Gli istituti del liberalismo moderno elaborati in Inghilterra erano sconosciuti ai Romani ma, come è stato ben messo in luce da Theodor Mommsen, a Roma è nata l’idea di libertà, considerata, sin da quei tempi, come l’espressione del bene più alto che una comunità organizzata possa avere (e tendere a proteggere) per i propri componenti.

Testualmente, lo scrittore, tedesco scrive:  “se … noi ci sforziamo di mettere insieme un ordinamento adatto a liberi cittadini, possiamo seguire per questo riguardo incondizionatamente …. il diritto romano …e saremo sicuri di trovarvi uno spirito che si oppone assai spesso al principio di solidarietà dei cittadini tra loro, non mai, però,  a quello della libertà individuale”.

Naturalmente, si trattava di una libertà che, a Roma si espandeva in molteplici e diverse direzioni, sia per la collettività nel suo insieme sia per i singoli individui.

Sul piano generale, i Romani, infatti, ritenevano, in primo luogo, che la loro Nazione non potesse accettare nessuna idea di sudditanza, ingerenza o presenza straniera non gradita  e dovesse strenuamente difendere la propria indipendenza e autonomia dalle oppressive e illiberali monarchie orientali, opponendosi, strenuamente, a ogni tipo di intromissione esterna. Nessun cittadino dell’Urbe avrebbe definito, dispregiativamente, sovranista la politica di una città,che intendeva restare per i suoi cittadini una sorta di  luogo privilegiato  della libertà e della tolleranza.

Inoltre, l’idea religiosa era presente in Roma, come in tutte le società ancora giovani, immature e soprattutto incapaci di fare a meno del ricorso al soprannaturale, ma era “aperta” e non chiusa: i seguaci di ogni culto potevano fare entrare le proprie divinità nel vasto consesso degli abitanti dell’Olimpo (che, oltretutto era un monte della Terra, concreto anche se inaccessibile per i comuni mortali).

Sul piano delle singole persone, il concetto di libertà era molto chiaro, limitato soltanto nel rispetto dell’analogo diritto altrui.  Era un’idea, espressa in precisi termini giuridico-pratici, strettamente individualistica e nasceva dall’idea dell’humanitas,una creazione autonoma dei Romani, intesa  come sentimento della dignità e della sublimità, proprie degli esseri umani, al fine di porli  di sopra di tutte le creature viventi di questo mondo, sotto il profilo dell’indipendenza, dell’autonomia e delle scelte di vita (naturalmente tutte e in ogni campo, dalla proprietà alla libertà nel matrimonio, al divorzio e così via).

A distruggere il “liberalismo” romano furono, all’epoca, gli ebrei (in parte) ma soprattutto i cristiani, che credevano nell’esistenza di un solo Dio, falsamente amoroso ma, in realtà, esclusivista, possessivo, giustiziere, tirannico che si opponeva a ogni altra idea di divinità. I cristiani, in altre parole, sul piano della tolleranza,  riportarono spaventosamente indietro l’orologio della storia per i nostri antenati, facendoli regredire da un’età quasi adulta a quella dell’infantilismo  confuso dei popoli primitivi.

Il trionfo definitivo del cristianesimo mise una pietra tombale sul concetto di libertà. E’ questa la tesi di una giovane studiosa dell’Università di Cambridge, Catherine Nixey, giornalista inglese, autrice di un libro definito da  Bettany Hughes  “scottante e appassionato” (“Nel nome della Croce”, edito da Bollati Boringhieri, con il sottotitolo “La distruzione cristiana del mondo classico”) che secondo il giornale newyorchese Times Revue of books avrebbe avuto già due edizioni in dieci giorni e che secondo il londinese The Times rivelerebbe, in modo chiaro, “quel che abbiamo perduto quando il cristianesimo ha vinto”…. “quando i libri greci e romani furono bruciati, i loro templi distrutti e le loro statue fatte a pezzi da criminali (cristiani) armati di martello”…(il libro prende le mosse dalla distruzione di Palmira avvenuta nel 385 d.C. e prosegue con le devastazione dei luoghi pagani, tra cui la Biblioteca e il Serapeo di Alessandria, ordinata dall’editto di Teodosio tendente alla distruzione di ogni traccia della cultura pagana)…. “quando la distruzione dell’arte (e della cultura) fu la più grande che la storia abbia mai visto”(a pag.32 dell’edizione italiana).

Dalla ricostruzione degli eventi narrati, la Nixey fa discendere la fine tragica della grande tolleranza del mondo classico greco-romano e quindi della libertà in Occidente. Si eclissava, in altre parole, la realtà socio-politica della res publica romana, vero e proprio modello di perfezione dal punto di vista dell’ordinamento giuridico e, secondo Polibio, realizzazione pratica migliore di tutte le teorizzazioni astratte di tanti filosofi.

Tale superiorità, si può aggiungere con lo storico greco, i Romani l’avevano dimostrata con i fatti: uno sguardo alle fonti giuridiche (esclusivamente repubblicane, però)  rende palese con immediatezza la singolare riluttanza dei Romani all’astrazione, alla teoricità nella formulazione delle norme giuridiche e nella fissazione in termini definitori dei concetti. L’atteggiamento, eminentemente pratico e concreto, dei Romani si ricollegava alle idee dei pre-socratici, in grande prevalenza empiristi e in larga parte monisti (le stesse concezioni che sono alla base della cultura britannica, moderna e contemporanea,  che, pur compromessa da una forma di protestantesimo cristiano, anglicano e calvinista, seppero indurre Elisabetta I a respingere la cattolicizzazione del proprio Paese tentata da Filippo di Spagna con l’invincibile Armata).

Con il trionfo del cristianesimo, in luogo di tali idee libere e liberali, subentrava l’intolleranza e – più spesso di quanto ci si aspetterebbe –  la violenza di molti cristiani (non dissimile da quella delle odierne punte più estremiste dell’islamismo) sempre ipocritamente ammantata, però, da concetti di fratellanza universale.

Secondo la Nixey la furia distruttrice dei Cristiani, inedita anche per quei tempi primitivi, non si limitava a devastare i templi ma ad annullarli per costruirvi sopra chiese; non si accontentava di distruggere parzialmente  le statue ma a eliminarle in toto; non le bastava terrorizzare i cittadini, ma li cancellava letteralmente dalla faccia della terra solo perché   “malvagi pagani”, non vietava la lettura dei classici greci e latini ma dava quelle opere alle fiamme. Quella violenza annientatrice aveva il suo punto di forza nell’idea del demonio. Era il diavolo, nemico di Dio, presente in quelle popolazioni (e in ciò che avevano realizzato) che andava estirpato, sradicato, distrutto. Non a caso, la stessa forza di sterminio si manifesterà secoli dopo in Messico e in altri Paesi del Centro-America a opera dei cattolici Spagnoli che fecero letteralmente scomparire antiche civiltà.

Naturalmente, molta acqua è passata sotto i ponti da quei tempi lontani (e anche dagli anni dell’Inquisizione e da quelli, più recenti, dei patiboli del Papa-re) ma per un liberale, oggi, dichiararsi seguace di una religione monoteistica e, in quanto tale,  preclusiva di ogni altro convincimento è un vero e proprio non sense.

In ciò,  l’opinione della scrittrice inglese non si discosta dalla tesi del suo illustre conterraneo Bertrand Russell. E ciò, anche per un’ulteriore considerazione: ogni tanto l’idea folle del demonio ritorna nelle prediche di molti alti prelati della Chiesa di Pietro. E non si può escludere, quindi, che il temuto diavolo possa sempre essere riscoperto nell’animo di molti individui o nelle loro opere (soprattutto letterarie), facendo rinascere quell’istinto di distruzione sopito dal tempo; magari con l’aiuto delle virulenza islamica, ancora non imbrigliata da pratiche consumistiche e mondane.

In definitiva, mentre il favore dei poteri finanziari  per  le masse d’immigranti, in attesa e in agguato dinanzi e dentro le porte dell’Occidente è chiara, perché essi vogliono solo contribuire a mantenere in vita un’industria manifatturiera, ferita a morte dalla concorrenza cinese, indiana, indonesiana (e via dicendo), con mano d’opera a basso costo, per consentirle di continuare a far prestiti con le Banche, il sostegno della chiesa cattolica è molto più sospetto. Esso non si ricollega soltanto agli interessi dello IOR, pur cospicui e strettamente connessi con quelli dell’Alta Finanza di New York e di Londra, ma piuttosto al desiderio di “rivitalizzare” la carica di aggressività delle religioni monoteistiche mediorientali. E’ quanto si ricava, sia pure in modo indiretto, da questo libro interessante e stimolante di Catherine Nixey. Ed è un avvertimento da non sottovalutare !

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