Si ritiene comunemente che, come la psicologia analizza i fenomeni individuali di natura mentale o affettiva, ugualmente i fatti sociali, nelle loro caratteristiche costanti e nei loro processi evolutivi o involutivi, possano essere oggetto di studio (di analogo carattere scientifico). La “scienza” che compie una tale analisi si chiama “sociologia”.

In Italia, v’è anche  un istituto ad hoc di ricerca socio-economica, il CENSIS (centro studi per investimenti sociali) che condensa in un suo Rapporto Annuale i dati sulla situazione soprattutto sociale del Paese, allo scopo di fornire una narrazione puntuale dei mutamenti, anche economici, intervenuti o in  corso di svolgimento.

Naturalmente, la stesura del documento è complessa e articolata, ma sul piano della diffusione  giornalistica le conclusioni del rapporto sono molto semplificate, ridotte, come suol dirsi, “all’osso”.

Il fatto che soltanto su tali “sintesi” si sviluppi poi la discussione più propriamente “politica” è un “accidente” non imputabile al CENSIS, ma al livello cui sono giunte l’informazione  e la discussione politica nel nostro Paese.

Il Rapporto 2018, reso noto in questi giorni, dice, in soldoni, che gli Italiani sarebbero passati dal rancore dello scorso anno alla cattiveria odierna.

Orbene, secondo il Devoto-Oli, il rancore è un risentimento, un’avversione profonda, tenacemente covata nell’animo in seguito a un’offesa o a un torto ricevuto; la cattiveria è l’innata disposizione a far del male, ad arrecare danno al prossimo nelle sue cose e nelle sue aspirazioni.

C’è da chiedersi: quale offesa avevano ricevuto e quale torto avevano subito gli Italiani (e soprattutto da chi?) per esprimere un sentimento rancoroso (verso chi? degli uni verso gli altri?) e per manifestarlo come mai prima nell’anno 2017?

E se la cattiveria degli Italiani fosse veramente una caratteristica “innata” (come la definisce il Dizionario), perché mai si sarebbe manifestata solo nel 2018?

Se si trattasse veramente di un male congenito, tutta la nostra Storia andrebbe “rivisitata”.

La verità è che tali semplificazioni mediatiche possono essere abbastanza fuorvianti per comprendere il reale messaggio sullo stato d’animo degli Italiani contenuto nel Rapporto;  e possono dar luogo a equivoci.

Molti commentatori hanno notato che nel momento in cui gli Italiani erano qualificati “cattivi” (o “incattiviti”) dal CENSIS, a Parigi avvenivano disordini di tale violenza da fare apparire, nella situazione data, i nostri connazionali come miti agnelli (se paragonati ai Francesi).

Scene come quelle dei tre ultimi week-end parigini la dicono lunga sulla voglia di fare del male dei nostri cugini d’oltrealpi, quando le cose non vanno nel loro verso giusto.

E che le cose non vadano nella direzione sperata (o quanto meno accettabile) nell’Unione Europea, governata sostanzialmente dai burocrati di Bruxelles, è convinzione che va espandendosi a macchia d’olio nel vecchio Continente.

Se ne sono accorti quasi tutti, tranne quelli:

1) che amano mettersi i prosciutti sugli occhi, i tappi nelle orecchie e il bavaglio sulla bocca o che credono di risolvere tutti i loro problemi esistenziali (non avendone di veramente di seri), indossando, compiaciuti, lo smoking per la prima dell’Opera e pensando, al suono delle note dell’orchestra, al glorioso mito (o sogno) europeo dei loro nonni, pur se ormai ridotto a briciole;

2) gli imperterriti  e inguaribili “laudatores temporis acti”, i piagnoni di ogni presente, che non vogliono un futuro migliore per gli Europei, perché si rifiutano di comprendere che esso non vi sarà senza cambiare rotta rispetto alla politica monetaria degli gnomi della Finanza di New York e di Londra;

3) quelli che definiscono con disprezzo “populista” chi  anziché definirsi “democratico” usa il lessico latino (populus)in luogo di quello greco (demos)e reclama, come facente parte della gente comune, il diritto di fare politica, non intendendo delegarla ancora per lungo tempo ai banchieri;

4) quelli che qualificano, con analogo dispregio, “sovranisti” i cittadini che, continuando a credere nell’articolo 52 della nostra Costituzione, intendono riaffermare l’intangibilità della nostra sovranità territoriale, ceduta per “un pugno di dollari e di sterline” a organizzazioni non governative, incaricate di reclutare nel cuore dell’Africa e portare nei nostri confini mano d’opera di natura quasi-schiavistica;

5) quelli che accettano la violazione della sovranità finanziaria degli Stati dell’Unione Europea con l’obbligo del pareggio di bilancio e con la previsione di indici vietati di sforamento del deficit; misure costrittive che impediscono soltanto ai popoli eurocontinentali di crescere, mentre i Paesi Asiatici diventano sempre più potenti economicamente e i Paesi Anglosassoni, avendo deciso intelligentemente di rivedere vecchi e decrepiti “principi” di un liberalismo pluricentenario e reso logoro dal passare del tempo e degli eventi  si pongono sulla stessa strada di sviluppo produttivo, finalmente liberi dai condizionamenti di  establishment politico-amministrativi asserviti ai Paperoni della Finanza occidentale.

L’errore del CENSIS è, però, a mio giudizio,  quello di definire con termini impropri (rancore e cattiveria) la “sacrosanta” aspirazione degli Italiani e di tutti gli Eurocontinentali di liberarsi dalle asfittiche e costrittive condizioni di dipendenza che, come popoli aspiranti alla libertà e all’autonomia delle proprie scelte, sono forzati a subire  dalla dittatura di banchieri e finanzieri, per giunta irraggiungibili nelle loro ovattate stanze di New York e della City, mentre le metropoli europee prendono fuoco a causa di rivolte, necessariamente confuse (non vi sono come bersagli e mete da raggiungere  le reggie e i palazzi dell’ancien regime con Monarchi e Nobili asserragliati nelle loro mura).

O meglio: lo sbaglio  è quello di attribuire la qualifica di “cattivi” a tutti gli Italiani e non ai responsabili della loro “cattività” che li rende prigionieri di una “politica” contraria ai loro interessi di crescita e di sviluppo economico nazionale.

 

 

 

 

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