Vi sono parole che marciano a stretto contatto di gomito, pur esprimendo concetti che, a stretto rigore, dovrebbero essere considerati antitetici: Erudizione e Cultura; Furbizia e Intelligenza.

L’Erudizione è la conoscenza, il possesso di un’ingente quantità di nozioni, spesso non elaborate, non meditate, talvolta farraginose, sempre pedanti, riguardanti una o più materie o documenti della storia degli uomini; comporta il compiacimento di vantare il proprio sapere, di fare pompa di se stessi con  osservazioni dotte; di dare notizie, meglio se rare e peregrine, ricche di dati e di riferimenti dottrinali ricavati dallo studio o dall’esame di testi e possedute mnemonicamente dall’intelletto; di fare sfoggio delle proprie letture di libri,  anche se si tratta di opere vane e inutili e che appesantiscono l’intelletto senza arricchirlo.  E’ una caratteristica, piuttosto, ricorrente negli accademici e negli aspiranti tali, nei professionisti affermati e rinomati. Genera supponenza e facilità nell’uso di epiteti ingiuriosi.

La Cultura è cosa diversa. Essa richiede: meditazione costante; rielaborazione, autonoma, organica e approfondita delle conoscenze e delle esperienze maturate; affinamento intellettuale elevato e complesso; formazione di una personalità originale, autentica, capace di esprimere attivamente e in modo incisivo e significativo idee proprie e non mutuate da letture affastellate nella mente e mal digerite. E’ una caratteristica che distingue gli individui che ragionano con la propria testa da quelli che ripetono frasi fatte,  luoghi comuni, citazioni dai giornali o da libercoli di propaganda politica (con la falsa apparenza  di saggi filosofici o sociologici che, poi, alla fine spiegano il nulla).

L’Intelligenza è la capacità di fronteggiare situazioni nuove, di superare difficoltà, di intraprendere attività complesse anche solo di pensiero o di risolvere problemi valendosi di acquisizioni precedenti, conoscenze ed esperienze rielaborate in modo originale e non scontato o previsto, sulla base di un proprio straordinario sviluppo mentale.

L’Astuzia è, invece, la spiccata attitudine a volgere tutto a proprio vantaggio, anche nelle condizioni di vita più difficili; essa può essere dissimulata, nascosta, camuffata, ma mai confusa con l’intelligenza che è di ben diverso spessore.

Si dice comunemente che l’erudizione sia l’autodifesa degli incolti e che la furbizia sia  l’arma dei deboli.

Se ciò è vero, quando ci si chiede se gli Italiani, rispetto ad altri popoli, siano più colti o solo più eruditi,  più intelligenti o solo più furbi, la risposta non può prescindere sia dalla loro incapacità di  fare tesoro della Storia bimillenaria (per ciò che li riguarda: di angherie, devastazioni, distruzioni, asservimenti, umiliazioni innominabili sia dalla debolezza da essi dimostrata, nello stesso, lunghissimo periodo di tempo, rispetto a tutte le imposizioni autoritarie (teocratico-papaline, monarchiche e tiranniche).

Alla scarsa cultura e alla furbizia degli Italiani deve attribuirsi anche il caos che regna nella loro pubblica amministrazione, oggi.

Vediamone, innanzitutto la storia,  che gli Italiani nozionisticamente conoscono ma che per essi non è mai diventata magistra vitae.

Le strutture operative del potere esecutivo del Bel Paese hanno seguito, per numerosi decenni, il percorso dell’autoritarismo francese, in materia (come del resto ha fatto l’Unione Europea, rafforzando tale autoritarismo  con le cosiddette procedure d’infrazione che hanno consentito a un corpus nutrito di burocrati di ventotto Paesi di annullare progressivamente la sovranità degli Stati-membri, rendendoli più deboli e fragili contro le ingerenze esterne e suscitando, non a caso, in molte Nazioni  il desiderio prepotente di farne a meno).

In altre parole, la burocrazia, che l’Italia (e altri Paesi dell’intera Europa e ora l’Unione Europea) ha sempre conosciuto rappresenta, alle origini, l’espressione di un ambiente politico, da millenni caratterizzato da assolutismi conseguenti a ideologie di vario tipo (ebraismo, cattolicesimo, luteranesimo, Platonismo, Neo Platonismo e molteplici derivazioni idealistiche) e, nella sua versione storica più recente, il risultato del disegno autoritario di Jean Baptiste Colbert, personaggio-chiave alla Corte di Luigi XIV. Lo statista francese aveva immaginato e utilizzato un cospicuo esercito di civil servant per rafforzare il peso dell’assolutismo monarchico. I burocrati erano stati da lui ritenuti essenziali e indispensabili per consentire al potere politico del Sovrano di penetrare in tutti i gangli più importanti dell’economia e della vita civile (compresa la giustizia). I civil servant divenivano il braccio operativo onnipotente e onnipresente del Re Sole.

Con sagacia e abilità, Colbert aveva messo in piedi uno stabile sistema ministeriale al centro della Nazione e aveva consolidato la rete delle intendenze come strumento di controllo burocratico della periferia. L’Autorità politica dello Stato interveniva nell’industria e nell’agricoltura, nella cultura, nell’arte, nell’istruzione pubblica, nelle forze armate, nella giustizia, nella sicurezza pubblica e nell’assistenza sociale.

L’espansione e il rafforzamento della burocrazia (che attraeva, non solo i borghesi, ma gli stessi nobili) contribuiva a creare un diverso e nuovo tipo di aristocrazia al servizio del Monarca assoluto.

Al modello francese si erano uniformate, nel tempo, tutte le burocrazie dell’Europa continentale. In Germania, si stabiliva anche una stretta correlazione tra la pubblica amministrazione civile e l’apparato militare. In seguito, su probabile sollecitazione britannica, l’Unione Europea aveva mutuato (probabilmente, malvolentieri) dal modello inglese le cosiddette Authorities e  le Agenzie (esse, però, erano sempre rimaste come un corpo estraneo, tanto è vero che la Gran Bretagna non era stata al gioco sino in fondo e con la la Brexit era uscita da un vero e proprio letto di Procuste, vale a dire da un tipo di burocrazia lontana dalla sua cultura e dalla sua prassi).

Quella massa di burocrati insediati a Bruxelles non aveva nulla in comune con i dipendenti britannici a causa del diverso  processo di formazione dell’apparato pubblico inglese.

In Gran Bretagna, l’imposizione di limiti al potere sovrano era avvenuta, gradualmente, attraverso un processo storico risalente addirittura al Medio Evo con la concessione della Magna Charta.

Il passaggio dal feudalesimo allo Stato liberale s’era verificato senza il temperamento o la mediazione di alcun assolutismo monarchico (sempre assente, peraltro, in Inghilterra, se si esclude il breve periodo dei Tudor).

In mancanza di uno Stato assoluto, la pubblica amministrazione era stata considerata, in Gran Bretagna, una struttura lontana non solo dal sistema economico del Paese ma dalla stessa coscienza e dal senso di libertà dei cittadini.

Non è un caso che la storia dell’amministrazione pubblica inglese si saldi con la storia di un’organizzazione sostanzialmente privata, la Compagnia delle Indie Orientali (East India Company), concessionaria di una Royal Charter e dotata anche di vere e proprie forze armate.

Quando il potere politico era passato nelle mani delle forze che avevano costituito il primo esempio di democrazia liberale (esercitata attraverso i rappresentanti del popolo democraticamente eletti) l’utilità della dipendenza dei burocrati dagli uomini politici (non sottovalutata da questi ultimi) aveva fatto levare alte grida circa il rischio di rapporti di forte subordinazione ed erano state varate norme severissime per la selezione dei pubblici dipendenti nel mondo privato, in quello pubblico e in quello dell’economia con procedure del tutto peculiari.

All’avvento della società industriale la situazione degli uffici amministrativi era profondamente diversa nella parte continentale e in quella insulare della Vecchia Europa.

Fin qui la lezione incompresa della Storia, anche da parte di Italiani ricchi di erudizione e certamente a conoscenza dei passaggi ora ricordati.

A questo punto scatta l’italica scaltrezza, nell’imbastire, anche in materia di pubblico impiego, una sorta di famigerato gioco delle tre carte.

Che cosa s’inventano i nostri uomini politici (solitamente poco avvezzi agli approfondimenti, anche di sola erudizione, pur necessari per non legiferare a vanvera)?

Per astuti calcoli di occupazione clientelare di posti impiegatizi ben retribuiti (molto meglio dei dipendenti pubblici della tradizione), fanno un bel “regalo” agli Italiani: accanto e in aggiunta alle Amministrazioni tradizionali di tipo autoritario e colbertiano pongono Authorities Agenzie senza osservare le regole di provenienza britannica di tali ultimi istituti e senza minimamente affrancarle dal potere politico. I poteri di nomina dei commissari sono delle Autorità parlamentari e governative.

In altre parole, all’opposto dei paesi Anglosassoni Autorità cosiddette indipendenti e Agenzie rappresentano un notevole rafforzamento del potere politico, producendo, altresì, per i poveri cittadini costi elevati e disastri burocratici.

La vita amministrativa e quindi economica, produttiva e commerciale del Paese è divenuta più complicata e farraginosa con inutili e nocive confusioni di competenze e con spese raddoppiate.

Le controversie davanti ai giudici sui conflitti di competenza tra autorità di vecchio e nuovo conio,  sono aumentate, rendendo ancora più inefficiente la macchina della già lenta burocrazia italiana.

Anche, in questo caso come in tanti altri della vita politica italiana, la toppa è stata, quindi, peggiore del buco; non per errore, ma per furbizia del sarto.

 

 

 

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