L’odierno ministro guardasigilli, esponente del movimento 5 stelle, non è l’unico “degno erede” di Cesare Beccaria.  Prima di lui, il suo conterraneo Angelino Alfano, aveva dato un prezioso contributo ad aggiornare l’eredità culturale del grande illuminista.  L’aggiornamento  è consistito – ca va sans dir – in un miglioramento delle garanzie del cittadino di fronte al potere coercitivo dello Stato; grazie all’angelo di nome “Angelino”, il cittadino italiano, ma in primis siciliano, ha ricevuto in dono la possibilità della confisca generalizzata del suo patrimonio, non in virtù di una condanna penale (sarebbe chiedere troppo), e nemmeno in virtù di una declaratoria di pericolosità sociale che lo riguarda, e nemmeno di una pericolosità altrui che lo lambisce; ma perfino in virtù della “pericolosità” di un soggetto terzo, oggi defunto.  E’ incredibile, ma è così: ai sensi della legge n. 159/2011, che recepisce il principio della disgiunzione delle misure di prevenzione reali da quelle personali (introdotto col c.d. “pacchetto di sicurezza” nel 2008-2009), oggi si può dichiarare la pericolosità sociale di Tizio, passato a miglior vita, e si confisca il patrimonio di Caio, mai condannato e mai dichiarato pericoloso.

Che reati ha commesso Caio? Nessuno.  Quali indizi di pericolosità attingono Caio? Nessuno. Quale pericolosità può esprimere Tizio, oggi defunto? Nessuna.  Perché allora si confisca il patrimonio di Caio? Semplice: per prevenire.  Ma prevenire cosa?  Difficile rispondere a questa domanda; ma lasciamola sospesa, appaghiamoci del fatto che gli eredi di Beccaria, per primi al mondo, hanno inventato una “prevenzione” senza pericolo; e per di più una “prevenzione” definitiva (giacché gli effetti della confisca sono definitivi).

Il coerede Bonafede non vuole essere da meno. Anch’egli vuole onorare la memoria del Beccaria, ma vuole farlo in maniera più eclatante e direi più visibile.  Non vuole nascondere il regalo agli italiani, nelle pieghe più recondite di una legislazione cosiddetta “antimafia” che colpisce soprattutto i siciliani.  Vuole fare un regalo urbi et orbi, alla luce del sole, apprezzato da tutti gli italiani, dalle Alpi a Lampedusa.  Vuole dare attuazione agli enunciati di Beccaria in tema di prescrizione.  Leggiamo assiemecosa scrisse il grande maestro nel capitolo trentesimo del celebre Dei delitti e delle pene del 1764: “Conosciute le prove e calcolata la certezza del diritto, è necessario concedere al reo il tempo e mezzi opportuni per giustificarsi; ma tempo così breve che non pregiudichi alla prontezza della pena, che abbiamo voluto essere uno de’ principali freni de’ delitti.  Un mal inteso amore della umanità sembra contrario a questa brevità di tempo, ma svanirà ogni dubbio se si rifletta che i pericoli dell’innocenza crescono coi difetti della legislazione.  Ma le leggi devono fissare un certo spazio di tempo, sì alla difesa del reo che alle prove de’ delitti, e il giudice diverrebbe legislatore se egli dovesse decidere del tempo necessario per provare un delitto.

Fin qui le parole di Beccaria, alte, solenni, ma si concederà un po’ vetuste.  E’ necessario aggiornale e adeguarle ai tempi.  In questa fatica si cimenta oggi l’impareggiabile Bonafede con grande ardore. Credo che a lui si debba una delle più grandi scoperte di questo secolo.  All’equazione massa = energia di Einstein è paragonabile, per acume intellettuale e portata applicativa, quella di Bonafede: tempo = giustizia. Una sentenza ben ponderata equivale a una sentenza giusta e, poiché riflettere e ponderare richiede tempo, lasciamo pure ai giudici tutto il tempo che desiderano, per approdare infine alla sentenza giusta.  Ovviamente il cittadino non potrà dolersi delle lunghe riflessioni del giudice, perché queste tornano a suo vantaggio sotto forma di “Giustizia”.  Quella “Giustizia” con la “G” maiuscola, cara al Bonafede ancor più che al Beccaria.

Dall’equazione di Bonafede potranno discendere importanti applicazioni pratiche a beneficio di tutti, in ogni branca della giurisdizione; ma egli stesso vuole esserne il primo artefice nell’ambito del “giure” penale.  Propone di annullare il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, ossia di rendere possibile il processo sine die.  Con un colpo solo si ottengono due risultati: una maggiore giustizia, direttamente proporzionale al tempo impiegato per amministrarla, con approssimazione alla giustizia infinita (di Dio), corrispondente al processo infinito (degli uomini); al contempo, vengono silenziati gli alti lai della Magistratura italiana (anche questa con la “M” maiuscola), la quale si duole dell’impossibilità di giungere alla conclusione dei processi. Con una fava due piccioni.  Vi sembra poco?

 L’erede di Beccaria ovviamente si avvale della collaborazione, talvolta consapevole talvolta inconsapevole, dei suoi vicini e dei suoi lontani.  Tra i vicini dobbiamo senz’altro annoverare tutta la “compagnia di giro” dei 5 stelle, la quale possiede poche idee, ma confuse, tutte comunque riconducibili a una matrice ideologica giacobina, in salsa anticapitalista e criptocomunista.  Con l’avvento di costoro si realizza postuma in Italia la “rivoluzione culturale” di Mao Tze Tung: gli inetti comandano sui capaci; gli ignoranti comandano sui saggi; i bambini hanno il fucile in mano.  Tra i collaboratori, forse inconsapevoli, e teoricamente “lontani”, dobbiamo annoverare gli alleati di governo.  I leghisti pare che non siano particolarmente entusiasti della proposta di Bonafede.  Molti osservatori concordano nell’apprezzare la “furbata” di Salvini, consistente nel rinviare la proposta dell’erede di Beccaria al momento in cui entrerà in vigore la vagheggiata riforma sistematica di tutto il processo penale.  Noi siamo molto meno “furbi” di Salvini e ci orientiamo con una bussola antica, ma ancora funzionante: la fedeltà ai principi liberali.  Seguendo le indicazioni della bussola, diciamo che una “minchiata” rinviata rimane pur sempre una “minchiata”.  E aggiungiamo che la tutela della persona umana di fronte al potere coercitivo dello Stato costituisce uno dei valori non negoziabili dell’universo liberale e qualsivoglia cedimento su questo terreno non sarà apprezzato da coloro che pur vedono nella lega un possibile baluardo contro l’incipiente “rivoluzione culturale” di Mao Tze Tung.  

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