Il “decennio nero” (sottotitolo del mio libro: dal Porcellum al Rosatellum”) non ha solo sottratto agli Italiani il diritto di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento, per costringerli a votare per quelli selezionati dai capi-partito, ma li ha “disorientati” su molte “certezze” che ritenevano, a ragione o a torto, di avere.
Essi, per esempio, leggendo l’articolo 136 della Costituzione sulla cessazione della efficacia delle leggi dichiarate dalla Consulta costituzionalmente illegittime avevano maturato l’idea che il Porcellum sarebbe scomparso dal nostro Ordinamento il giorno successivo alla pubblicazione della decisione.
E, invece, nel corso di lunghi anni successivi alla pronuncia, si sono venute a creare, dopo quel giorno, molte situazioni, per così dire “pasticciate” (a causa della permanenza in vita del Porcellum) non previste dai Padri Costituenti né prevedibili da alcuno, dato il chiaro disposto della norma costituzionale; tutte di una notevole rilevanza e sulle quali, per carità di patria, è bene stendere un velo di pietoso silenzio.
Si è, ovviamente, tentato di nascondere l’alterigia delle Istituzioni che hanno, in buona sostanza, tenuto in “non cale” una chiarissima sentenza del massimo organo di garanzia costituzionale, con giustificazioni varie. Si è sostenuto che la stessa sentenza contenesse frasi che autorizzavano se non proprio “a far finta di niente” almeno ad agire, per certi aspetti, come se la sentenza “tamquam non esset”. Si è dato un valore che non potevano e non dovevano avere certe dichiarazioni di autorevoli rappresentanti dell’Istituzione che aveva emesso la decisione che ne davano un’interpretazione meno rigorosa e così via.
Sono motivazioni che, in un Paese serio avrebbero trovato un netto rigetto almeno da parte di chi “sapeva leggere e scrivere” e che in Italia, invece, hanno avuto lo stesso valore dell’oro colato.
Questa circostanza, certamente deplorevole agli occhi di taluni (pochi) italiani, induce a portare attenzione alle norme che tuttora disciplinano il nostro massimo organo di garanzia costituzionale nella speranza che una “guardatina” possa non risultare “fuori luogo” e priva di qualche benefico effetto.
Naturalmente, per la “sacralità” (pur se solo laica) che circonda tutti gli organi di garanzia costituzionale, si possono porre solo domande e lasciare al buon senso la risposta.
C’è, per esempio, da chiedersi: per garantire l’indipendenza vera dei giudici costituzionali dal potere politico non sarebbe preferibile fissare un limite minimo di età per l’attribuzione dell’incarico (solo per esempio: settant’anni)? Giudici di età “giovane”, infatti, possono essere portati a guardare alla Corte, non come alla somma meta auspicabile e al soddisfacente coronamento di una vita professionale spesa nel campo del giure,ma piuttosto come un trampolino di lancio, tappa intermedia per raggiungere altri obiettivi.
Altra domanda: in un periodo di necessario contenimento delle spese, la composizione della Corte non potrebbe essere portata a nove giudici, ora che il contenzioso regionale è diminuito, rispetto agli anni ruggenti del regionalismo spinto?
Ancora:La scelta dei giudici costituzionali non potrebbe limitarsi ai magistrati ordinari e amministrativi e agli avvocati del libero foro o dello Stato con almeno vent’anni di esercizio professionale giudiziale o forense, esclusi, quindi, sia quelli contabili, provenienti da esperienze giuridiche di tipo notevolmente diverso sia gli insegnanti accademici, privi di concrete esperienze nella pratica del diritto, pur se dotti in astratte teorie?
Una domanda “impertinente”: E’ il caso di mantenere ancora in vita dopo secoli dal tramonto dell’Italia delle Corporazioni medioevali e decenni dall’abolizione della Camera delle Corporazioni di mussoliniana memoria, nomine quali sono quelle conseguenti alle elezioni a giudici costituzionali di magistrati ordinari e amministrativi, secondo procedimenti selettivi tutti interni alle categorie indicate e del tutto insindacabili in ogni altra sede? Non andrebbero, più opportunamente, abolite?
E lo stesso non dovrebbe dirsi per le nomine fatte dal Presidente della Repubblica?
Un organo costituzionale monocratico, a differenza di quelli collegiali, può esercitare (solo in via di astratta ipotesi, secondo la tradizionale ipocrisia eurocontinentale; in modo concreto, secondo la brutale sincerità delle democrazie angloamericane) un’influenza sui nominati per il corso dei rispettivi mandati che non giova all’indipendenza e all’autonomia della Corte, meglio garantita da una nomina collegiale.
Citare l’esempio nordamericano sarebbe fuori luogo: in primis, perché esso non contraddice l’asserzione della possibile ingerenza ma l’ammette in modo esplicito. In secondo luogo, perché non licet parva componere magnis: il Presidente della Repubblica negli Stati Uniti d’America è eletto dal popolo; il Presidente della Repubblica Italiana è eletto soltanto in via mediata e indiretta da un Parlamento che, per giunta, può essere anche non più in carica, quando il Capo dello Stato nomina i giudici costituzionali di sua competenza. Il paradosso che un Presidente della Repubblica nomini giudici costituzionali del proprio orientamento politico, mentre il Parlamento ha, per così dire, “cambiato colore” è tutt’altro che accettabile, secondo una visione della politica più franca e genuina di quella italiana.
Inoltre, una domanda, per così dire, “procedurale”:Se si ritiene che il Parlamento in seduta comune (anche con votazioni a sola maggioranza assoluta) non sia in grado di contenere in tempi brevi le fasi dell’elezione dei giudici da mandare alla Consulta (soprattutto in vista delle ipotizzate e per me auspicate abolizioni sia delle elezioni corporative dei magistrati sia delle nomine presidenziali) il compito non può essere affidato dalle Camere medesime in seduta congiunta a una Commissione composta da deputati e senatori muniti di titoli professionali o accademici in materia giuridica, sufficienti per poter compiere la scelta in modo idoneo?
Domanda finale: Non sarebbe meglio tenere distinta, sin dall’inizio, la carica di Presidente della Consulta, da quella dei giudici, come avviene nella Corte Suprema Statunitense? Si eviterebbero in questo modo le lotte interne al Collegio nocive ( e non solo in via di astratta ipotesi) al prestigio dell’Istituzione. E si darebbe maggiore continuità al ruolo presidenziale, evitando nomine di brevissima durata che anche in via di concrete ipotesi (minimo storico: qurantacinque giorni), vi sono sempre state nella vita della Corte.

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