Da quando è in vista “il cambio della guardia” delle élite di governo europee” con i deprecati populisti è di moda parlare di democrazie illiberali.

Si è scoperto che “democrazia”, questo termine dalle molte definizioni, non è solo quella conosciuta nell’Occidente moderno, ma ve ne sono altre.

L’illiberalismo attribuito ai vari Orban, Trump (?), Erdogan, Putin (scusate qualche omissione) e soprattutto Salvini-Di Maio è giudicato tale perché tende a promuovere una forma democratica di governo senza quelle garanzie che fanno parte della cultura liberale. Secondo Orban il modello è quello di una “democrazia cristiana illiberale” che si propone “di difendere i principi originati dalla cultura cristiana, quali la dignità umana, la famiglia, la nazione”.

Mentre, secondo Sabino Cassese “questo è un disegno impossibile perché la democrazia non può non essere liberale, La democrazia non può fare a meno della libertà perché essa non si esaurisce, come ritengono molti, nelle elezioni … I principi democratici sono «la logica esplicazione delle premesse ideali del liberalismo»: estensione dei diritti individuali a tutti i membri della comunità e diritto del popolo di governarsi”.

Sul che si può, in gran parte concordare: uno Stato in cui i cittadini sono messi in difficoltà nell’esercitare il diritto di voto è una democrazia zoppa. Ha invalida una sola gamba, ma ciò non le consente di camminare bene e speditamente.

Ma è proprio vero che i paesi verso i quali è stata ventilata da parte dell’Unione Europea una procedura di infrazione, cioè Ungheria e Polonia, sono delle democrazie illiberali?

Sul piano concettuale democrazia e liberalismo sono stati distinti. La prima è un regime politico, che individua nel popolo il titolare della sovranità e quindi del potere politico; il secondo una “tecnica” per la limitazione del potere. In questo senso il liberalismo può accedere a qualsiasi regime politico “puro”: monarchia, aristocrazia, democrazia e loro “combinazioni” (status mixtus); nella storia ha generato sempre degli status mixtus, ma è prevalentemente associato alla democrazia.

Secondo la critica di Schmitt all’ideologia liberale manca un qualcosa che costituisca l’unità politica; dall’altro il liberalismo è, a intenderlo in senso ideale, non un modo di costituire il potere, ma quello di limitarlo. Ne consegue, come scrive nella Verfassungslehre, che “i principi della libertà borghese possono ben modificare e temperare uno Stato, ma da soli non fondano una forma politica […] Da ciò consegue che in ogni costituzione con l’elemento dello Stato di diritto è connesso e misto un secondo elemento di principi politico-formali”.

Il liberalismo può modificare qualsiasi forma di Stato, facendolo diventare una monarchia o una democrazia liberale, ma non può eliminare il principio di forma politica su cui necessariamente lo Stato si basa. Pertanto è evidente che nell’espressione “democrazia liberale” il sostantivo designa la forma politica (del potere), l’aggettivo le limitazioni introdotte al medesimo potere (i principi dello Stato borghese).

Democrazia e liberalismo possono essere in contrasto, ma storicamente è solo l’unione dell’uno e dell’altro che ha consentito la nascita del moderno “Stato rappresentativo” (così denominato dai costituzionalisti d’un tempo come Orlando e Mosca) perché ha coniugato due elementi diversi – e talvolta opposti – ma politicamente sinergici. La prova storica a contrario è che, laddove si sono costruiti (nel XX secolo) regimi totalitari, alla abolizione delle forme e procedure democratiche (elezioni, pluralismo, libertà di candidatura e di voto e così via) si è accompagnata quella dei principi dello Stato borghese: né distinzione tra i poteri, se questi competevano tutti al Fürher o al Politburo, né tutela dei diritti verso il potere politico (la giustizia amministrativa fu abolita dal nazismo e mai istituita negli Stati del socialismo reale).

Ne consegue che, per giudicare se una democrazia sia liberale o no, e dato che tutti i regimi concreti si discostano dal “tipo ideale” è necessario esaminare il “tasso di diversità” dell’ordinamento concreto da quello perfettamente coerente.

In Ungheria da qualche anno (2011) è andata in vigore una nuova Costituzione, voluta da Orban – che era al governo (che l’Italia non ha). È regolato lo stato d’eccezione (artt. 48-54) con possibile limitazione dei diritti fondamentali.

Nel complesso, e per quanto valga un testo costituzionale scritto, ovvero parecchio, ma non del tutto, e probabilmente meno della Costituzione materiale), appare che sicuramente i principi dello Stato borghese di diritto sono applicati.

L’altro caso, che ha indotto il “viso dell’armi” dell’U.E. è la Polonia. Anche qui distinzione dei poteri e tutela dei diritti fondamentali sono previsti dalla Costituzione del 1997.

Le contestazioni dell’UE sono state indotte dalle leggi del 2017 sul potere giudiziario così da avviare un’istruttoria per la procedura d’infrazione ai sensi dell’art. 7 par. 1 TUE, avendo l’organo comunitario constatato l’esistenza di un evidente rischio di violazione grave e persistente dello Stato di diritto. La normativa suddetta apportava modifiche alla Corte Suprema e al Consiglio Nazionale della magistratura, che ha fatto seguito a leggi sui mezzi d’informazione, sui poteri della polizia e sul Difensore civico.

Tale normativa – che aveva generato un duro scontro tra maggioranza (del Partito “Diritto e giustizia”) e le opposizioni – concerneva l’accesso al Parlamento dei giornalisti e il rinnovo della dirigenza dei media pubblici. La legge sui media ha previsto l’immediata sospensione di tutti i membri delle direzioni, nonché dei consigli d’amministrazione dei media pubblici. Tuttavia non sono state riesumate le disposizioni, abolite nel 1990, “classiche” per il controllo dell’informazione: censura e monopolio pubblico, almeno dei mezzi di comunicazione via etere.

In sostanza sembra che la situazione del diritto di espressione/informazione della Polonia attuale somigli parecchio a quella dell’Italia fino agli anni ’70 (inoltrati): una (prevalente?) prevalenza pubblica nell’etere affiancata da un pluralismo della stampa.

Situazione sicuramente non ottimale, ma comunque di limitata pericolosità e che, se non delinea uno scenario ideale, non appare idonea a connotare addirittura come “illiberale” uno Stato che, almeno dalle disposizioni costituzionali, appare modellato sui principi dello Stato borghese di diritto.

Vero è che altro è scrivere delle commoventi e condivisibili norme nei testi costituzionali e altro dare loro attuazione nella legislazione e nella prassi amministrativa. In specie noi italiani conosciamo bene la prassi di proclamare diritti altisonanti nella costituzione per poi tradirli nella successiva attuazione.

La stufenbau nazionale è essenzialmente cartacea: se la Costituzione per esempio dispone di tutelare un diritto il legislatore emana una legge che limita          coloro che possano pretenderlo, e infine l’amministrazione infine non trova i soldi neppure per questi. Spesso tra il “prodotto finito” (cioè il comando concreto) e la norma iniziale c’è una divaricazione evidente; in diversi casi una contraddizione manifesta, se non con la lettera, con lo “spirito” della norma superiore.

Pertanto appare maggiormente trasgressiva dei principi dello Stato di diritto (e rivelatrice) la violazione negli atti concreti (sentenze, provvedimenti e così via) di quanto disposto al vertice della piramide.

Non c’è quindi un sostanziale discostamento di Polonia e Ungheria dai “connotati” dello Stato di diritto, anche se è chiaro che una approssimativa garanzia della libertà di informazione è un vulnus alla concezione liberale dello Stato. Tuttavia le limitate compressioni di questa, paragonate alle ben più gravose limitazioni imposte in altre democrazie (Italia compresa) non paiono tali da farle transitare nelle categorie delle “illiberali”.

Tenuto conto che i due Stati discoli hanno in comune di essere stati per un quarantennio soggetti ad una dittatura straniera ed estranea alla loro identità e tradizione; la (parole di Breznev) concedeva loro una “sovranità limitata” di cui si manifestavano tutt’altro che soddisfatti. Gli ungheresi nel 1956 morti a migliaia per riconquistare la libertà politica della comunità nazionale. E i polacchi a sfidare ripetutamente il potere sovietico, imploso senza rimpianti anche per merito loro.

Popoli che hanno subito (e lottato) tanto nel secolo scorso per riconquistare i diritti elementari di sovranità, libertà, proprietà, hanno un collaudato fiuto politico per distinguere ciò che è l’essenza della libertà da quanto ne è – per così dire – l’accidentalità. Questa la migliora e perfeziona, ma non la costituisce.

E la UE qua alle prese con i decimali, là con l’ingresso dei giornalisti al Parlamento, farebbe meglio a tenerne conto.

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