Vi sono luoghi comuni che è difficile eliminare dal linguaggio quotidiano: uno di questi è “l’Italia è la culla del diritto, perché, si aggiunge il giure è stato creato nell’antica Roma. E’ vero, ma nessuno precisa che quella “culla” è stata totalmente annientata con il contributo  distruttivo di ebrei, cristiani, islamici, ostrogoti, visigoti e altri barbari germanici di nordica provenienza.

Con l’avvento del Cristianesimo, consuetudini primitive, prima mediorientali e poi nordiche,  bizantinismi e costumi di vita del tutto lontani dai parametri dell’antica civiltà (giuridica ed esistenziale) della Roma repubblicana hanno posto fine a un’epoca aurea di diritto e di giustizia. Per noi Italiani, resta solo il ricordo di un passato remoto, perso per sempre.

Il nostro diritto attuale non ha nulla a che fare con quello icastico, preciso essenziale dei nostri antenati sia del periodo definito “pre-classico” (dalla fine della seconda guerra punica, 201 a.C. fino all’avvento del Principato, 27 a.C; sia del periodo successivo, “classico” (da Augusto,  27 a.C. fino alla morte di Alessandro Severo, 235 d.C.).

Purtroppo, anche famosi giuristi (Quinto Muzio Scevola, Servio Sulpicio Rufo) e avvocati di grido (MarcoTullio Cicerone), dopo avere contribuito a sviluppare un sistema di diritto molto evoluto e una cultura giuridica e legale, particolarmente raffinata non riuscirono a evitare il tramonto del giure romano, iniziato con l’avvento del Principato.

Nel periodo “post-classico”,  che va dalla morte di Alessandro Severo  fino al Regno di Giustiniano le cose, a Roma, in materia di diritto e giustizia, mutarono profondamente; e naturalmente, in peggio.

Guerre civili indebolirono la porpora imperiale; invasioni pacifiche di manovali e operai, giudei e cristiani, talvolta sollecitate dagli stessi Romani, opulenti e pigri, e poi aggressioni violente delle armate persiane e di barbari del Nord-Europa resero sempre meno favorevoli le condizioni di sopravvivenza della raffinata cultura giuridica romana. I giuristi, i giudici furono piegati a divenire strumenti per il raggiungimento di obiettivi religiosi o politici da parte di Sacerdoti invasati e di Monarchi desiderosi di un  potere sempre più assoluto; la produzione letteraria cessò quasi di esistere e con essa ogni opinione critica.

Oggi il confronto dell’attualità con quei tempi di lucido ed essenziale razionalismo non può che annichilire e deprimere.

A quell’epoca, a  nessuno sarebbe venuto in mente di parlare di “funzione sociale” della proprietà, per la contraddizion che nol consente. La nostra Costituzione, che è stata immaginata e scritta dopo due millenni di devastazione concettuale degli antichi principi di utilitaristica, essenziale ed elementare saggezza dei nostri antichi progenitori, invece, ne parla. Concepita dai Romani, stanziali per vocazione, come massima manifestazione dei diritti individuali di libertà in una società stabile e ordinata, la proprietà che, per sua natura, non dovrebbe subire alcuna compressione, nè individuale, nè sociale, nell’ordinamento attuale italiano è sottoposta a “limiti” (allo scopo di assicurarne la funzione sociale) che ricordano le usanze consuetudinarie coerenti sia con la vita nomadica di pastori e carovanieri del deserto sia con quella di cacciatori e guerrieri di foreste inaccessibili; dove l’idea di una proprietà di mano comune, sottratta alla gestione individuale, aveva un senso per finalità di fisica sopravvivenza.

Inoltre, per decenni, nella “civilissima” Italia, abbiamo considerato come una una sorta di prigione a vita il matrimonio, disciplinandolo, secondo i dettami della Chiesa cattolica, come “indissolubile”. E, invece, per i Romani:“Libera matrimonia antiquitus placuit”: il legame matrimoniale si poteva sciogliere a volontà e non solo per accordo tra i coniugi: anche per effetto di una dichiarazione unilaterale di uno solo di essi.

Il diritto romano mescolato con elementi di diritto canonico e di diritto feudale di origine  germanica  e  divenuto ius commune, si è trasformato in un guazzabuglio caratterizzato  dalla molteplicità delle fonti ispiratrici, dalla commistione   di istituti giuridici di diversa provenienza,  dagli ibridi compromessi con normative estranee alla tradizione romana, dalla complicatezza sempre più contorta.

Tali note negative erano inevitabili, perché derivavano dell’influenza esercitata sui Romani da un labirinto di confuse mentalità esterne all’Urbe.

La nuova popolazione dell’Impero, d’altronde,  costituita ormai da un grande numero di immigrati non avvertiva neppure il danno della perdita della cultura giuridica originaria.

Quel mondo del diritto romano, caratterizzato dalla semplicità, dall’humanitas(id est: l’Uomo è al di sopra o al centro di tutto; non c’è nulla di superiore all’individuo), dalla chiarezza, dall’unitarietà, dalla riduzione a pochi concetti chiari, dalla parsimonia nella creazione e nell’impiego degli istituti giuridici come grandi forme isolate e lapidariamente scolpite, dall’intelligibilità favorita da formule brevi e incisive, dalla grande cura nell’evitare ricezioni di diritto straniero (senza conferirvi una forte e indelebile impronta romana),  dal rispetto molto conservatore della tradizione cedeva il passo a quel “nuovo” dei cui effetti deleteri la vecchia Europa nella sua parte continentale non s’è ancora liberata.

L’Italia e l’Europa nei secoli bui sono state dominate da assolutismi di ogni genere e tipo. La loro origine è stata, nella maggioranza dei casi, chiaramente teocratica:  il governo era sempre divino, spettante a Dio, ma poteva essere esercitato dai suoi rappresentanti sulla Terra; e quindi o dal Profeta (si può fare l’esempio dell’Islam, al tempo di Maometto), o dal Sacerdote (dove gli esempi sono offerti dal popolo ebraico e dalla Chiesa cattolica nel suo ambito territoriale) o, infine, da un Re, da un Principe.

Solo il Rinascimento ha segnato un’interruzione nello sviluppo della dottrina teocratica che, però, ha ripreso vita nel Seicento.

In un tale quadro, anche la legge, umana e civile, come comando e la giustizia, come potestà applicativa di essa, erano riportate al volere di Dio. Il sovrano, ovviamente, come rappresentante della divinità sulla Terra, aveva un potere assoluto ed era l’unico a essere libero dalla stessa potestà coattiva della legge.

Con il secolo XVIII una sorta di stentato razionalismo e un primo abbozzo di  diritto naturale hanno fatto sì che il diritto divino dei Re cedesse terreno alla sovranità degl’individui e a dottrine ancora molto confusamente democratiche.

La restaurazione post-Napoleonica, e poi le dottrine politiche ispirate all’Idealismo tedesco riaprivano il conflitto, introducendo altre configurazioni dell’assolutismo, non più solo religioso ma anche e soprattutto politico-ideologico.

In Italia, il cattolicesimo divenuto democratico ha aperto la porta della stanza dei bottoni alla democrazia cristiana, una forza definita di centro che diceva di voler marciare verso la sinistra (all’epoca di tale programmatica dichiarazione,  filo-bolscevica e tirannica).

Da un tale abbraccio, inequivocabilmente perseguito, di tale aggregazione politica di nuova denominazione con le forze politiche ispirantisi al comunismo, nasceva la Costituzione Italiana.

Le forze liberali erano disperse, quasi assenti, culturalmente  ignare dell’origine empiristica sia della libertà romana sia di quella britannica (e poi anglosassone), perse dietro l’assolutistico e autoritario idealismo post-hegeliano di alcuni suoi leader (non a caso, venerati ancora oggi, alcuni dalla sinistra e altri dall’estrema destra).

Si può dire, allora, che la nostra Carta fondamentale abbia visto la luce nella “culla del diritto”?

E soprattutto che in quella “culla” abbia continuato a riposare?

Abbiamo, nel mondo, una delle legislazioni più sovrabbondanti, farraginose, contorte, scritte in modo sciatto, spesso sintatticamente e grammaticalmente scorrette, frequentemente truffaldine nei fini che si propongono di raggiungere, e tortuose, affidate a cosiddetti rappresentanti del popolo che sono scelti non in virtù della loro competenza giuridica e sensibilità politica ma in forza della “fedeltà” partitica.

Quale perversa tendenza può indurre, ancora gli Italiani, a chiamare “culla” quella che ormai può definirsi solo una “tomba” del diritto”, per giunta del tutto “illacrimata” da parte degli immemori figli del “Bel Paese”?

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