“L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani!”.

Celeberrime parole attribuite al Marchese Massimo D’Azeglio (Torino 1798 – 1866), anche se pare che nella realtà lui non le abbia mai pronunciate, ma parole che molti grandi liberali del passato dissero, pensarono e soprattutto misero in pratica nel segno dell’idea tipicamente illuministica e liberale dell’importanza della scuola e dell’insegnamento nella costruzione di un’educazione “morale e civile” dei cittadini di uno Stato. 

Insegnare ai cittadini di uno Stato, oltre alla storia, alla lingua alle scienze naturali o matematiche, anche la filosofia di vita del sistema liberale – che contrariamente quanto si possa pesare non è affatto intuitiva – corsi di vera e propria cultura popolare laica, con cui diffondere le basi dello Stato liberale, i diritti ed i doveri dei cittadini.

Dovrebbe essere primario interesse dello Stato (liberale) formare i propri cittadini a questa “etica laica”, insegnando loro, criteri, metodi, senso critico, tolleranza e pluralismo, la morale laica è capire ciò che è giusto, saper distinguere il “bene dal male”, è avere dei doveri così come dei diritti, delle virtù, e soprattutto dei valori.

Esiste certamente in tutti gli esseri umani “una laicità interiore”, ovvero l’arte di interrogarsi, del ragionare, di dubitare e soprattutto di considerare che «un ragionamento non è un’opinione».

Storicamente, l’educazione civica consiste nell’educazione dei cittadini, con particolare attenzione al ruolo degli stessi, alla gestione e al modo di operare dello Stato.

La storia dell’educazione civica risale alle prime teorie formulate da Confucio (551 – 479 a.c.) in Cina e da Platone (Atene 428/427 a.c. – 348/347 a.c) nell’antica Grecia, che hanno contribuito l’uno in Oriente e l’altro in Occidente, a concepire ed elaborare i concetti di diritto e di giustizia da attuare nella vita pubblica.

Dei problemi legati all’importanza marginale, data dalle varie classi politiche che si sono susseguite negli anni in Italia, all’insegnamento dell’educazione civica, si è già molto detto e scritto.

Basata “sui paletti” fissati nel 1958, dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Aldo Moro, l’insegnamento dell’educazione civica, era originariamente concepito come “clima culturale della scuola ispirato alla Costituzione e come esperienza comune di vita democratica”.

Tali originarie direttive, tanto nobili quanto estremamente generiche, portarono progressivamente ad una sempre più scarsa implementazione dell’insegnamento della materia che, oltre a richiedere competenze e materiali di studio specifici, andava a togliere tempo ad i docenti, senza che nemmeno fosse previsto un voto finale corrispettivo.

E’ facile dire che sarebbe il caso di cambiare “rotta”, andando finalmente a concepire un nuovo modo di implementare nella scuola l’attività didattica diretta alla formazione di cittadini consapevoli, con un benefico effetto a cascata su tutti gli ambiti del vivere in comunità, dall’economia, del lavoro, fino al rapporto dei cittadini sia tra di loro, che con le Istituzioni dello stesso Stato.

L’obiettivo, dovrebbe essere quello di formare una Società composta di cittadini che abbiano la “consapevolezza sul godimento dei propri diritti” e quindi, di cosa voglia dire far parte di una comunità e di quali siano le leggi che le regolano, un percorso che vada addirittura oltre l’educazione civica concepita in senso stretto, ma si possa definire addirittura come una sorta di “educazione alla società”, e che serva anche come strumento di prevenzione della violazione dei diritti fondamentali di ogni cittadino.

Senza una vera preparazione civica – viene meno la formazione dell’individuo quale cittadino – per una consapevole e corretta partecipazione alla dimensione civile e sociale.

L’individuo, al fine di collaborare positivamente allo sviluppo della Società, di cui egli stesso è partecipe, deve rendere conto a dei doveri (dei quali deve essere cosciente) verso gli altri, rispettare la Costituzione, rispettare le leggi giuridiche, essere animato da doveri di solidarietà verso gli altri, rispettare l’ambiente e le risorse naturali in generale.

Chiunque, oggi può facilmente verificare che le regole giuridiche del convivere, sono in perenne moltiplicazionetanto quanto lo è il loro sistematico mancato rispetto.

Nella società italiana di oggi, latita profondamente il senso civico, quel “sentimento comune”, grazie al quale ogni cittadino dovrebbe essere consapevole del fatto che, per esempio, la panchina dove si siede, la pensilina dell’autobus dove si aspetta, le strade ed i marciapiedi su cui si cammina, i parchi in cui si portano a giocare i propri figli, le piazze in cui sono installati i banchi del mercato settimanale, sono pubbliche, e che pertanto bisogna comportarsi in un modo da permetterne l’utilizzo anche a tutti gli altri Cittadini, rispettare la città, dando importanza alle aree verdi, magari evitando di gettare i rifiuti nelle fontane o di imbrattare i monumenti – è indice di senso civico – ovvero di rispetto per la “res pubblica”.

Senso civico di una nazione non significa solo il riconoscersi nell’inno nazionale o nella bandiera, ma anche in tutti quegli elementi che costituiscono gli emblemi della cultura e del paesaggio comune.

Senza un serio intervento della politica, che soprattutto (ma non solo) attraverso scuola, si ponga finalmente l’obbiettivo di formare i propri Cittadini, sarà estremamente difficile ottenere risultati incisivi e duraturi, per promuovere il senso civico a livello generale, è infatti necessario creare un sistema capace di educare ogni singolo individuo ai valori civici e morali diretti alla formazione di cittadini consapevoli. 

Citazione di Nelson Rolihlahla Mandela (Mveso 1918 – Johannesburg 2013).

 “L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo”.

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