche gli Italiani abbienti a investire fuori dai propri confini, trovando l’ulteriore vantaggio delle “delocalizzazione” di imprese.

In conclusione: la corruzione non può essere presa sotto gamba; anche perché non v’è regime di libertà che possa sopravvivere a un certo tasso di malaffare pubblico e privato.

E non vanno sottovalutati  gli effetti perniciosi del “mal d’emenda”.

 

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